Editoriale 15 aprile – Le rivolte in Medio Oriente: Oman

L’Oman è uno dei più piccoli fra gli Stati facenti parte della Penisola arabica. È poco esteso, con una scarsa entità demografica e con minori riserve di petrolio rispetto ai vicini, non per questo, però, è meno importante nello scacchiere dell’area del Golfo persico. Alla guida del Paese c’è da 41 anni il sultano Qaboos Bin Said, che rovesciò il potere costituito di suo padre con un colpo di stato. L’Oman è uno dei Stati dove sono arrivati gli strascichi delle rivolte del nord Africa: diverse manifestazioni sono state messe in atto a Muscat, la capitale, e nella città portuale di Sohar.

Ma come è stato sino a ora il regime del sultano Qaboos? Di certo differente da quello di alcuni suoi vicini chiusi all’Occidente: l’Oman è riuscito, infatti, nel corso del tempo a consolidare le i suoi rapporti internazionali non solo con gli altri Stati dell’area ma anche come Usa e Stati europei. Qaboos ha cercato sin da subito di superere l’isolazionismo che contraddistingueva tutta la regione investendo i proventi della vendita del petrolio nello sviluppo di infrastrutture ma anche nel ramo dei servizi come la salute e l’educazione. Evidentemente il sultano, o chi per lui se n’è occupato, ha saputo reggere diverse situazioni diplomatiche importanti: ha mantenuto i rapporti con l’Egitto dopo la pace con Israele, uno dei pochi Paesi arabi a farlo; nella guerra Iraq-Iran degli anni ’80 ha saputo tenere il piede in due scarpe continuando a dialogare con entrambi; ha contribuito alla fondazione del Gulf Cooperation Council nel 1981, ha tenuto a distanza l’Unione sovietica in piena ottica di sguardo verso le potenze occidentali. In questo momento, inoltre, l’Oman è attivo in Asia, sia con il Kazakhstan con il quale c’è in atto il progetto di costruzione di un oleodotto, ma soprattutto con la Cina con la quale, in seguito a una serie di accordi firmati nel 2010, il Paese arabo ha aumentato la collaborazione in diversi settori.

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