Siria: per Assad è tempo di fare una scelta

Un'immagine delle proteste nella città di Daraa in Siria

È sotto gli occhi di tutti l’incapacità del regime in Siria di placare i disordini che stanno attraversando il Paese e che si sono intensificati negli ultimi giorni con un’ampia diffusione territoriale delle proteste. Nel frattempo, un certo numero di attori regionali sta cercando di sfruttare i punti deboli e vulnerabili del regime per cercare di portare avanti i propri interessi nell’area. In quest’ottica si possono spiegare le recenti, e crescenti, tensioni tra l’Iran e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita.

Il governo siriano, sino a ora, ha utilizzato una politica che metteva in risalto l’importanza delle figure guida dell’establishment e, nel contempo, annullava qualsiasi alternativa, ritenuta non valida e incapace di tenere in piedi il Paese. Si tratta, comunque, di una metodologia che ha avuto effetti più che positivi per chi l’ha sperimentata se si considera che l’attuale regime è in piedi dal 1963, in seguito a un colpo di Stato, e che, a oggi, in Siria non c’è una reale alternativa alla famiglia Assad. Senza contare che ci sono, inoltre, un sacco di reti clientelari troppo legate a questo regime e che non vogliono una dipartita del governo. Ricordiamo, infatti, che alle radici delle proteste c’è la maggioranza sunnita conservatrice e i grandi attori della regione non sono assolutamente convinti e sicuri sulle scelte che potrebbe fare un governo a maggioranza sunnita in politica estera. Questo punto è la maggiore fonte di preoccupazione per i Paesi dell’area che sono interessati alla diffusione del settarismo religioso, non solo in Libano, con cui la Siria ha importanti interessi, ma anche in Iraq. L’agitazione dei crudi nel nord-est del territorio siriano potrebbe sconfinare in Turchia e gettare benzina nel nord dell’Iraq, dove la miccia è stata già accesa con atti protesta abbastanza significativi.

Considerati tutti questi fattori, si può comprendere perché Turchia, Israele e Usa, in sostanza gli Stati occidentali e filo-occidentali con maggiori interessi in Siria, non stanno apertamente sostenendo un cambio di regime nel Paese mediorientale, ma anzi hanno diversi motivi per preoccuparsi delle conseguenze nella regione in seguito a un crollo del regime. C’è poi chi vede in questa possibilità una grande opportunità: i sauditi, in primis, accusati da Bashar al-Assad di essere tra gli istigatori della rivolta, che hanno cercato a lungo e di costringere Damasco a entrare nel consenso arabo, tagliando, quindi, i suoi legami con Iran e Hezbollah. Questa necessità è diventata una priorità nel momento in cui le tensioni tra Teheran e i Paesi del Golfo è notevolmente aumentata dall’inizio della primavera araba. E l’accusa di Assad, date queste condizioni, non risulta così impossibile da sostenere: quando Assad, infatti ha puntato il dito contro i sauditi e gli altri Stati del Cgc, da Riyadh hanno risposto dicendo che se la Siria avesse deciso di tagliare i propri rapporti con Iran e Hezbollah ci sarebbe potuto essere un allentamento della tensione interna.

Quale scelta per la Siria quindi? Continuare a respingere le pressioni estere per mantenere saldi i suoi rapporti con Teheran e Hezbollah vorrebbe dire dare una ragione in più a questi attori per cercare un’alternativa al regime di Assad. A Damasco, d’altronde, potrebbero anche decidere di accettare tali richieste, ma con quali conseguenze? L’Iran in Siria ha messo radici e anche in maniera profonda. A Teheran considerano l’interesse a mantenere una partecipazione forte nella regione del Golfo per poter tenere così alta la minaccia verso Israele una punto prioritario della loro politica estera, e la Siria rappresenta una piattaforma fondamentale. Per questo motivo, infatti, l’Arabia Saudita e altri Stati hanno investito con denaro sonante in Siria, così da portare fuori i siriani da questo rapporto privilegiato. Vista poi la grande dimensione indigena di queste proteste non c’è alcuna garanzia per Assad che il rispetto delle richieste straniere possa davvero allentare le tensioni dentro casa.

La posizione siriana, dunque, resta indubbiamente molto complicata. Difficile ipotizzare se la caduta del regime sia imminente o meno, molto dipende da quanto si riesce a tenere insieme l’esercito e le notizie giunte ieri da Daraa risultano abbastanza importanti. Pare, infatti, che nei combattimenti di ieri nella città del sud del Paese ci sia stato anche uno scontro tra due reparti diversi delle forze armate siriane, l’esercito regolare e le forze speciali. La rissa interna sarebbe iniziata nel momento in cui i soldati dell’esercito regolare si sarebbero rifiutati di aprire il fuoco sui manifestanti. A queste condizioni, se ciò dovesse essere confermato, è evidente come la capacità d’azione del regime si potrebbe andare restringendo sempre di più con il passare del tempo.

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One Response to “Siria: per Assad è tempo di fare una scelta”
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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] civile (di questo si tratta) in Libia, agli scontri in Oman e alle crisi in Bahrein, Yemen e Siria. Vogliamo tralasciare per un attimo i vari interessi collaterali, sicuramente presenti e ingerenti, [...]



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