Le pressioni delle compagnie petrolifere per l’invasione in Iraq. Trovati i memorandum

Immaginare che la guerra in Iraq fosse stata fatta per il petrolio era facile. Leggere le parole dei vertici delle compagnie petrolifere che incitano alla guerra per poter partecipare al banchetto dei contratti post-crisi è tutt’altra faccenda. Un articolo firmato da Paul Bignell per The Independent (Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq) mette a nudo i rapporti tra il governo britannico e le compagnie petrolifere all’epoca dell’invasione dell’Iraq nel 2003.

Più di mille documenti sono stati raccolti in cinque anni dall’attivista Greg Muttitt. Una serie di verbali di riunioni tra i ministri di Londra e i dirigenti delle compagnie petrolifere, dimostrano i frequenti colloqui avvenuti tra le due parti con un unico argomento: il petrolio dell’Iraq. Questi documenti, comparati con le dichiarazioni delle compagnie petrolifere all’epoca delle contestazioni per l’intervento della Gran Bretagna in Iraq al fianco degli americani, espongono al ridicolo quelle parole, ripetute in quei mesi talmente tante volte da risultare noiose. Bignell scrive nell’articolo:

La fiorente industria petrolifera irachena
La fiorente industria petrolifera irachena

Nel marzo 2003, poco prima che la Gran Bretagna entrasse in guerra, la Shell dichiarava che i rapporti che sostenevano suoi colloqui con Downing Street riguardo il petrolio iracheno erano “altamente imprecisi”. La BP negava di avere alcun “interesse strategico” in Iraq, mentre Tony Blair bollava la “teoria del complotto del petrolio” come “la più assurda”.

Per quanto si può leggere sui verbali citati dal The Independent, la situazione era ben diversa. La paura delle compagnie petrolifere britanniche era quella di essere lasciate fuori dai futuri dividendi dei giacimenti iracheni, per i quali il governo americano aveva già trovato parziali accordi con francesi e russi. Nel verbale di una riunione del 31 ottobre 2002 tra BP, Shell e BG si legge chiaramente:

“La baronessa Symons [all’epoca ministro del Commercio, ndr] ha convenuto che sarebbe difficile giustificare una perdita di terreno nei confronti delle aziende britanniche in Iraq, se il Regno Unito fosse un fervente sostenitore del governo americano durante la crisi”.

Nello stesso ottobre del 2002, a seguito di un altro incontro, l’allora ministro degli Esteri per il Medio Oriente, Edward Chaplin, osservava:

“Shell e BP non possono permettersi di non partecipare [in Iraq] per il bene del loro futuro a lungo termine… Eravamo determinati ad ottenere un’abbondante fetta per le aziende del Regno Unito nell’Iraq post-Saddam”.

La crescente preoccupazione della BP derivava dalla consapevolezza che se Washington avesse confermato come validi gli accordi esistenti tra la francese TotalFinaElf e Saddam Hussein, la compagnia parigina sarebbe diventata leader mondiale nel settore petrolifero. Scrive Bignell: “La BP ha detto che il governo era disposto a correre grandi rischi pur di ottenere una quota delle riserve irachene, le seconde più grandi del mondo”.

La 59enne signora Symons, dopo aver lavorato come consulente in una banca d’affari che ha raccolto i proventi dei contratti per la ricostruzione dell’Iraq, ha interrotto il suo lavoro come consulente non pagata per il National Economic Development Board per la Libia, non appena Muammar Gheddafi si è messo a sparare sui manifestanti e quando le SAS britanniche avevano già messo piede nel Paese nord africano.

Pozzi di petrolio iracheni in fiamme
Pozzi di petrolio iracheni in fiamme

L’articolo di Bignell riporta una serie di dichiarazioni rilasciate prima della guerra:

Foreign Office Memorandum, 13 novembre 2002, dopo la riunione con BP: “L’Iraq è la grande prospettiva per il petrolio. Alla BP sono disperati per la paura di non arrivarci e impauriti che gli accordi politici neghino loro la possibilità di competere. Il potenziale a lungo termine è enorme…”

Tony Blair, 6 febbraio 2033: “Vorrei solo affrontare la questione del petrolio perché… la teoria della cospirazione del petrolio è onestamente una delle più assurde se la si analizza. Il fatto è che, se il petrolio dell’Iraq fosse la nostra motivazione, potremmo probabilmente trovare un accordo sul petrolio con Saddam domani. Non è il petrolio la questione, sono le armi…”

BP, 12 marzo 2003: “Non abbiamo alcun interesse strategico in Iraq. Certo non stiamo spingendo per un coinvolgimento”.

Lord Browne, in seguito amministratore delegato della BP, 12 marzo 2003: “Una guerra per il petrolio non è interesse mio, né della BP. L’Iraq è un importante produttore, ma deve decidere cosa fare con il suo patrimonio e il suo petrolio”.

Shell, 12 marzo 2003, dichiara che i rapporti secondo i quali aveva discusso di petrolio con Downing Street sono “altamente imprecisi” e aggiunge: “Noi non abbiamo né chiesto né partecipato alle riunioni con funzionari del governo britannico sul tema dell’Iraq. La questione è venuta fuori solo durante le normali riunioni che teniamo di volta in volta con i funzionari… Noi non abbiamo mai chiesto contratti”.

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