Libia parla Obeidi: dialogo con i ribelli, stop ai raid
Libere elezioni sotto la supervisione Onu entro i prossimi sei mesi. È questa la possibilità palesata da Abul Ati al-Obeidi, ministro degli Esteri della Libia dopo la dipartita di Moussa Koussa. Secondo Obeidi, infatti, il regime sarebbe disposto a considerare un governo provvisorio nazionale che potrebbe essere organizzato prima delle elezioni.
Il ministro ha sottolineato che ci sono state diverse discussioni riguardo la scelta da fare sul leader Muammar Gheddafi: deve restare o farsi da parte? E, se resta, con quale ruolo? In questo momento questa è la questione cruciale tra il regime e l’opposizione che ha chiesto a più riprese la dipartita del raìs. La posizione del ministro, un po’ a sorpresa, è stata parecchio conciliante, soprattutto in seguito alle domande incalzanti dei media inglesi e americani che ha ricevuto nel suo ufficio a Tripoli: “Non si tratta di decidere se sia giusto perseguire la nostra direzione o la loro, quello che conta è trovare una strada da percorrere assieme ai nostri fratelli”.
Parole accomodanti, insomma, quelle del politico libico, ma anche decise riguardo la questione internazionale: “Gli Usa, la Gran Bretagna e la Francia a volte si contraddicono quando parlando di democrazia. Quando si tratta della Libia sono loro a dire che Gheddafi dovrebbe abbandonare il suo ruolo di guida, ma fare ciò non è compito di un altro capo di Stato, quanto più del popolo libico, altrimenti si va contro il principio della democrazia“. Sia gli Usa che la gran parte dei Paesi europei hanno chiaramente fatto capire che il Colonnello deve cedere il potere come opzione primaria per qualsiasi soluzione diplomatica per porre fine alla guerra civile che ha diviso il territorio libico negli ultimi due mesi.
La posizione dei ribelli, ancora costretti nella parte orientale del Paese, è la medesima: Gheddafi deve lasciare il potere come pre-condizione per iniziare dei colloqui di pace. Anche quando gli attori diplomatici dell’Unione africana hanno proposto una soluzione negoziata, questa è stata categoricamente respinta dai ribelli poiché prevedeva un persistente ruolo di Gheddafi alla leadership.
Obeidi ha calcato la mano sui Paesi occidentali: “Che vuol dire cessare il fuoco? Gran Bretagna, Francia e, in parte, anche gli Usa stanno continuando ad agire nonostante il “cessate il fuoco” armando l’opposizione”. Nonostante, infatti, la coalizione occidentale abbia deciso di seguire il piano dell’Unione africana, che prevede il “cessate il fuoco”, la consegna di aiuti umanitari, la protezione dei cittadini stranieri in Libia e l’impostazione di un dialogo tra le parti, gli Stati occidentali starebbero agendo in altro senso, istigando le mire da insorti dei ribelli. Il ministro continua la sua invettiva contro l’Occidente, indicando Regno Unito e Francia come i principali ostacoli al processo di pace possibile. La scelta di questi due Paesi di offrire assistenza militare ai ribelli inviando una squadra di consiglieri militari a Bengasi è un evidente tentativo, secondo lui, di prolungare il conflitto.
Secondo il ministro il governo libico era pronto a negoziare in seguito alla proposta di “cessate il fuoco”, coinvolgendo tutte le parti in causa, anche la Nato, e sotto il controllo degli osservatori internazionali: “Un vero “cessate il fuoco” servirebbe ad avere un vero dialogo tra libici, ma a queste condizioni è impossibile”. Se la Nato cesserà le incursioni aeree, i libici sarebbero in grado di risolvere le loro divergenze: “Siamo tutti libici, il loro sangue è libico (riferito ai ribelli)”. Qualche dubbio su queste parole permane: come risolverebbero queste divergenze? Considerati, inoltre, i toni belligeranti della maggior parte degli altri funzionari governativi che parlano dei ribelli come “bande armate” e “terroristi”, quale valore hanno queste parole e il tono conciliante di Obeidi?
La risposta la danno i fatti. Alle parole del ministro, infatti, fanno da contraltare le azioni di forza del governo libico che ha continuato ad assediare la città di Misurata, controllata in parte dai ribelli. Le organizzazioni umanitarie stanno intensificando gli sforzi per portare i rifornimenti essenziali per la città ed evacuare le persone intrappolate nel fuoco incrociato dei combattimenti. Testimoni parlano di un uso continuato, da parte delle truppe governative di missili Grad, razzi Katyusha e bombe a grappolo, oltre che la consolidata pratica del fuoco sui civili tramite i cecchini sui tetti dei palazzi. E Obeidi l’ha detto: “Il loro sangue è libico…”.








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