Turchia: si vota il 12 giugno per il futuro, non solo politico, del Paese
La Turchia si appresta a votare domenica 12 giugno per le elezioni politiche. Se l’esito di questa tornata elettorale sembra per lo più scontato, saranno le dimensioni del successo, la libertà d’azione e la volontà di riforme che ne conseguiranno a determinare il futuro politico, e non solo, della Turchia.
L’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), partito islamico moderato del premier Recep Tayyip Erdoğan, è dato dai sondaggi come vincente con una percentuale che varia dal 40% al 45% (dati The Economist). Il rivale più minaccioso sembra essere il CHP (Partito Repubblicano del Popolo), social-democratico, euro-scettico e contro l’islamizzazione, di Kemal Kılıçdaroğlu, ma la sinistra moderata, così come la destra nazionalista rappresentata dal MHP (Partito di Azione Nazionalista), non sembrano essere minimamente in grado di battere il partito che, dal 2002, ha portato in Turchia benessere, crescita economica, modernizzazione e numerose riforme sociali.
Sembrerebbe, dunque, che per Erdoğan e il suo partito non ci siano problemi a sedere per altri quattro anni sulle poltrone più importanti di Ankara. Per l’AKP, invece, il problema serio sarà quello di riuscire ad avere la forza elettorale necessaria a mettere in atto le proprie politiche e i propri programmi. Quando Erdoğan nei mesi scorsi avvisava di voler raggiungere una maggioranza parlamentare che garantisse al suo partito di governare senza opposizione (quello che è d’altronde accaduto finora), non stava facendo campagna elettorale, stava palesando una necessaria condizione per portare a compimento la riforma costituzionale alla quale sta mirando dal 2007. Con 550 posti all’interno della Grande Assemblea nazionale turca, all’AKP ne servono almeno 367 per poter modificare la Costituzione e ratificarne i cambiamenti attraverso un referendum popolare (esattamente come è successo per le riforme riguardanti i ruoli dell’esercito e della magistratura votate con un referendum nel settembre 2010).
Nelle intenzioni di Erdoğan ci sarebbe quella di ritoccare il testo costituzionale del 1982 per tre fondamentali motivi. In primo luogo per limitare definitivamente all’interno di una struttura democratica il ruolo, preponderante dall’avvento di Kemal Atatürk, di esercito e magistratura. In secondo luogo, essendo ad Erdoğan impedito di ripresentarsi nel 2015 per il limite di mandati consecutivi, il primo ministro spingerebbe per riformare il ruolo del presidente riprendendo il modello francese ed avendo dunque la possibilità di essere eletto per una carica politica esecutiva e non di mera rappresentanza. In ultima istanza la riforma costituzionale potrebbe avere effetti tanto positivi, quanto negativi sulla possibilità della Turchia di entrare nell’Unione Europea. Un ennesimo slancio verso la modernizzazione, la democrazia e una più risoluta volontà di sistemare la questione cipriota, potrebbero mettere la Turchia in una luce inevitabilmente positiva nei confronti di Bruxelles. Altresì, un rafforzamento eccessivo dei poteri nelle mani di Erdoğan ed un’ulteriore spinta verso l’islamizzazione che l’AKP sta più o meno velatamente portando nel Paese, potrebbero significare una definitiva chiusura delle porte dell’Europa.
Erdoğan deve, dunque, attendere l’esito delle votazioni e capire se il suo AKP raggiungerà l’agognata maggioranza oppure no. Improbabile che ciò non avvenga, ma non impossibile. In Turchia lo sbarramento percentuale per sedersi alla Grande Assemblea è molto alto, il 10%, ma, soprattutto i partiti più piccoli, possono eludere questa barriera presentando i candidati come indipendenti. Uno dei partiti di opposizione, il BDP (Partito della Pace e la Democrazia), che vorrebbe rappresentare i 14 milioni di Curdi presenti in territorio turco, utilizza infatti questo sistema, sapendo che, nonostante il popoloso bacino elettorale delle regioni curde del sud-est dell’Anatolia, l’AKP ha una forte presenza anche lì, come dimostrano le elezioni del 2007 e il referendum del 2010. Se in passato la popolazione curda era stata tenuta lontana il più possibile dalla propria identità, dal 2009 Erdoğan ha iniziato, seppur lentamente, ad aprirsi nei confronti della più importante minoranza etnica della Turchia. Certo, la questione siriana e il futuro dell’Iraq sono due fattori che per la questione curda rappresentano più di un’incognita. Un rafforzamento dei poteri di Erdoğan potrebbe anche portare ad un cambio di rotta nei confronti dei curdi nel caso in cui i loro confratelli siriani e iracheni dovessero trovare una maggiore consapevolezza politica oltre i confini turchi. I buoni rapporti, soprattutto economici, che Ankara sta effettivamente stringendo con Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno, e l’apertura delle frontiere con la Siria, mantenute aperte anche in questo momento di crisi, potrebbero essere delle prove sufficienti della buona volontà da parte di Erdoğan. Per i curdi in Turchia rimangono comunque tuttora lontani gli standard minimi di parità democratica e questo fattore potrebbe condizionare pesantemente il voto in favore dell’AKP.
Per la Turchia che vuole crescere e continuare a modernizzarsi, per il Paese che è passato in pochi anni da una profonda crisi economica ad essere la 17° economia mondiale e a fare parte del G20, con il più grande esercito della Nato, una diffusione capillare della propria cultura nel Medio Oriente e con un leader la cui faccia campeggia su molte bandiere nelle piazze della “primavera araba”, queste elezioni sono più che un banco di prova per Erdoğan. Sul quotidiano turco Hurriyet, l’analista politico Semih Idiz scrive: “Molto difficilmente queste elezioni porteranno pace e tranquillità in Turchia. Il paese è infatti alle prese con una tale guerra ideologica che le dispute irrisolte continueranno indipendentemente da chi vincerà le elezioni domenica prossima”. Idiz è critico nei confronti dell’AKP e di Erdoğan, ma la sua critica vale comunque un dato di fatto: se la Turchia vuole crescere, dovrà innanzitutto trovare una comune identità e un comune obiettivo, superando le divisioni religiose, etniche e ideologiche che oggi sono presenti nella società turca. Se Erdoğan avrà la possibilità di modificare la costituzione dovrà tenere in conto queste divisioni, altrimenti potrebbe ritrovarsi a governare da solo su un Paese ingovernabile.









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Guarda cosa dicono gli altri...[...] La regione sud orientale turca resta, quindi, una zona calda dopo i fatti avvenuti tra maggio e giugno in Siria e in seguito alle elezioni politiche che hanno visto nuovamente trionfare Recep Tayyip Erdogan. [...]