La ripresa dei negoziati diplomatici tra India e Pakistan
Dispute territoriali e non solo hanno sempre condizionato le relazioni internazionali tra India e Pakistan. I rapporti diplomatici tra i due Paesi sono stati interrotti dopo l’attacco terroristico di Mumbai del 2008 e solo dopo due anni di silenzio è ripartito un dialogo atto a tentare di stabilizzare la regione. Tra le tante questioni in ballo c’è la foce del Sir Creek, lo sbarramento Wullar e la smilitarizzazione del ghiacciaio di Siachen (Per approfondire su questi tre punti clicca qui). Oltre alle dispute si è parlato anche di possibilità di miglioramento per la circolazione di persone e merci, espandendo il sistema dei visti e rafforzando gli scambi commerciali tra i due Paesi.
Per giungere a questo punto le parti hanno fatto concessioni importanti. Il Pakistan ha evitato di mettere sul piatto la questione del Kashmir e l’India non ha parlato del sostegno che le autorità pakistane fornirebbero al terrorismo islamico. L’aver evitato discussioni come queste ha scongiurato una situazione di stallo nelle negoziazioni e per questo, da entrambe le parti, sembrano esserci parecchi motivi di soddisfazione.
Di certo, questa è la prima volta che i due Stati si sono impegnati in trattative complesse nel tentativo di raggiungere un riavvicinamento più solido e duraturo. Un cablo di Wikileaks rende noto che già nel 2007 c’era l’intenzione di trovare un accordo sulla questione del Kashmir: questi negoziati, iniziati nel 2004, procederono in maniera relativamente tranquilla dal punto di vista diplomatico ma naufragarono in seguito alle questioni che portarono alle dimissioni di Pervez Musharraf, l’ex presidente pakistano. Gli attentati di Mumbai del 2008, poi, contribuirono a dare il colpo di grazia a ogni contatto diplomatico.
Il negoziato in corso è frutto della caparbietà del primo ministro Manmohan Singh, lo stesso che nel 2008 definì il Pakistan “l’epicentro del terrorismo”. Per quale motivo Singh, nonostante queste sue affermazioni e il parere contrario dei suoi colleghi di Gabinetto, si è concentrato pesantemente in questo sforzo? Le risposte sono molteplici, ma sicuramente la principale è che Singh sia convinto che un successo diplomatico con il Pakistan sia essenziale per consentire all’India di assumere quel ruolo di potenza regionale al quale New Delhi tanto ambisce.
Restano, comunque, dei dubbi riguardo la messa in pratica di quest’ultima fase di negoziazione. Intanto, è giusto partire dal presupposto che, per una serie di motivi, il governo pakistano è in una fase di pesante inconsistenza sul piano del potere. Il Paese è un bollettino continuo di attentati terroristici e ne il regime di governo, ne l’istituzione militare hanno la capacità di contenerli. L’apparato di intelligence pakistano ha favorito questa situazione, alimentando molte organizzazioni che sono diventate vere e proprie cellule terroristiche in grado di scatenare il caos su tutto il territorio e, ovviamente, perdendone il controllo, data la loro difficile gestibilità.
Islamabad, d’altronde, è stata più volte accusata di complicità nei confronti di organizzazioni terroristiche attive soprattutto in Kashmir, India e Afghanistan. Rapporti di intelligence di varie agenzie, tra cui l’Fbi e l’indiana Raw ,mostrano, grazie a immagini satellitari, campi terroristi in territorio pakistano. Inoltre, il coinvolgimento stesso dell’intelligence pakistana, nella veste dell’Isi, Inter-Service Intelligence, è stata provato, soprattutto in riferimento all’addestramento dei vari militanti. Lo stesso presidente in carica, Asif Ali Zardari, ha ammesso non più di due anni fa che svariate organizzazioni furono deliberatamente finanziate e sostenute per raggiungere obiettivi strategici contingenti.
Inoltre, il governo non è ha mostrato alcun interesse nel tentare di frenare il costante bombardamento di propaganda che rende ostile il Pakistan a tutta la comunità internazionale e che viene alimentata su base giornaliera al pubblico di massa. Ne sono un esempio, alcune teorie sugli attentati terroristici di Mumbai che, secondo alcuni commentatori televisivi pakistani, siano stati messi in atto da frange di sovversivi indiani di destra per screditare il governo di Islamabad. Prima affermazioni come queste erano eventi isolati. Ora, invece, figure chiave nel mondo della stampa e del governo hanno iniziato a spargere il seme della cospirazione, identificando la maggior parte dei drammatici attentati terroristici in Pakistan come opera di agenti stranieri con l’intenzione di destabilizzare il Paese. Certamente, la presenza di tanti agenti stranieri sul territorio è fonte di sospetti, ma la divulgazione continua di teorie senza fondamento non agevola l’azione diplomatica.
In questo contesto, sembra difficile credere che gli accordi raggiunti con l’attuale governo potranno essere rispettati e attuati. Un reale convincimento da parte dei funzionari politici, e militari, riguardo un progressivo procedere dei rapporti con l’India, avrebbe dovuto abbassare i toni di certi commenti politici. D’altronde, nonostante i continui proclami riguardo la libertà di stampa, è cosa che nota che l’Inter-Services Ingelligence, il più potente servizio di intelligence pakistano, sia in grado di porre delle linee guida alla stampa popolare.
I negoziati in corso, quindi, saranno anche animati da buone intenzioni, soprattutto dal punto di vista del governo indiano che vuole trarre benefici da questa azione di politica estera, ma restano un, nonostante tutto, un punto interrogativo, soprattutto per l’inaffidabilità dell’interlocutore. India e Pakistan restano, seppur non ufficialmente, due Paesi antagonisti, per le troppe questioni territoriali irrisolte, per un retaggio storico che li ha visti sempre rivali e per una continua diffamazione pubblica reciproca che non riesce ad avvicinare le due entità.
Chiariamoci, non stiamo preannunciando una guerra come si potrebbe pensare. Lo status di potenze nucleari che accomuna India e Pakistan, infatti, rende impraticabile una guerra nel senso più classicheggiante del termine. Operazioni di sabotaggio e terrorismo sono le armi più semplici da usare a questo stato di fatti: non i campi di battaglia ma i centri del potere, non una resa dei conti ma un azione di logoramento. Il negoziato rappresenta la speranza per chi crede nel dialogo, o chi, come Singh, crede col dialogo di portare avanti i propri obiettivi strategici.









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Guarda cosa dicono gli altri...[...] sono in una fase delicata. Il rapporto tra le parti in gioco resta abbastanza freddo, nonostante gli incontri del mese di giugno tra il presidente pakistano Asif Ali Zardari e lo stesso Singh abbia…. L’Afghanistan, però, resta un motivo di scontro, soprattutto perché India e Pakistan hanno [...]