Usa e Pakistan: perché uccidere bin Laden è stato utile a tutti

Il presidente del Pakistan, Ali Asif Zardari

L’uccisione di Osama bin Laden in territorio pakistano ha riportato in auge la questione molto delicata dei rapporti tra Washington e Islamabad, forse mai così freddi come negli ultimi mesi. L’operazione dei Seals americani che ha portato alla morte dell’ex leader di al Qaeda è stata solo secondo Asif Zardari, il presidente del Pakistan, una manovra diretta statunitense della quale le autorità pakistane erano all’oscuro. Difficile credergli. Una cooperazione c’è stata e sarebbe interessante capire il prezzo pagato per tale atto. Non parliamo di soldi, o meglio non solo: la cattura o morte di Osama bin Laden non hanno nessun valore realmente quantificabile in una cifra definibile per gli Usa.

Mentre Zardari, nella giornata di ieri, lanciava smentite tra la televisioni e le pagine del Washington Post, chi tace sono le due figure di spicco dell’apparato militare pakistano: il generale Kayani, capo delle Forze armate, e il generale Pasha, direttore dell’Isi, la più importante divisione dei servizi di intelligence pakistani. Il silenzio in questo caso è quanto mai utile a non dare giustificazioni: ammettere di aver dato il consenso agli Usa per compiere l’ennesimo intervento militare in aperta violazione della sovranità nazionale pakistana non è certo la migliore delle pubblicità. A Islamabad e dintorni la popolazione non riesce a vedere di buon occhio lo scomodo alleato statunitense al quale si sente legata solo da un rapporto di forza e convenienza reciproca.

Resta poi aperta la questione più recente sorta dopo il caso di Raymond Davis, l’agente americano che uccise a Lahore due motociclisti colpevoli, a suo dire, di avergli tagliato la strada, con vicenda insabbiata tramite un pagamento dei parenti delle vittime, riguardante la presenza delle truppe americane sul territorio pakistano. Poco più di due settimane fa, le autorità del Paese avevano chiesto a Washington di rimpatriare i propri agenti della Cia e delle forze speciali. Un rapporto, quindi, in una fase come questa abbastanza delicata, quello tra le due forze di ingelligence, prevedeva il passo indietro di qualcuno: gli Usa potevano anche uscire perdenti dall’episodio Davis, ma Islamabad non poteva certo rifiutare gli aiuti anti-terrorismo americani.

Il presidente americano Barack Obama tra il presidente Hamid Karzai, a sinistra, e Ali Asif Zardari sulla destra

Il pezzo forte della posta tra i due attori in scena, però, potrebbe essere stato un altro, una sorta di terzo incomodo di cui non ci si può dimenticare: l’Afghanistan. Uno dei nodi più difficili da sciogliere per l’amministrazione Obama, potrebbe aver trovato una soluzione grazie alla morte di Osama bin Laden. Gli Usa, infatti, per portare avanti il progetto tanto ostentato dal presidente in campagna elettorale di una riduzione delle forze militari dal territorio afghano, per poi giungere a un definitivo ritiro, avrebbero concesso più libertà d’azione al Pakistan su Kabul, facendo diventare così Islamabad, con l’aiuto magari dei cinesi, il nuovo tutore dell’area e garantendo, allo stesso tempo, la sicurezza internazionale. Da tempo oramai, i pakistani si erano impegnati per svincolare l’Afghanistan dal controllo americano e anche i contatti avvenuti il mese scorso tra una commissione pakistana in visita a Kabul, guidata dal premier Gilani, e Hamid Karzai, il presidente afghano, erano indirizzati in questo senso con tanto di sguardo a est verso Pechino.

Il discorso ha senso anche dal punto di vista americano, soprattutto sul piano temporale. Due settimane fa è stata annunciata il valzer delle poltrone negli uffici della Difesa americani: il segretario della Difesa Robert Gates si è ritirato di buon grado dopo l’annuncio dell’anno scorso e David Petraeus diventerà direttore della Cia al posto di Leon Panetta, occupato nelle mansioni del dopo-Gates. Lo spostamento da quest’asse di Gates e Petraeus toglie di mezzo i principali detrattori alle riduzioni militari sul territorio afghano.

In questo gioco delle parti, ecco che la morte di bin Laden assume un senso tutto nuovo. Grazie alla fine di questa minaccia, o meglio presunta tale, gli Usa possono uscire dal teatro di Kabul in maniera semi decente, gli americani tanto sono ancora in festa per la morte di Osama, e proprio l’uccisione, non casuale ma pianificata, del terrorista permette ai pakistani di dormire sonni tranquilli, sicuri del fatto che, senza un processo che avrebbe reso bin Laden protagonista assoluto, non potranno essere smentiti nelle loro pubbliche dichiarazioni dalle parole del leader di al Qaeda.

Resta, comunque, la possibilità che i pakistani tendano, dopo aver acquisito il potere in Afghanistan, a disattendere gli accordi presi. Per questo, Washington potrebbe decidere di mantenere comunque un limitato dispiegamento di forze sul territorio, benché l’amministrazione Obama continui a escluderlo, che sarebbe del tutto accettabile anche dall’opinione pubblica. Ovviamente, ci sono anche altre possibilità, come per esempio favorire un nuovo equilibrio nell’area retto dalle intenzioni dell’India di diventare un attore importante oltre i propri confini in tutta la regione. In un caso, o nell’altro, sembra che, almeno stavolta, gli americani caschino sempre in piedi.


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