Protesta nello Yemen: gli Usa hanno fatto la loro scelta
Un altro Paese in rivolta: questa volta è il turno dello Yemen. In realtà è da febbraio che sono iniziati i primi segni di una ribellione, ma ora la situazione si sta facendo più pressante. Soprattutto se, come sembra, si profila l’ombra dell’estremismo come grande manovratore di questa situazione di crisi. Sino a ora le proteste in Yemen si sono basate principalmente sulla richiesta di un cambiamento sociale radicale.
Il governo, intanto, ha cercato di ricostruire un’unità nazionale stabile, ma senza successo. Il presidente Ali Abdullah Saleh, da 32 anni al potere, ha proposto un progetto fondato sull’idea di un grande governo di coalizione in cui tutte i partiti avrebbero
possibilità di partecipare. In questo momento, però, l’opposizione non ha alcuna intenzione di addolcire la propria posizione. Se il tentativo di compromesso dovesse fallire, la temperatura dei conflitti tra le tribù dello Yemen salirà prontamente fino al punto di ebollizione e il Paese, diviso, sprofonderà nel caos di una guerra civile, ma con quali scenari? Cerchiamo di capire cosa sta accadendo ora nel Paese arabo.
L’opposizione è infastidita soprattutto dall’interventismo del governo nei conflitti tra le tribù principali del Paese. L’amministrazione governativa, infatti, sta facendo trasferire centinaia di membri appartenenti alle tribù del nord a Sana’a, capitale dello Stato yemenita e uno dei pochi luoghi dove il potere di Saleh non è ancora stato messo in discussione. Teniamo presente che in Yemen si ritiene che controllare Sana’a equivalga a controllare il Paese. Nella rivalità tribale, che contraddistingue tutta la zona mediorientale e del nord Africa, la tribù Hashid, guidata dal clan Al-Ahmar, è la principale rivale del presidente e quella che ne ha caldeggiato in maniera più pressante le dimissioni.
Forti di una buona organizzazione politica e guidati dai due fratelli sceicchi al-Ahmar, la tribù Hashid sta radunando intorno a sé una vasta rete di alleati: in primis dalla tribù rivale per eccellenza, i Bakil, più numerosi ma meno organizzati, ma soprattutto dalle regioni dell’est del Ma’rib. Quest’ultimo punto è sicuramente cruciale. In quest’area, infatti, si sono concentrati i maggiori sforzi governativi nella lotta al terrorismo islamico, anche se, in realtà, queste propagande anti-Al Qaeda sembrano soltanto un pretesto per ottenere un controllo più stabile sulla provincia, importantissima perché ricca di giacimenti petroliferi. Se, quindi, a Sana’a, i manifestanti affollano le strade portando avanti la loro protesta anti-governativa, i clan Saleh e Al-Ahmar cercano di accaparrarsi il sostegno delle tribù che risiedono nelle aree confinanti alla capitale. L’obiettivo strategico per entrambe è il medesimo: controllare i dintorni della capitale vuol dire poterne controllare, ed eventualmente tagliare, anche i rifornimenti che passano per le varie rotte di approvvigionamento.
In tutta questa vicenda interna non si può non prendere in considerazione la posizione degli Usa al riguardo. Saleh, infatti, ha sempre potuto contare sul sostegno americano e sulla sicurezza della sua posizione data la grande risorsa strategica che lo Yemen rappresenta. Nella situazione attuale, però, il supporto che Washington potrebbe dare al governo yemenita è alquanto difficile da valutare. Se è pur vero che Saleh è stato per anni una presenza utile nella guerra ad Al Qaeda, in questo momento c’è anche la consapevolezza del malcontento generale che domina il Paese arabo e, quindi, il sacrificio del presidente potrebbe essere quanto mai sostenibile se servisse a mantenere il controllo strategico sullo Yemen.
Ma c’è un altro attore esterno che guarda con attenzione le vicende yemenite, e si tratta dell’Arabia Saudita. Riyadh è da sempre un alleato importante, anche nella lotta allo sciismo: i vari raid di bombardamento sui rivoltosi sciiti, entrati in territorio saudita tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, sono stati accolti benevolmente dalla leadership yemenita. Gli sciiti, infatti, nello Yemen sono considerati una minoranza, nonostante siano il 42% della popolazione, contro il 52% che, invece, si professa
sunnita. L’intento arabo, al riguardo, è quello di controllare e reprimere ogni mira di ribellione degli sciiti. Un’eventuale insurrezione sciita in Yemen potrebbe scatenare disordini anche nel vicino Oman, altro Stato dove gli sciiti risultano scarsamente rappresentati dal punto di vista politico.
Mettere in subbuglio l’intera penisola arabica è quanto di più lontano possa passare nella testa dei sauditi: la destabilizzazione interna, seguita dal conseguente indebolimento del controllo statunitense nell’area, favorirebbe la posizione iraniana, e questa è un’opzione, per gli Usa in particolare, assolutamente inaccettabile. Washington ha paura di ogni possibilità che potrebbe far cadere il Golfo di Aden, la più importante via acquatica per il passaggio del petrolio persico, nelle mani dell’Iran. Da Teheran le mosse verso in questo senso non sono certo mancate nell’ultimo periodo: la costruzione di una base navale in Eritrea e il sostegno alle proteste sciite del Bahrain, dove gli Usa hanno un’importante base navale e un commando della marina, ne sono un esempio.
La posta in palio, insomma, inizia a farsi molto alta e non si è in grado di affermare con certezza per questo gli Usa resteranno a guardare. L’invio di operatori di intelligence e istruttori militari dovrebbe già essere cominciato, oltre a quello di un numero non ben specificato di droni intelligenti, tutti con un unico obiettivo identificabile nei ribelli sciiti. E Saleh? Per lui si può proporre una metafora, trita e ritrita, come quella della partita a scacchi, ma sempre incisiva: un pedone è utile anche nel momento del sacrificio.









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Guarda cosa dicono gli altri...[...] di World Observer, abbiamo seguito la situazione nello Yemen da metà marzo e ora riprendiamo a parlarne, dato che, dopo il ferimento di Saleh, la sua dipartita in Arabia [...]