Siria: l’Onu minaccia e Assad non ascolta

Il consiglio di 15 membri dell’Onu ha respinto una bozza di proposta giunta da Francia, Gran Bretagna, Germania e Portogallo, con la Russia in prima fila, con la motivazione che gli avvenimenti in Siria non rappresentano una minaccia per la pace globale. Nel sud del Paese, intanto, 200 membri del partito di governo, il Baath, hanno rassegnato le proprie dimissione in seguito alle violenze avvenuta a Deraa.

L'ambasciatore russo all'Onu Alexander Pankin

Alle Nazioni Unite, la Cina e l’India hanno invitato la comunità internazionale al dialogo politico e alla risoluzione pacifica della crisi, ma si sono esentate dal condannare le violenze del regime di Bashar al-Assad. Alexander Pankin, ambasciatore russo all’Onu, ha dichiarato, invece, che la reale minaccia nella crisi siriana sarebbero “interferenze esterne ” che potrebbero destabilizzare tutta l’area regionale. Mosca, dal canto suo, è sempre più in opposizione con l’azione militare in Libia, in quanto le operazioni militari contro le forze di Muammar Gheddafi sarebbero andate ben oltre l’applicazione della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza. A questo si aggiunga il punto di vista dell’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Jaafari, il quale ha dichiarato che il suo governo avrebbe resistito a qualsiasi intervento esterno nei propri affari.

La sostanza è che, per ora, l’Onu non ha dato una grande risposta alle rivolte di tutto il mondo arabo, lasciando che le varie situazioni si dipanassero da sole, a parte in Libia dove il gioco-forza si è fatto troppo complicato anche per il Palazzo di vetro. L’ambasciatore statunitense Susan Rice ha chiesto al regime siriano di fermare le violenze, definite aberranti, e ha invitato la comunità internazionale ad agire. Ma per ora ci si limita a delle sanzioni, già intimate da Usa e dagli Stati europei qualora questi atti di repressione non vengano meno. La volontà europea, dal documento proposto al Consiglio di sicurezza, sarebbe di far partire un’inchiesta indipendente per indagare sulle morti avvenute durante gli scontri nella proteste.

Il governo del presidente Assad contesta, però, la visione occidentale riguardo al fatto che le manifestazioni siano state non violente. In una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale, Assad ha dichiarato di aver inviato truppe in diverse città su richiesta dei cittadini, preoccupati dalla presenza di “estremisti armati”. Di contro, le voci dell’opposizione continuano a sostenere che le proteste sono state assolutamente pacifiche.

La pagina Twitter di Wissam Tarif, l'attivista per i diritti umani in Siria

In questo momento, purtroppo, l’assenza di comunicazioni dalla città di Deraa impedisce di dare una chiara visione dei fatti. Secondo Amnesty International dei testimoni oculari avrebbero dichiarato di aver visto dei cecchini sparare a dei feriti che giacevano inermi per strada, mentre altri cercavano di portarli in salvo. La scorsa settimana, il direttore dell’organizzazione per i diritti umani Insan, Wissam Tarif, ha documentato il caso di un soldato ucciso per essersi rifiutato di sparare sui manifestanti a Banias. L’esercito aveva accusato gli islamisti radicali per la sua morte, ma diverse persone presenti al funerale hanno parlato apertamente di azione diretta delle forze di sicurezza.

Sempre nella settimana passata, le attività dell’Onu riguardo la Siria si sono limitate a fissare un incontro di emergenza per prendere in considerazione un progetto di risoluzione della crisi e per chiedere ad Assad la fine immediata della repressione. Il testo del verbale invitava, inoltre, alla Siria di revocare il divieto di accesso ai media stranieri e le restrizioni messe in atto su internet e sui sistemi di telecomunicazione. Non ci sembra che Assad li abbia ascoltati.

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