Siria: continuano proteste e repressioni ma la Clinton parla di riforme possibili (VIDEO)
È stata un’altra settimana difficile in Siria. Sono ben 827 i morti conteggiati dall’inizio delle proteste, cominciate a metà marzo, contro il presidente Bashar al-Assad. A denunciare questi dati è l’Associazione siriana per i diritti umani Sawasia nel suo ultimo rapporto. Il bilancio è aggiornato al 29 aprile e comprende sia i civili, morti negli scontri, sia i militari, uccisi dai loro colleghi perché considerati disertori. Oltre 200 di queste persone sarebbero morte a Deraa, il vero e proprio fulcro dell’intera mobilitazione.
In questo momento, truppe e carri armati sono situati proprio a Deraa, dove Sawasia afferma che ci sono stati dieci giorni di massacro. I manifestanti avevano promesso di mettere in piedi per il venerdì un “giorno di sfida” all’ordine costituito. Migliaia di loro si sono scontrati con le forze di sicurezza all’esterno di una moschea nel centro di Damasco, dopo la preghiera del venerdì. Situazioni sensibili sono avvenute anche a Darbasisya, Amouda e Zabadani, così come in altre città vicino Deraa. Anche alla periferia di Damasco e nella città costiera di Baniyas, gli scontri non sono mancati.
Secondo alcuni testimoni, a Homs le forze di sicurezza hanno sparato sui dimostranti e dieci, tra soldati e poliziotti, sono stati uccisi perché rifiutatisi di sparare contro i civili. Diversa la versione dell’agenzia di stampa statale siriana, Sana, che ha dichiarato come l’uccisione dei militari sia avvenuta per mano dei terroristi che stanno mettendo a soqquadro il Paese. Nessuno di questi rapporti, purtroppo, può essere verificato in modo indipendente visto che i giornalisti stranieri non sono ammessi in Siria. Numerosi posti di blocco sono stati istituiti a Damasco e in altre città calde. Una presenza militare pesante è stata rilevata a Homs e Baniyas. Proprio da questa città, si è parlato di centinaia di famiglie in fuga per il terrore che la città diventasse come Deraa e venisse presa d’assedio.
Gli Usa hanno promesso una “forte risposta internazionale contro il governo di Damasco se le repressioni non termineranno. Dopo aver definito queste violenze “deplorevoli”, il governo americano ha chiaramente precisato di voler prendere delle misure ulteriori qualora questi spargimenti di sangue non dovessero cessare. La posizione di Assad, intanto, non cambia: egli continua a sostenere che pratiche sono lecite e utilizzate contro terroristi criminali. Tra queste misure, ricordiamolo, ci sono anche arresti, circa 8000, e violenze di massa.
L’Unione Europea vuole imporre il divieto di viaggiare e il congelamento dei beni per almeno 14 importanti personalità del governo siriano, e questo a causa della loro partecipazione attiva nelle pratiche repressive. Gli Usa hanno confermato di volersi schierare a favore di questa posizione. Gli ambasciatori dell’Ue, riuniti a Bruxelles, hanno parlato anche di una serie di misure punitive tra cui l’embargo e una sospensione degli aiuti al Paese. Le sanzioni dovrebbero entrare in vigore a fine mese dopo che saranno riconosciute formalmente dai vari capi di governo. Nel frattempo, Jay Carney, portavoce della Casa Bianca ha parlato della necessitò di “cambiamenti significativi” per la Siria che, se non dovessero avvenire, porterebbero a una reazione americana, anche se non ben specificata. La fine delle uccisioni, degli arresti, delle violenze e un processo di riforma politica, sono tra i punti elencati da Carney come assolutamente necessari per il Paese. L’Onu ha dichiarato l’accettazione da parte della Siria di consentire l’accesso ai team umanitari all’interno del territorio.
In tutto il Paese, i manifestanti hanno chiesto maggiori diritti politici e delle libertà personali. Si invoca, inoltre, alla caduta del regime dopo le pesanti repressioni subite. Per il governo di Assad, queste proteste rappresentano la sfida più difficile da quando nel 2000 è succeduto al padre Hafez. Solo negli ultimi giorni, però, la comunità internazionale si è attivata per fermare, o almeno tentare, le pratiche repressive del presidente siriano. Teniamo, intanto, presente che nelle sanzioni rivolte ai funzionari siriani non includono il presidente. La Siria, inoltre, può ancora ambire ad avere un seggio nel Consiglio per i Diritti Umani: lo Stato mediorientale, infatti, non ha ancora ritirato la sua candidatura. Paradossale la posizione degli americani, forse ancora in fase post-sbornia dalla morte di bin Laden, viste le parole del segretario di Stato Hillary Clinton che, nella sua visita in Italia, ha dichiarato che in Siria le riforme sono possibili e che, per questo motivo, non si è ancora intervenuti in maniera diretta come in Libia. Parole che fanno da contraltare a quelle del portavoce Carney. Forse è il caso di mettersi d’accordo.








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