Morto bin Laden, il nuovo pericolo per gli Usa si chiama Aqap e si nasconde in Yemen

Una cartina di Stratfor che mostra la possibile dislocazione dell'Aqap sul territorio yemenita

La morte di Osama bin Laden ha mandato in uno stato di delirio di massa il popolo americano. A prescindere o meno dalla reale valenza di questi festeggiamenti, la realtà è che ne l’ex terrorista, ne al Qaeda, sono stati fonti di preoccupazione effettiva negli ultimi anni per il governo americano. Diverso il discorso quando si parla dell’Aqap, la propaggine di al Qaeda che opera nella Penisola arabica e che ha la sua base principale in Yemen.

La situazione attuale dello Yemen non è molto differente da quella dell’Afghanistan di dieci anni fa. Uno Stato assente con un governo centrale al collasso, l’economia è inesistente e nella popolazione circola un forte sentimento anti-americano, l’acqua pulita è in fase d’esaurimento mentre, al contrario cresce la natalità e regna l’analfabetismo. Non stiamo parlando del Paese dei sogni, è evidente. In questo contesto, l’Aqap ha trovato terreno fertile per insediarsi e riuscire a mimetizzarsi con grande facilità. Nata da ciò che restava della sezione iraqena di al Qaeda, grazie al lavoro comune dei sui leader, per lo più sauditi e yemeniti, l’Aqap ha tentato di rifugiarsi in Arabia Saudita. Riyadh, però, ha lanciato la sua controffensiva contro il terrorismo.

L’Aqap, quindi, costretta a rifugiarsi in Yemen ha iniziato la sua attività: nel 2008 alcuni dei suoi militanti hanno attaccato l’ambasciata americana a Sana’a, la capitale dello Stato yemenita, uccidendo undici persone. Nel 2009, un membro anziano dell’Aqap ha offerto la propria resa e si è dimostrato pronto a trattare per cedere informazioni: dopo aver richiesto e ottenuto un colloquio con il principe Muhammad bin Naif Al Saud, esponente del ministero degli Interni saudita con delega alla Sicurezza, il terrorista si è fatto esplodere tramite una telefonata che ha innescato l’ordigno che teneva nascosto nelle mutande, non riuscendo, però, a uccidere il principe. Solo un anno dopo, uno studente nigeriano, utilizzando uno stratagemma simile ha cercato di far saltare in aria un volo della Northwest Airlines mentre l’aereo era diretto negli Usa.

Un dato interessante è la “fuga” di 36 americani ex detenuti che, convertitisi all’Islam in carcere, si sono trasferiti in Yemen nel 2009 con l’intenzione dichiarata di studiare l’arabo. Secondo alcuni dati della polizia federale, in realtà, questi individui sono stati tutti destinati a un campo di formazione dell’Aqap nell’area orientale del Paese. Ovviamente, la veridicità di questi timori non è stata mai dimostrata.

Nel 2010, una commissione del Senato per gli Affari Esteri ha pubblicato un rapporto in cui si parla del terrorismo radicato in Yemen, considerato uno Stato emergente fallito. Il problema è che, un anno fa, non c’era il pericolo reale di un crollo del sistema politico che oggi, invece, è la realtà dei fatti. La maggior parte delle zone periferiche alla capitale sono impegnate in ribellioni, sono ingovernabili e, di conseguenza, sono finite sotto il controllo dell’Aqap. Il controllo del presidente, Ali Abdullah Saleh, sul Paese è poco più che circoscritto ai dintorni di Sana’a.

La situazione economica dello Yemen è quanto mai preoccupante: sino a ora Saleh ha fatto campare il suo entourage grazie agli aiuti antiterrorismo americani e, ovviamente, al petrolio, che corrisponde al 75% del reddito interno. Ma l’oro nero non è per sempre, e le riserve del Paese sembrano destinate a esaurirsi entro il 2017: in questo momento, quindi, la reale possibilità di risolvere la crisi in corso sta nel pianificare una transizione verso un’economia post-petrolifera. Con i gravi problemi idrici in cui versa tutto il territorio nazionale, Sana’a potrebbe diventare la prima capitale al mondo con i rubinetti chiusi, il tasso di natalità elevato, la scarsa istruzione e la grande disoccupazione, causa anch’essa delle proteste attuale, è evidente che la situazione dello Yemen sembra esser giunta a un punto di non ritorno.

Quello che è stato fatto in Afghanistan e in Pakistan a livello militare, attacchi di droni in prima fila, non sembrano in grado di fermare l’azione dell’Aqap. Al contrario, un governo centrale consolidato e riconosciuto, una serie di riforme democratiche che portino benefici alla popolazione e, soprattutto, una nuova serie di opportunità economiche, forse potrebbero riuscirci. La situazione attuale del Paese, però, sembra senza uscita e il disinteresse generalizzato per questa situazione potrebbe risultare fortemente controproducente non solo per la stabilità dell’area. Washington, a oggi, è in una fase di stallo riguardo l’azione da compiere in Yemen: tutti i fattori sopra elencati mostrano una seria paura che gli Usa possano trovarsi impantanati senza via d’uscita per una generazione in un altro ambiente ostile in nome dell’ennesima guerra senza nome.

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3 Responses to “Morto bin Laden, il nuovo pericolo per gli Usa si chiama Aqap e si nasconde in Yemen”
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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] che ha sostenuto che egli volesse solo terrorizzare gli americani e l’Occidente. In realtà, l’Aqap, in Yemen è quanto mai attiva: se ne contano almeno 300 combattenti ed è stata la causa di diversi attacchi contro obiettivi [...]

  2. [...] dimettersi di Saleh rischiava sin dalle prime battute di far precipitare lo Yemen in un covo in cui i terroristi islamici potrebbero tranquillamente proliferare e l’Aqap ne è solo un esempio. D’altro canto, neanche la prospettiva democratica alletta più di tanto re [...]

  3. [...] americani ha portato alla morte di Ibrahim al-Banna, cittadino egiziano e presunto capo dell’Aqap, il gruppo militante legato ad al-Qaeda attivo nella penisola arabica. L’attacco è avvenuto ad Azzan, un villaggio yemenita nella provincia di Shabwa, nel sud-est del [...]



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