L’occhio di Mosca sulle rivolte in Caucaso e Asia centrale
Effetto domino. La teoria del domino è una teoria, nata in America durante il periodo della Guerra Fredda, secondo la quale, se una nazione chiave in una determinata area fosse diventata comunista, tutte le nazioni vicine sarebbero cadute come pezzi del gioco del domino, diventando anch’esse comuniste una dopo l’altra. Mettendo da parte ogni disquisizione specifica sull’argomento, ci limitiamo a dire che la serie di rivolte che, partendo dalla Tunisia, sta colpendo tutti i Paesi di nord Africa e Medio Oriente è un esempio calzante di questa teoria. Ma l’ondata rivoluzionaria partita da Maghreb non si è fermata nella
penisola araba. Mosca, infatti, guarda con particolare attenzione al Caucaso e alle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, considerate da sempre, anche dopo la caduta dell’Urss, un proprio personalissimo territorio di caccia.
Venerdì scorso, infatti, in Azerbaijan si sono visti i primi segnali di una rivolta. Il Paese, a orientamento musulmano moderato, è ricco di petrolio e dal 1991 gli Usa cercano di tenerselo stretto per la sua posizione strategica. Washington non ha esitato, infatti, a benedire i regimi dinastici della famiglia Aliyev: prima Heydar, padre, che ha governato dal 1993 per dieci anni, e poi Ilham, figlio, che dal 2003 ne ha occupato il posto. Sfruttando ancora una volta i social network Facebook e Twitter, una fitta rete di giovani oppositori ha organizzato nella capitale Baku una manifestazione chiamata “Grande giornata del popolo”. Purtroppo la protesta non ha mai avuto luogo: la polizia ha arrestato diversi attivisti sia nella piazza sia nelle università, dove il “morbo” della rivolta si stava diffondendo maggiormente. La figura di Heidar Aliyev ha dominato per 30 anni la scena politica azera, prima sotto l’Urss, e poi nel ruolo di presidente. La sua eredità è un Paese perfettamente in linea con lo stile post-sovietico: dominato dalla corruzione politica.
Da tenere d’occhio anche la vicina Armenia. A Yerevan si contesta la legittimità del presidente in carica Serzh Sargsyan, nominato nel 2008, ma mai accettato dalle opposizioni. Al momento, le proteste, guidate dal primo presidente post sovietico Levon Ter-Petrosyan, hanno organizzato una serie di manifestazioni nelle ultime settimane e ne hanno in programma altre per i giorni a venire. Le richieste sono: nuove elezioni anticipate e liberare gli oppositori politici arrestati nel 2008. Il governo, per ora, non ha risposto in maniera energica a queste proteste. È giusto dire che, benché i risultati durante la fase di spoglio siano stati controversi, gli oltre 600 osservatori internazionali (OSCE, Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, osservatori del CIS e della Commissione Europea) hanno dichiarato l’assoluta regolarità con cui le elezioni si sono svolte.
Con un occhio di riguardo Mosca guarda verso Uzbekistan e Kazakhstan. Se, per ora infatti, tutto sembra calmo non è da escludere che nei due Paesi centro-asiatici si possa scatenare una rivolta. I regimi autoritari di Islam Karimov e Nursultan Nazarbayev, reggono dal 1990 e nessuno dei due sembra intenzionato a lasciare il posto occupato. A fermare Karimov potrebbe essere l’età: il 30 gennaio scorso ha compiuto 73 anni e, considerato che l’aspettativa di vita maschile in Uzbekistan è di 69 anni,
parecchie sono le voci che circolano riguardo il suo stato di salute. Ovviamente la successione sarebbe già stata impostata e il potere dovrebbe passare nelle mani della figlia Gulnara. L’affascinate e potente Gulnara, alla soglia dei 40 anni, è stata ambasciatrice dell’Uzbekistan a Ginevra e ora lo è in Spagna. È, però, anche una grande donna d’affari e controlla buona parte dell’economia del Paese grazie all’aiuto di papà.
Nazarbayev, invece, dopo l’ennesima nomina a presidente (carica che in Kazakhstan dura sette anni) del 2006, sempre lo scorso gennaio è riuscito a fare la mossa tanto ambita: grazie all’approvazione del parlamento di Astana di alcuni nuovi emendamenti della Costituzione, il presidente, qualora lo volesse sia chiaro, potrà convocare un referendum per estendere il proprio mandato in scadenza nel 2012. Nazarbayev con questa manovra politica potrebbe restare in sella sino al 2022, anno in cui compirà 82 anni. Se questa non è una nomina a vita si accettano definizioni migliori.
In questi Paesi il continuo aumento dei prezzi dei generi alimentari primari, al quale c’è poi da sommare uno stato perenne di povertà della popolazione, unita a un’endemica corruzione politica, hanno prodotto una sfiducia abbastanza radicata verso i regimi autoritari che li guidano. Il limite, però, di questa area rispetto al Maghreb, è la scarsa diffusione e la ridotta possibilità di accesso a internet. Senza contare che Mosca e Washington guardano con troppo interesse a tutta la regione e, in questo momento, non possono permettere che ne venga minata la stabilità.









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