Chi sono e cosa vogliono i ribelli libici?

In un Paese afflitto da una guerra civile, in cui gli occidentali hanno oramai messo figurativamente (e forse non solo) piede e a cui si prospetta un futuro tutt’altro che di facile previsione, il protagonista indiscusso in questi giorni è effettivamente il raìs e guida della Jamāhīriyya libica, Muammar Gheddafi. Ma chi sono gli altri attori principali di questa guerra? Chi rappresenta i ribelli libici? Cos’è il Consiglio di transizione nazionale libico?

Il primo a proclamare la creazione del Consiglio di transizione nazionale libico il 26 febbraio è stato l’ex ministro di Giustizia

Mustafa Abdel-Jalil
Mustafa Abdel-Jalil

Mustafa Abdel-Jalil, il quale aveva disertato il regime di Gheddafi appena cinque giorni prima. Il giorno successivo il neonato Consiglio di transizione veniva già sminuito in una conferenza stampa tenuta da un avvocato di Bengasi, Abdel-Hafidh Ghoga. L’avvocato delegittimava Abdel-Jalil sostenendo la sua minima influenza proprio a Bengasi, città roccaforte dei ribelli. Questa rivalità ha sin da subito evidenziato la storica divisione tra la Cirenaica – regione est della Libia – e la Tripolitania – regione ovest – mettendo in luce le rivalità interne al Consiglio.

La nascita ufficiale del Consiglio di transizione nazionale è datata 6 marzo e quel giorno Abdel-Jalil ne fu messo a capo, mentre Ghoga fu dichiarato suo portavoce. Il Consiglio ha trovato la sua legittimazione nel lavoro che ha svolto, a livello di controllo delle amministrazioni comunali, nella parte orientale del Paese, da quando la Libia è stata spaccata in due. Dei 31 membri del Consiglio di transizione si conosco solo nove nomi per motivi di sicurezza personale. Sono proprio questi nove uomini, però, a dichiarare apertamente che il movimento ribelle è mente e braccio di chiunque sia contro il regime di Gheddafi, tanto a est, quanto a ovest, e che il Consiglio di transizione nazionale è il vero unico rappresentante della Libia, anche a livello internazionale.

Per sostenere la causa dei ribelli, cercare supporto internazionale per la no-fly zone e ottenere effettivamente lo status di “rappresentanti dei ribelli”, Mahmoud Jebril, uomo di Abdel-Jalil, e Ali al-Essawi, ex ambasciatore libico e ministro degli Esteri, hanno viaggiato a marzo per varie capitali europee. Da Parigi, in effetti, è arrivata immediatamente la consacrazione. Nicolas Sarkozy ha riconosciuto per primo la validità del Consiglio di transizione nazionale come unico rappresentante del popolo libico e ha ampiamente dimostrato il suo impegno a sostegno dei ribelli con gli sforzi in prima linea della Francia nell’attuazione della no-fly zone. In breve Italia, Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e altri Paesi hanno esplicitamente o implicitamente riconosciuto il Consiglio di transizione come legittimo.

Le intenzioni dichiarate dei ribelli sono chiare: un’offensiva militare in grado di strappare la parte occidentale della Libia dalle mani di Gheddafi, con una conseguente e ovvia cacciata del Colonnello, riunificando il Paese con Tripoli capitale. Il tutto supportati dall’occidente, ben accolto nel sostegno militare diretto (mantenimento di una no-fly zone per garantire la superiorità bellica alle truppe terrestri dei ribelli) e indiretto (intelligence e rifornimento di armi), ma apertamente e dichiaratamente osteggiato nel caso in cui anche un solo soldato non libico dovesse mettere piede nel Paese.

A guidare le operazioni militari dei ribelli è Abdel Fattah Younis, ex ministro degli Interni. In principio il controllo militare era

Generale Abdel Fattah Younis
Generale Abdel Fattah Younis

affidato ad un altro uomo, Omar El-Hariri, ma Younis porta con sé, oltre che l’esperienza militare da generale e un buon consenso tra la popolazione, anche un altro importante fattore: è stato il primo ad essere avvicinato dal governo britannico all’inizio della ribellione libica. Che i SAS siano in Libia da più di tre settimane, è una notizia lanciata dal Daily Mirror e mai smentita. È dunque lecito ipotizzare che il nome di Younis, come referente militare delle forze ribelli, sia stato “caldeggiato” da Londra.

I problemi a livello militare dei ribelli sono però ben più seri di quanto sperassero a Bengasi. Se anche l’aviazione di Gheddafi venisse annientata, o quantomeno la sua operatività inibita, dall’operazione Odyssey Dawn, rimane il fatto che a terra si dovrebbero confrontare le forze disorganizzate dei ribelli e l’esercito lealista addestrato e fedele al regime. Fin quando a Tripoli siederà Gheddafi sarà dunque molto complicato, se non impossibile, per i ribelli conquistare la parte occidentale del Paese. Il sostegno al raìs è molto forte in Tripolitania e ogni città verso ovest, da Misurata in poi, potrebbe diventare un enorme ostacolo per le forze del Consiglio di transizione. In Sirte, città natale di Gheddafi e crocevia tra le due regioni del Paese, i ribelli potrebbero trovare la chiave di volta di quella che è oramai a tutti gli effetti una guerra civile. Gli scontri militari tra ribelli e lealisti fin qui avvenuti e la difficoltà nel controllo di diverse città costiere hanno ampiamente dimostrato quanto i ribelli abbiano difficoltà ad effettuare operazioni militari più complesse o efficaci di una semplice guerriglia fatta di raid e sporadici attacchi di artiglieria. Gheddafi ha, invece, messo in campo tutto il suo arsenale militare, spostando l’equilibrio del conflitto dalla sua parte, senza troppe perdite e in poco tempo. L’intervento occidentale ha forse riequilibrato la bilancia dei mezzi tecnici, ma permane uno squilibrio notevole nella qualità degli uomini in favore dei lealisti. Le truppe ribelli hanno, infatti, notevoli difficoltà a coordinare le operazioni. Nate all’interno delle principali città orientali (Ajdabiya, Al Bayda, Tobruk) all’inizio delle rivolte, queste milizie sono composte da militari disertori dell’esercito regolare e volontari civili. La più nota e organizzata tra queste è quella di Bengasi, strettamente legata al Consiglio di transizione.

Insomma, se la situazione politica risulta quantomeno consolidata nella definizione dei protagonisti, quella militare è assai più caotica. La volontà da parte dei ribelli di arrivare a Tripoli è giustificata e ovvia: senza la capitale non si governa la Libia e si rimane chiusi nei confini della Cirenaica e, soprattutto, senza arrivare a Tripoli, difficilmente si arriverà a Gheddafi. È dunque quantomai probabile che a breve si porrà a gran voce il dilemma dell’intervento militare sul suolo da parte dell’occidente, un’eventualità che spaventa moltissimo la “coalizione dei volenterosi” e che non rappresenta nel modo più assoluto il pensiero di coloro che sono oramai internazionalmente riconosciuti come rappresentanti del popolo libico.

 

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Comments
3 Responses to “Chi sono e cosa vogliono i ribelli libici?”
  1. andrea scrive:

    I SAS sono corpi armati d’elite, e fanno parte dell’esercito, come i nostri Incursori, i SEAL americani e gli Spetznatz russi, non appartengono ai servizi segreti!

  2. Grazie per la segnalazione, Andrea. L’articolo è stato corretto.

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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] in un’intervista ai media cinesi che il governo intende mantenere aperto il contatto con Bengasi, ossia con il Consiglio nazionale di transizione della Libia, l’organo esecutivo dei ribelli che combattono contro il regime di Muammar Gheddafi. Secondo [...]



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