Editoriale 3 maggio – Le rivolte in Medio Oriente: Yemen
Da tre mesi in Yemen si protesta contro il regime del presidente Ali Abdullah Saleh. Le prime manifestazioni sono iniziate a Sanaa, la capitale del Paese mediorientale, ma ancora oggi non si è riusciti a giungere a una risoluzione della crisi. In questo momento, infatti, Saleh è riuscito a conservare quel sostegno sufficiente per continuare a ritardare la sua dipartita dal potere tanto incoraggiata dalle opposizioni. Allo stesso tempo, però, l’autorità dl presidente al di fuori del territorio della capitale è in diminuzione, date le sempre più numerose azioni di vari gruppi di ribelli.
La prospettiva di una lunga lotta politica per Saleh sarebbe un vero colpo di fortuna, secondo gli Usa, per al Qaeda che potrebbe espandere le sue attività nella Penisola araba. Saleh, infatti, è stato da sempre un vassallo statunitense nella regione e un importante alleato in veste anti-terroristica. La situazione che si verrebbe a creare, qualora venisse smantellato il regime di Saleh nella sua totalità, sarebbe molto complicata da gestire per Washington: nella migliore delle ipotesi si andrebbero a perdere anni di investimenti americani nella cooperazione yemenita contro al Qaeda; nella peggiore, ossia una guerra civile, il radicalismo islamico avrebbe possibilità di guadagnare terreno nell’area grazie all’assenza di un forte potere legittimo di contrasto. Ad aumentare le paure americane sono state le azioni di un gruppo jihadista islamico di nome Aden-Abyan che di recente ha messo in atto un raid su un grande deposito di armi a Jaar, città della provincia meridionale.







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