I curdi in Siria sono un problema turco
Con la maggior parte del territorio scosso dalle rivolte anti-governative e il presidente Bashar al-Assad che si trova costretto a badare alla propria sopravvivenza politica e fisica, nel nord e nord-est della Siria la popolazione curda si ritrova per le mani un’incredibile occasione per riaffermare il proprio diritto di autodeterminarsi. Questa occasione, però, passa per la caduta di al-Assad e le elezioni turche del 12 giugno.
Il cosiddetto “Kurdistan siriano” è una regione che copre l’intera provincia di al-Hasakah, al confine con Turchia e Iraq, e che, proprio lungo il confine turco, si estende a ovest per le province di al-Raqqa e di Aleppo. Con una popolazione che conta tra 1,5 e 2 milioni di persone, l’etnia curda è la principale minoranza non araba nel Paese e, dal secondo dopoguerra, rappresenta uno spinoso problema regionale per Turchia, Iran, Iraq e Siria, gli Stati sui quali si estende il “Grande Kurdistan”. I curdi sono sempre stati emarginati dal governo di Damasco e – a parte un periodo di sostegno al Pkk di Abdullah Öcalan in funzione anti-turca, conclusosi nel febbraio del 1999 proprio con la consegna del leader curdo in mano turche – la famiglia al-Assad ha fatto di tutto per evitare tanto di equiparare i curdi a cittadini siriani, quanto che si ravvivasse quello spirito nazionalista che terrorizza la regione.
In seguito all’invasione americana in Iraq e all’affermazione sul piano nazionale della minoranza curda (il presidente iracheno è Jalāl Tālabānī, del partito Unione Patriottica del Kurdistan) e con la recente ondata di proteste che ha colpito la Siria, Bashar al-Assad ha dovuto provare a ricucire, o quantomeno limitare il più possibile, il dissenso interno dei curdi. Il 7 aprile scorso il presidente ha emanato un decreto che concedeva la cittadinanza siriana a numerose migliaia di curdi e in seguito una cinquantina di prigionieri politici curdi sono stati liberati dal carcere. Ma il problema per al-Assad è di natura diversa. I curdi siriani vedono in questo momento di proteste l’occasione per affermare il proprio ruolo anzitutto in Siria. Simbolico è il fatto che molti curdi, durante le manifestazioni, hanno intonato il coro “Dio, la Siria, la libertà e basta”, riformando il motto baathista “Dio, la Siria, Assad e basta”. Damasco si trova dunque a dover respingere anzitutto un’accusa di malgoverno, prima ancora che una richiesta di autonomia.
A fronte delle palesi difficoltà di al-Assad nel contenere le rivolte in ogni angolo del proprio Paese, chi ne paga il prezzo maggiore tra i vicini preoccupati per la situazione siriana, è la Turchia. Dall’avvento di Recep Tayyip Erdoğan ad Ankara nel 2002, Damasco ha visto migliorare notevolmente i propri rapporti con il vicino settentrionale, al punto tale da intavolare una ramificata strategia di collaborazione per il contenimento del pericolo curdo su entrambi i lati del confine. Ma dopo le recenti vicende siriane, la Turchia si trova di fronte all’impossibilità di contare su Damasco nel monitoraggio e prevenzione delle attività terroristiche del Pkk sul proprio territorio. Con le elezioni politiche alle porte, in Turchia si sono verificati numerosi incidenti e attacchi provocati dai militanti curdi con base in Siria. Il 1° aprile si sono registrati scontri tra l’esercito e militanti del Pkk nella provincia turca di Hatay, al confine con la Siria, in seguito ai quali i militari di Ankara hanno ucciso sette persone e hanno sequestrato un consistente deposito di armi. Dall’intelligence turca si sa di alcuni tentativi falliti da parte di cellule con base in Siria del Pkk di infiltrare sui uomini oltre il confine turco e gli stessi sono stati coinvolti nel fallito attentato del 1° maggio al convoglio del premier Erdoğan in viaggio verso la città di Kastamonu. Lo stesso Pkk è stato, infine, accusato di aver provocato il 26 maggio un’esplosione in una stazione di autobus a Istanbul in cui sono rimaste ferite otto persone.
Le pressioni su Erdoğan da parte del Pkk stanno dunque crescendo con l’avvicinarsi delle ormai prossime elezioni, ma il problema curdo in Turchia rappresenta, in realtà, un fattore marginale per i loro confratelli siriani. A differenza dei curdi in Turchia, Iran e Iraq, infatti, la minoranza in Siria non ha ancora generato un’attiva e organizzata resistenza o militanza armata contro il governo. La concessione di aree operative alle cellule del Pkk rappresenta una carta negoziale nei confronti di Damasco, ma il fine ultimo dei curdi siriani sembra essere quello di riuscire a guadagnarsi un ruolo centrale nel Paese, come è successo in Iraq.
La crisi politica di al-Assad, un incremento delle misure restrittive e una maggiore azione di repressione da parte delle truppe governative, sono fattori che potrebbero però convincere i curdi a ridefinire la propria azione in Siria. Che al-Assad rimanga al potere a lungo sembra oramai improbabile e, se Damasco dovesse perdere una guida autoritaria, i curdi potrebbero sfruttare l’occasione per aumentare il proprio potere politico. La Turchia, ben più di altri Paesi della regione, rischierebbe dunque di trovarsi con la maggiore quantità di curdi sul proprio suolo (circa 14 milioni) e con due linee di confine (Siria e Iraq) dietro le quali si troverebbero due effettive e influenti realtà politiche curde.










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2 Responses to “I curdi in Siria sono un problema turco”Trackback
Guarda cosa dicono gli altri...[...] ad aprirsi nei confronti della più importante minoranza etnica della Turchia. Certo, la questione siriana e il futuro dell’Iraq sono due fattori che per la questione curda rappresentano più di [...]
[...] regione sud orientale turca resta, quindi, una zona calda dopo i fatti avvenuti tra maggio e giugno in Siria e in seguito alle elezioni politiche che hanno visto nuovamente trionfare Recep Tayyip [...]