Le preoccupazioni di Israele di fronte al nuovo (possibile) ordine regionale

Un incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex presidente egiziano Hosni Mubarak

Dopo una fase di silenzio diplomatico, Israele nell’ultimo mese ha riaperto bocca, ma solamente per parlare di fatti che riguardano in maniera più diretta Tel Aviv e dintorni. Nessun commento su vicende come la primavera araba che sta attraversando nord Africa e Medio Oriente da cinque mesi. Tanto da dire, invece, sull’accordo di riappacificazione tra Hamas e Fatah, le due fazioni palestinesi più importanti, sul discorso del presidente americano Barack Obama riguardo il riposizionamento dei confini, e, ultimo cronologicamente, il dissenso in parte mostrato per la riapertura del valico di Rafah. Attenzione, però, il fatto che Israele non parli non vuol dire che non sia interessato: i destini dell’Egitto e della Siria, infatti, risultano essere, in questo momento, tra le maggiori preoccupazioni dello Stato ebraico.

La destituzione di Hosni Mubarak ha messo in discussione alcune questioni importantissime per Israele. In primis, il trattato di pace del 1979, uno strascico degli accordi di Camp David che segnò la fine delle ostilità tra i due Paesi e il riconoscimento da parte del Cairo dell’esistenza dello Stato israeliano. A questo si aggiunga il mantenimento dello status quo e l’impedimento costante, prima di Anwar al-Sadat e poi di Mubarak, ai Fratelli musulmani di giungere al potere. Questo è un punto importantissimo per Israele: ora che la Fratellanza sta stringendo accordi con la nuova giunta militare che guida l’Egitto, gli effetti di questa ascesa potrebbero essere non indifferenti, soprattutto nella Striscia di Gaza e in Giordania.

Non meno importante è la questione siriana: per Benjamin Netanyahu, infatti, il rovesciamento della dinastia degli al-Assad porterebbe solo caos nell’ordine regionale. Se è pur vero che la famiglia alawita che detiene il controllo del potere a Damasco non è il più caro degli amici per Tel Aviv, allo stesso tempo è necessario dire che si è creata una situazione di “equilibrio sottile” tra i due Paesi. Israele, sicuramente, è più preoccupata dalla presenza di Hezbollah che non dalle tensioni presenti al confine settentrionale, tensioni che, per altro, solo dopo i fatti del giorno della Nakba sono sfociate in atti di violenza. Oltre a ciò, per Israele un regime sunnita, l’eventuale sostituto degli al-Assad in Siria, non sarebbe poi così gradito come vicino. Infine, e questo è un punto che vale in generale, tutti i cambiamenti in corso nella regione mediorientale fanno da supporto alla causa palestinese, con i quali la risoluzione dei contrasti sembra sempre meno rimandabile a data da destinarsi.

Proviamo, ora, ad andare nel dettaglio delle due questioni: per quanto riguarda la questione egiziana, come detto in precedenza, bisogna tornare indietro agli accordi di Camp David, firmati da Sadat e Menachem Begin, primo ministro israeliano all’epoca. La stipulazione di questi trattati garantirono il disimpegno militare israeliano sul confine meridionale, la conseguente restituzione del Sinai all’Egitto e il diritto di Israele a esistere. Ma i vantaggi, soprattutto per lo Stato ebraico, si materializzarono come notevolmente superiori rispetto al puro e semplice testo del trattato. Sul piano economico ed energetico, l’Egitto diventò un partner importantissimo e la chiusura delle frontiere con la Striscia di Gaza ha tagliato i rifornimenti militari ad Hamas, rinsaldando questa alleanza anche dal punto di vista diplomatico. In seguito, con la salita al potere di Mubarak, nel 1981, questa intesa si è ulteriormente rafforzata grazie al lavoro di contenimento messo in atto dal raìs contro i gruppi radicali nazionalisti e islamisti, come i Fratelli musulmani.

La messa in discussione di questi punti, vorrebbe dire mettere in discussione la sicurezza stessa di Israele: il trattato di pace serve per mantenere la stabilità all’altezza della frontiera tra i due Paesi, l’assenza di un regime filo-occidentale come quello di Mubarak, potrebbe favorire, non solo i gruppi radicali interni allo Stato egiziano, ma anche Hamas. Lo scenario, a oggi, resta comunque, abbastanza incerto e, per questo, Israele potrebbe fare quanto prima le sue mosse. La prima potrebbe essere lo spostamento di uomini e materiali sul confine meridionale: sino a oggi, la giunta militare che guida il processo di transizione egiziana ha sempre dichiarato di voler prestar fede agli accordi di pace. In questo momento, però, l’esercito sta subendo spinte da ogni dove, in particolare quelle islamiste, e se queste dovessero avere il sopravvento sulle forze militari, la stabilità della situazione potrebbe essere seriamente danneggiata.

A ciò si aggiunga che, a prescindere dalla volontà di mantenere attivi gli accordi di pace, una possibile avventura militare egiziana oltre il Sinai è assolutamente da escludere. In prima istanza, perché l’aviazione israeliana, Israel Air Force, garantisce una netta superiorità operativa in tutta la regione e serve a tenere a bada ogni iniziativa di questo tipo. Il secondo punto a favore di Tel Aviv, invece, è la presenza stessa del deserto del Sinai: oltre 200 chilometri che renderebbero impraticabile qualsiasi azione via terra, seppure messa in atto dalle moderne forze del Cairo. La capacità militare egiziana, inoltre, dipende quasi completamente dagli Usa e risulta difficile credere che Washington possa dare sostegno a un’operazione anti-israeliana e che con obiettivi destabilizzanti per l’intera regione.

Per quanto riguarda, invece, la questione dei gruppi islamisti, come la Fratellanza e dei loro legami con Hamas, Israele agisce in maniera abbastanza fuorviante. L’appoggio alla causa palestinese in Egitto non proviene solo dai partiti e dall’associazionismo di stampo islamico, ma anche dalla maggioranza della popolazione. È, quindi, un governo di espressione popolare quello che spaventa di più a Tel Aviv, soprattutto, per la capacità di rafforzamento di cui Hamas si avvantaggerebbe. In questo senso, la riapertura del valico di Rafah sembra un primo passo: se è pur vero, infatti, che le frontiere aperte andrebbero a migliorare le condizioni di vita della popolazione, Hamas potrebbe trafficare armi in quantità in maniera totalmente incontrollata, mettendo ancora più in difficoltà la sicurezza di Israele, già problematica, nell’area della Striscia di Gaza. Attenzione, poi, alla questione Giordania: i Fratelli musulmani non hanno mai nascosto il loro disappunto per le scelte filo-occidentali di re Abdullah II e, soprattutto, per l’appoggio alla causa israeliana. Attentati terroristici e disordini contro il regime hanno alzato la tensione ad Amman, con il rischio per Israele di perdere un altro importante alleato se l’instabilità dovesse peggiorare.

Una veduta della sala principale della Conferenza di Annapolis

Altro nodo da sciogliere, invece, è la crisi in Siria. Nonostante, infatti, tra Damasco e Tel Aviv la situazione non sia propriamente da “rose e fiori”, resta evidente che il mantenimento di uno status quo sarebbe vantaggioso per Israele. La frontiera dal 1982, dopo la tregua firmata in seguito agli scontri dell’operazione “Pace in Galilea che portò all’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano, è rimasta abbastanza tranquilla, esclusi le ultime vicende del giorno della Nakba. La Siria, per tutto questo periodo, ha evitato di scontrarsi direttamente con lo sgradito vicino: meglio l’approccio indiretto, per esempio armando Hezbollah o mantenendo un’intesa con l’Iran, nemico giurato di Israele.

L’apertura a Occidente messa in atto da Bashar al-Assad, inoltre, ha fatto uscire la Siria dall’isolazionismo che l’aveva contraddistinta da sempre, con benefici positivi anche per lo Stato israeliano. Un caso emblematico è la Conferenza per il Medio Oriente di Annapolis, in cui Damasco e Tel Aviv hanno aperto un dialogo di pace sotto mediazione turca. Questo processo ha, ovviamente, subito molti contrattempi, ma resta comunque un passo in avanti dal quale Israele non si vorrebbe staccare, soprattutto poiché persiste scarsa fiducia sulla politica estera di una nuova leadership, magari sunnita, a Damasco.

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One Response to “Le preoccupazioni di Israele di fronte al nuovo (possibile) ordine regionale”
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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] aperti ad una trattativa. Netanyahu sembra, inoltre, saper ben interpretare i timori che riguardano i nuovi possibili assetti regionali del Medio Oriente: con Damasco non in grado di gestire il suo Paese, tantomeno Hamas, una continua estremizzazione [...]



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