Saleh in Arabia Saudita dopo il ferimento dei giorni scorsi, re Abdullah può decidere il processo di transizione?

Il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh

Ieri in Yemen, è stato un giorno di festa. O almeno, così si può dire per la sua capitale, Sanaa, dove fuochi d’artificio hanno animato i festeggiamenti dei civili per la dipartita del presidente Ali Abdullah Saleh. Il presidente yemenita non ha abbandonato le sue funzioni, pratica promessa da oltre un mese ma sempre ritrattata, però è stato costretto a cedere temporaneamente il potere al suo vice dopo che, sabato notte, si è dovuto recare in Arabia Saudita per sostenere un intervento chirurgico. Saleh, infatti, è stato ferito da un attacco missilistico che ha colpito il suo palazzo. Accanto al giubilo della capitale, comunque, è giusto registrare che nella città meridionale di Taiz gli scontri tra milizia e manifestanti sono proseguiti e nella stessa Sanaa, ieri in serata, si sono uditi forti esplosioni e spari.

Molti si chiedono se questo sia il passo decisivo verso un cambio della guardia, ma la domanda per ora resta senza una risposta certa. Nella giornata di ieri c’è stato un incontro tra diplomatici americani ed europei e alcuni esponenti dei partiti di opposizione yemeniti. Secondo quanto dichiarato, l’ambasciatore americano Gerald Feierstein avrebbe esortato alla non formazione di un governo provvisorio, almeno sino a che Saleh non sarà ufficialmente destituito dal potere. Questa proposta nasce dalla preoccupazione che una mossa avventata potrebbe scatenare una reazione violenta. Di certo, questa partenza improvvisa ha rinnovato le speranze dei diplomatici e dei vari leader dell’opposizione riguardo alla possibilità che il presidente ceda il potere, magari seguendo gli accordi proposti il mese scorso dall’Arabia Saudita e dagli altri Stati facenti parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Nonostante le prime titubanze, i funzionari dei partiti di opposizione firmarono l’accordo, mentre Saleh, dopo aver prima annunciato i suoi buoni propositi, aveva fatto marcia indietro all’ultimo momento.

È evidente che, in una situazione del genere, la palla è totalmente nelle mani del presidente e della sua cerchia ristretta, quegli uomini di fiducia che si è messo intorno per costruire la sua rete di potere. Stiamo parlando del figlio Ahmed Ali Saleh e deii suoi fedelissimi che controllano l’esercito: tocca a loro decidere se accettare il trasferimento di poteri secondo quanto dice la Costituzione e il susseguente accordo di mediazione degli Stati del Golfo. Dopo aver perso l’appoggio di molte importanti tribù e clan del Paese, dopo che gli stessi Usa hanno girato la faccia a Saleh, non è da escludere che la salute del presidente potrebbe diventare un punto cruciale per un suo allontanamento dal potere.

Dalle fonti ufficiali del governo, intanto, arrivano dispacci che parlano di questa partenza come di una breve assenza, sottolineando che i parenti stretti non lo avrebbero accompagnato in questa “visita” nel vicino regno d’Arabia. Una precisazione che sembra voler dire: l’era Saleh non è ancora giunta al termine. Questa è un’ulteriore conferma dell’importanza della rete nepotistica creata dal presidente e lo si è visto anche in riferimento agli scontri con le milizie tribali guidate da Sadeq al-Ahmar, in cui le truppe del governo hanno utilizzato armi letali contro manifestanti inermi. Saleh ha accusato il clan Ahmar per l’attacco al suo palazzo e per questo avrebbe ordinato di attaccare con l’artiglieria le loro case a Sanaa. Questa potrebbe essere una chiave interessante: due clan familiari che lottano per il potere. Se ora Saleh è stato colpito, è evidente, per contrappasso, che figli e parenti stretti cercheranno vendetta.

Il sovrano dell'Arabia Saudita re Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud

In questa situazione, aumenta anche l’importanza dell’Arabia Saudita che già, in veste di Paese più importante tra quelli del Golfo, aveva spinto per ottenere il ruolo di mediatore. Con Saleh sul proprio territorio, re Abdullah, il sovrano saudita, potrebbe pressare in maniera decisa grazie alla sua influenza per garantire la stipulazione di un accordo di transizione. I sauditi hanno da sempre perseguito una politica che mantenesse lo Yemen abbastanza debole per da non poterli sfidare, ma anche sufficientemente forte così da non costituire una minaccia. Negli ultimi mesi, Riyadh ha voltato le spalle a Saleh, così come tutta la comunità internazionale, con una fonte di preoccupazione fondamentale: la stabilità nella regione.

Il rifiuto di dimettersi di Saleh rischiava sin dalle prime battute di far precipitare lo Yemen in un covo in cui i terroristi islamici potrebbero tranquillamente proliferare e l’Aqap ne è solo un esempio. D’altro canto, neanche la prospettiva democratica alletta più di tanto re Abdullah e i suoi “soci” del Golfo: delle riforme democratiche nel piccolo Stato, infatti, potrebbero mettere pressione sugli altri Paesi del Golfo, costretti, magari, a prendere provvedimenti simili. Per questo, in Arabia la questione Yemen resta ancora un punto aperto. Cambiare? Si, ma non il sistema. Al massimo il fantoccio.

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2 Responses to “Saleh in Arabia Saudita dopo il ferimento dei giorni scorsi, re Abdullah può decidere il processo di transizione?”
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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] Excerpt from:  Saleh in Arabia Saudita dopo il ferimento dei giorni scorsi, re … [...]

  2. [...] nello Yemen da metà marzo e ora riprendiamo a parlarne, dato che, dopo il ferimento di Saleh, la sua dipartita in Arabia Saudita per curarsi e il suo rientro in patria poco meno di un mese fa, lo stato delle cose sembra non esser mutato [...]



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