Libia, chiaramente una guerra disordinata

Ammettere l’errore, senza chiedere scusa a nessuno. Questa la posizione della Nato sull’incidente di Brega (VIDEO) espressa dal contrammiraglio Russel Harding, vicecomandante dell’operazione Unified Protector. “Non sto chiedendo scusa. La situazione sul terreno era estremamente confusa e rimane estremamente confusa”. Harding, dunque, non presenta nessuna scusa per la probabile morte, quella almeno è stata ammessa, di “molti ribelli”, anzi, ribadisce che fino a ieri la Nato non era stata informata del possibile spostamento dei 17 carri armati ribelli colpiti dal raid aereo.

 

Brian Denton for The New York Times

All'obitorio dell'ospedale Jalaa di Bengasi, un ribelle piange sul corpo di un amico, uno studente di medicina, che lavorava come dottore, ucciso dal raid Nato - Brian Denton for The New York Times

A chi scrive sorgono spontanee due domande:

1-    I ribelli che non sparano sui civili e la Nato che protegge i civili da chi gli spara addosso (le truppe lealiste di Gheddafi) non hanno ancora trovato un canale comunicativo efficace in grado di coordinarsi ed informarsi delle reciproche azioni militari?

2-    Sappiamo da tempo, da altre guerre e altri errori, quanto sia difficile, ma possibile che i piloti Nato non siano davvero in grado, come ha sostenuto il contrammiraglio Harding, di capire dall’alto se le truppe che sta bombardando siano ribelli o lealiste? (VIDEO) E soprattutto, quali sono le regole d’ingaggio per gli attacchi aerei?

In attesa che la Nato chiarisca il suo errore, perché di quello si tratta, e nella speranza che vengano presto presentate delle scuse – sono stati uccisi degli uomini al fianco dei quali, ufficialmente o ufficiosamente, la Nato combatte la sua guerra contro Gheddafi – bisogna comunque tenere presente alcuni fattori che possono aver determinato l’errore di Brega.

Da quando i raid aerei dell’Alleanza Atlantica hanno iniziato a decimare le truppe lealiste, queste hanno imparato a mimetizzarsi con i ribelli o con la popolazione, indossando abiti civili e girando in gruppetti e a bordo di jeep, comuni automobili o mezzi leggeri. In più si riscontra un evidente errore, stavolta da parte sia della Nato che dei ribelli, nella totale mancanza di comunicazione.

I carri armati di Bengasi colpiti dal raid Nato erano stati in qualche modo annunciati nei giorni scorsi. Stando al New York Times i ribelli avevano annunciato che ci sarebbe stata una sorpresa sul fronte in questi giorni. Evidentemente la sorpresa è stata per tutti, Nato inclusa, la quale se informata con il dovuto anticipo, difficilmente avrebbe attaccato il convoglio ribelle diretto alla riconquista di Brega, caduta nelle mani delle forze pro-Gheddafi. Sempre il NYT riporta che il generale di Bengasi, Abdul Fattah Younes, sostiene di aver informato frequentemente la Nato degli spostamenti del convoglio e di aver specificato che comprendeva autobus e veicoli corazzati, tra i quali carri armati di fabbricazione russa T-55 e T-72. Uno dei superstiti del raid Nato ha dichiarato all’inviato del giornale americano che tutti i veicoli avevano issato il tricolore rosso, verde e nero dei ribelli.

Senza voler mettere in dubbio la buona volontà del pilota e concedendogli tutte le giuste scusanti del caso – è effettivamente complicato tramite gli strumenti di bordo assicurarsi in pochi secondi dell’identità del bersaglio – va comunque detto che non è il primo errore da parte della Nato e, se le cose continueranno così, non sarà neanche l’ultimo. D’altro canto i ribelli in primis dovrebbero iniziare a sviluppare un più efficace sistema di comando delle loro truppe e un coordinamento migliore nelle loro azioni. Da quanto continuano a testimoniare i reporter in Libia, i ribelli sono male armati, male organizzati, poco addestrati e non riescono a creare un fronte ordinato da contrapporre ai lealisti.

Dunque: i ribelli non sono in grado di organizzarsi e, come ha esplicitamente sostenuto il generale Carter Ham, comandante dello US Africa

Gen. Carter Ham

Command, durante la relazione al Congresso degli Stati Uniti di ieri, “direi che le probabilità sono assai basse”, riferendosi ad un assedio di Tripoli, con conseguente deposizione di Gheddafi, da parte dei ribelli. La Nato non sa a chi dar corda: gli americani, ufficialmente, si sono tirati fuori, i francesi vogliono intervenire a terra, i tedeschi pure, ma solo per fini umanitari, mentre gli inglesi ufficialmente eviterebbero entrambe le cose, ma non disdegnano di operare con le Sas in supporto dei ribelli e di partecipare con enfasi ai bombardamenti. Gli italiani sono in stato di totale confusione politica e ora, oltretutto, gli è arrivata la richiesta, supportata dalla Nato, da parte del Consiglio Transitorio di Bengasi (riconosciuto ufficialmente da Frattini il 4 aprile), di partecipare attivamente ai bombardamenti. In mezzo a tutto ciò, l’ormai celebre risoluzione 1973 dell’Onu, che prevedeva la no-fly zone per proteggere i civili, continua a stonare incredibilmente con i violenti attacchi alle truppe, corazzate e non, di Gheddafi condotti da parte della Nato.

Ammettere ciò che è oramai chiaro a tutti potrebbe rappresentare una svolta decisiva: l’occidente è in guerra per togliere la Libia di mano a Gheddafi. I ribelli – giacché loro muoiono a terra, non i figli di Parigi, Washington, Londra, Roma, etc. – vengano armati, addestrati e coordinati. La guerra venga vinta e la Libia data in mano a chi di dovere cosicché ognuno abbia i suoi proventi dal conflitto. Non si è sempre fatto così? Perché nasconderci dietro un dito? O dietro un errore?

 

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Comments
3 Responses to “Libia, chiaramente una guerra disordinata”
  1. isabella scrive:

    Ma qual’è la differenza tra il regime di Bashar al-Assad e quello di Gheddafi per far si che l’Occidente e la Nato si siano scatenati solo per eliminare il leader libico e non quello siriano? Non si tratta di regimi entrambi dittatoriali?
    Possibile che la motivazione sia solo unicamente il controllo del petrolio libico o la ridefenizione di partnership commerciali alternative a quelle finora esistenti? Per questo stanno morendo civili libici per fuoco amico, nemico e straniero?

    • Federico B scrive:

      Dalla mia ignoranza geopolitica, credo non ci siano altre motivazioni, e credo anzi che queste che tu hai scritto non siano nemmeno le più impensabili per cui scatenare una guerra. In sostanza, ci si è presi a colpi di machete per molto meno….

    • Purtroppo il pensiero che venga scelto come “campo di guerra” un Paese piuttosto che un altro in base agli interessi nazionali dei guerreggianti è più che giusto.
      Per quanto riguarda la Siria, si tratta di una nazione in perenne bilico. Oltre ad essere fortemente condizionata dal conflitto mediorientale tra israeliani e palestinesi, si trova, in questo momento anche su una delle direttrici di interesse di un Paese, la Turchia, caro alla Nato. Oltre che avere profondi contatti con l’Iran. Si andrebbe dunque ad intervenire in un contesto dai fragilissimi equilibri e con implicazioni ben più complesse della mera “ricerca petrolifera”.
      Si torna quindi al concetto primario: le guerre si scelgono per interessi nazionali e le istituzioni sovranazionali (Nato, Onu, etc.) non possono che “benedire” o “condannare” a parole una rivolta. Imbracciare i fucili e rischiare le vite dei soldati (voti) o mettersi alla guida di costosi aeroplani e sganciare costose bombe e missili, è sempre frutto di un preciso calcolo economico e politico in cui spesso il gioco non vale la candela.

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