L’arresto di Mladic può garantire l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, ma non basta

L'ex generale dell'esercito serbo di Bosnia Ratko Mladic

Sono serviti sedici anni di ricerche ma, alla fine, l’ex generale dell’esercito serbo di Bosnia, Ratko Mladic, è stato arrestato a Lazarevo, nei pressi di Belgrado. Accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, Mladic, secondo le dichiarazioni della televisione di Stato serba, dovrebbe essere quanto prima estradato per poter giungere di fronte al Tribunale penale internazionale dell’Aja. L’uomo arrestato continua a sostenere di chiamarsi Milorad Komadic e, per questo motivo, sono in corso una serie di analisi del dna che portino a una verifica univoca dell’identità dell’individuo. La Serbia, qualunque siano le sue reali velleità di entrare nell’Unione europea è, ovviamente, obbligata ad arrestare e consegnare Mladic al tribunale internazionale per poter diventare uno Stato membro.

Vari auspici al riguardo sono partiti proprio dalla leadership serba. Il presidente Boris Tadic, infatti, durante la conferenza in cui ha confermato l’arresto del latitante, ha dichiarato che, a questo stato di fatti, le porte dell’Ue si siano finalmente aperte per la Serbia. Tadic, sgargiante come Barack Obama dopo l’uccisione di Osama bin Laden, ha parlato anche di un nuovo futuro per il Paese, mentre non si è sbilanciato riguardo i dettagli dell’operazione che ha portato all’arresto dell’ex generale sostenendo, comunque, che appena tutti i dati saranno confermati, verranno fornite tutte le spiegazioni del caso.

Ma chi è Ratko Mladic? Nato nel 1942 in un villaggio bosniaco, allora, però, la Bosnia era territorio jugoslavo, Mladic entro a far parte dell’esercito, giungendo sino alla guida del secondo distretto militare della Jugoslavia stanziato a Sarajevo. Nel 1992 venne creato un esercito serbo di Bosnia e lui ne diventò il comandante. Mladic è un uomo che il Tribunale internazionale accusa di torture, abusi e violenze sessuali, e maltrattamenti nei confronti dei musulmani bosniaci. Ultima, ma non meno importante, Mladic è accusato di aver premeditato, tramite la creazione di centri di detenzione, la distruzione fisica del popolo musulmano di Bosnia durante la guerra durata dal 1992 al 1995. Al riguardo, il verbale del Tribunale parla chiaro e indica Mladic come “parte di un’associazione per delinquere il cui obiettivo era l’eliminazione o la rimozione permanente dei musulmani e dei croati bosniaci o della popolazione non serba di vaste aree della Bosnia Erzegovina”. Dopo aver guidato l’esercito serbo per tutto il corso del conflitto, alla fine delle guerra rientrò prima a Belgrado per poi darsi latitante. Varie indagini hanno dimostrato che Mladic venne aiutato da Slobodan Milosevic, ex presidente della Serbia, e godeva della protezione militare sino al 2002.

Si era autoproclamato “Dio del genocidio” e la strage tristemente più famosa da lui perpetrata è stata quella di Srebrenica. La sola sua esistenza e l’impunità con cui lui, e altri uomini di quel regime come Radovan Karadzic, arrestato un paio d’anni fa in pieno centro a Belgrado, o Goran Hadzic, l’ultimo ancora latitante, sono state un enorme ostacolo per la riconciliazione tra le popolazioni dell’ex Jugoslavia. Lo stesso Tribunale internazionale, nella figura di Serge Brammertz, procuratore del Tpi per l’ex Jugoslavia, aveva dichiarato non più di una settimana che la Serbia non stava facendo abbastanza per arrestare Mladic e Hadzic. Sull’onda dell’entusiasmo, il presidente Tadic ha garantito che la cattura dell’ex leader politico è imminente.

Per l’estradizione sarà necessaria una settimana, ma dopo che questa pratica sarà avvenuta e Mladic processato, il percorso per la candidatura europea della Serbia potrebbe essere davvero in discesa. Belgrado ha presentato la sua candidatura nel dicembre 2009 e, dopo varie trattative, nell’ottobre 2010 è stata sbloccata una prima fase di negoziazione. Ora, soprattutto a detta del vice primo ministro Bozidar Djelic, non ci sono più impedimenti per la Serbia di ottenere lo status di Candidato entro la fine del 2011. Abbastanza significativa, inoltre, risulta la concomitanza di eventi: Mladic è stato arrestato proprio lo stesso giorno in cui “Miss Pesc”, l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton si è recata a Belgrado e, per non farsi mancare nulla, qualche giorno dopo che il presidente della Commissione europea Manuel Barroso aveva effettuato una visita in Serbia.

L'Alto rappresentante dell'Unione europea Catherine Ashton e il presidente serbo Boris Tadic

Ovviamente, la possibilità di adesione all’Ue è stato un incentivo importante per garantire l’arresto di Mladic: in Serbia sono molti bravi a dimenticare, se necessario, e di Mladic ci si era scordati sino a poco tempo fa. L’allargamento europeo dovrebbe garantire riforme, ma soprattutto prevenzione e risoluzioni dei conflitti, e questo non solo per la Serbia, ma anche per Bosnia, Croazia e Albania. Il lavoro di Belgrado, però, non finisce qui: l’ingresso come stato membro dell’Unione potrà avvenire solo dopo una normalizzazione delle relazioni con i Paesi vicini, Kosovo e Bosnia in primis. Se risulta abbastanza improbabile, se non impossibile, che la Serbia possa riconoscere il Kosovo, è sicuramente auspicabile che si possano adottare in accordo con Pristina delle soluzioni concrete per migliorare la vita quotidiana delle persone. In questo senso, esistono già tavoli di trattative tra i due Paesi che agiscono sotto l’egida proprio dell’Ue (Per approfondire l’argomento puoi leggere qui).

Per quanto riguarda la Bosnia, invece, le autorità serbe dovrebbero agire sostenendo l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e non appoggiando provocazioni come quelle del referendum popolare proposto dal presidente della Repubblica Srpska, la repubblica serba di Bosnia-Erzegovina ossia una delle tre entità che costituiscono lo Stato bosniaco, Milorad Dodik per la decentralizzazione del sistema giuridico. Questi sarebbero passaggi non troppo complicati per i serbi, soprattutto in un clima attuale in cui gli Stati membri sembrano abbastanza predisposti a favorire l’adesione di Belgrado all’Unione.

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