Con i profughi in aumento, la Turchia pensa ad una “safe zone” in Siria
Il 30 maggio scorso Robert Fisk, giornalista britannico del The Independent ed esperto di Medio Oriente, scriveva sul quotidiano inglese:
“I generali turchi hanno dunque preparato un’operazione che porterebbe diversi battaglioni di truppe turche proprio in Siria per ritagliare una ‘safe area’ per i profughi siriani all’interno del califfato di Assad”.
In molti hanno creduto che questa affermazione fosse sbagliata o comunque esagerata. Oggi assistiamo, invece, non solo alla conferma dell’esistenza del piano citato da Fisk, ma anche, finora, ad una sua parziale messa in atto.
L’agenzia Debka, con base a Gerusalemme, cita fonti militari per dare la notizia che di fronte alle coste siriane si sta schierando la nave d’assalto anfibio classe Wasp USS Bataan della marina americana. Nell’ultima settimana, inoltre, molte unità statunitensi nell’Egeo, nell’Adriatico e nel Mar Nero si sono messe in azione all’interno del programma di esercitazione congiunta con l’Ucraina, Sea Breeze 2011. La maggior parte di queste unità sarebbero intercettori missilistici e la loro massiccia presenza nella zona orientale del Mediterraneo lascia ben poco all’immaginazione. Si pensa che Damasco, con Teheran e Mosca alle spalle, tema un possibile intervento americano in Siria e, in effetti, la strategia riproposta dalla marina americana riprende verosimilmente quella messa in atto in Libia. Ben più probabile, però, è che i movimenti militari statunitensi siano volti a dare una copertura ad ampio raggio all’operazione turca preannunciata da Robert Fisk.
Nessuna smentita ufficiale da parte di Ankara è ancora arrivata, nonostante l’articolo del giornalista britannico abbia fatto più che scalpore. Alexander Lukashevich, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che la Siria non deve essere oggetto di sanzioni e che la Russia si schiererà – così come farà la Cina – contro qualsiasi intervento esterno nel Paese. Vedendo quanto succede lungo il confine turco-siriano è, però, davvero impossibile pensare che Ankara rimanga con le mani in mano. I profughi in fuga da Jisr ash Shugur, teatro di forti scontri tra i militari di Assad e i sunniti, sono oramai quasi 10mila. La Turchia sta mantenendo il confine aperto, ma non potrà farlo ancora a lungo. Il giornalista Mehmet Ali Birand, del quotidiano turco Hurriyet, cita un ufficiale con cui ha parlato di questo problema e che gli ha risposto molto chiaramente:
“Quando il numero di profughi raggiungerà un limite che non saremo più in grado di gestire, allora dovremo chiudere le frontiere […] Vorremmo farlo, ma non possiamo voltare le spalle né ai sunniti né agli alawiti. Se il caos prenderà piede, dovremo allora formare una zona di sicurezza o una zona cuscinetto all’interno del territorio siriano”.
A Damasco il nervosismo di Bashar al-Assad è tangibile. La televisione di Stato ha mostrato le immagini di numerosi manifestanti fedeli al regime riuniti a Tartus, sulla costa del Mediterraneo, che incitavano al boicottaggio dei prodotti turchi per protestare contro il voltafaccia che la Turchia avrebbe messo in atto nel giro di poche settimane. Ankara ha effettivamente preso le distanze da Damasco e la sensazione è che, oramai, Recep Tayyip Erdoğan abbia deciso di sedersi e guardare il regime degli al-Assad venir spazzato via, senza, però, che la Turchia venga coinvolta nella caduta. A maggior dimostrazione di ciò, il generale sunnita siriano Hasan Turkmani è stato ad Ankara negli ultimi due giorni, parlando prima con Erdoğan, poi con il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, per chiedere rassicurazioni riguardo le reali intenzioni di Ankara. Considerati gli sviluppi nella giornata odierna, questi colloqui non devono aver propriamente rassicurato Damasco.
Insomma, i turchi non smentiscono, mentre gli americani schierano le navi ed Hezbollah, avvisato dall’intelligence iraniana, allontana i suoi missili dal confine settentrionale del Libano (sempre secondo le fonti dell’agenzia Debka) e Bashar al-Assad che annuncia un nuovo discorso alla nazione in cui si parlerà di riforme. Tanti eventi concomitanti che sembrano dare ragione a Robert Fisk quando, diciotto giorni fa, scriveva:
“I turchi si stanno preparando ad avanzare ben oltre la città di Al Qmishili, al confine siriano – forse fino a metà strada con Deir el-Zour – per fornire un ‘rifugio sicuro’ a coloro che fuggono dalle stragi nelle città della Siria”.








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Guarda cosa dicono gli altri...[...] per evitare che il Paese vada verso il collasso. Un appello finale, inoltre, è stato inviato ai profughi siriani che si sono rifugiati in Turchia: Assad ha chiesto loro di tornare in patria, assicurando per loro la protezione [...]
[...] questo momento, però, con la rivolta siriana ancora in atto e i campi profughi sul proprio territorio, il governo turco ha deciso che sanare i rapporti con il “nemico” Israele è una questione di [...]