Obama annuncia il ritiro dall’Afghanistan, ora si tratta di dare un futuro al Paese
Pubblicato da Federico Di Gioia il 23 giugno 2011 · 1 commento
“The tide of war is receding”. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato ieri sera il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan. Obama ha spiegato che il ritiro avverrà in tre fasi: 10mila soldati entro la fine di questa estate, altri 23mila nel 2012 e il resto del contingente militare (circa 70mila uomini) entro il 2014. La volontà di disimpegno da parte dell’amministrazione americana è chiara e questo messaggio era atteso da tempo da quasi tutte le componenti sociali e politiche in America. Chi rimane seriamente preoccupato pare essere il Pentagono che, stando a molti analisti, avrebbe preferito un ritiro delle truppe più graduale e contenuto, almeno all’inizio.
Il presidente americano ha dichiarato davanti al Paese e al mondo che “è tempo di concentrarsi sul nation-building qui a casa” e che gli Stati Uniti non pattuglieranno “le loro strade o le loro montagne a tempo indeterminato. Questa è responsabilità del governo afgano”. Il progetto di Washington è, infatti, quello di uscire dall’Afghanistan senza, però, lasciare il Paese nel caos o pronto ad una rinnovata iniziativa talebana, ad un ritorno alla guerra civile o, peggio ancora, nelle mani di estremisti religiosi, soprattutto se condizionati e supportati da governi esteri interessati al Paese asiatico. Si tratta di una sfida difficile, forse la più difficile, ma altresì necessaria e obbligata per un’amministrazione che si trova a confrontarsi con le promesse elettorali fatte nel 2009, con la prospettiva di riportare a casa una buona parte del contingente in tempo per le presidenziali del 2012 e con una crisi economica che non permette più agli Stati Uniti di mantenere un regime di spesa militare decisamente ingente come quello attuale. In un clima di austerity, Washington ha destinato solo quest’anno più di 100 miliardi di dollari alle operazioni in Afghanistan, una spesa raddoppiata rispetto al 2009 e del quale la presidenza Obama non può che prendersi la responsabilità dato che, proprio nel suo primo anno a Washington, il presidente democratico ha incrementato il numero di soldati impegnati nel Paese asiatico di ben 30mila unità.
Al discorso di Obama hanno dato supporto, oltre che i leader europei, ansiosi anch’essi di alleggerire le spese militari, anche John Boehner, capo della maggioranza repubblicana alla Camera, e Mitch McConnell, leader dei repubblicani al Senato, il quale ha elogiato il presidente per aver “dato prova di flessibilità ammirevole nel prendere decisioni sulla sicurezza nazionale”. C’è anche chi paventa il rischio di un eccessivo isolazionismo da parte degli Stati Uniti, come il senatore John McCain, ma generalmente la decisione di Obama è venuta incontro alle maggiori pressioni e volontà politiche e dell’opinione pubblica.
A questo punto l’unico dubbio sulla exit-strategy americana riguarda cosa faranno i militari mentre preparano letteralmente armi e bagagli per andarsene. Il presidente afgano, Hamid Karazai, ha salutato “con favore l’annuncio fatto dal presidente degli Stati Uniti”, aggiungendo di ritenere questa scelta “buona per loro come per l’Afghanistan”. Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani afghani, ha dichiarato che i militanti continueranno “la jihad fino a che l’ultimo soldato straniero non avrà abbandonato la nostra terra”. Dichiarazioni scontate e dovute che possono significare tutto e nulla, ma che, di certo, mettono in chiaro che per Washington il momento più difficile arriva proprio ora.
La situazione sul suolo in Afghanistan non si può in alcun modo definire favorevole ad un corposo ritiro militare, questo è chiaro. Obama ne aveva parlato nei giorni scorsi con il comandante in capo della missione americana, il generale David Petraeus, il quale sembra che avesse presentato al presidente un ventaglio di possibilità per il ritiro delle truppe. A prima vista si potrebbe dire che se Obama ha scelto una delle opzioni di Petraeus, ha deciso per quella meno vicina alle aspettative del generale. D’altro canto il giro di poltrone nei vertici della sicurezza statunitense, annunciato nei mesi scorsi, aveva lasciato intendere quale sarebbe stato il nuovo approccio ai conflitti in corso da parte dell’amministrazione Obama. Lo stesso Petraeus alla Cia, Leon Panetta, attuale capo dell’agenzia, al Pentagono sostituendo il dimissionario Robert Gates e Ryan Crocker nuovo ambasciatore a Kabul, sono nomine che vanno tutte nella stessa direzione: disimpegno militare e aumento dell’azione politica e di intelligence. Il fronte principale del conflitto si è da tempo spostato lungo la frontiera con il Pakistan, mentre in Afghanistan rimane complicata la situazione nel sud-ovest. Ma se su questo fronte l’impegno di soldati è costante, su quello pachistano è ormai dominante l’utilizzo dei droni, gli aerei senza pilota comandati da terra e impiegati sia in missioni di intelligence che di attacco. Quest’arma sembra essere diventata l’unico vero fattore insostituibile dal punto di vista militare e la presenza di Panetta al Pentagono di certo non cambierà le carte in tavola (con l’attuale direttore della Cia i voli e gli attacchi dei droni Predator sono aumentati e il loro utilizzo è stato allargato anche ad altri teatri, come quello yemenita). Ciò che rimane da capire è il futuro politico del Paese. In un’analisi di Stratfor viene messo in prima fila il problema talebano: “Gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno iniziando ora l’inevitabile processo di rimozione delle loro truppe dall’Afghanistan. Questo comporterà il rischio di un maggior successo dei Talebani sul campo di battaglia”. Ma non si tratta solo delle forze interne al Paese.
Molti Paesi della regione hanno da tempo messo gli occhi sull’Afghanistan del dopo-Usa il Pakistan – che sta lavorando per garantirsi quella profondità strategica che gli manca in funzione anti indiana – la Cina – la quale avrebbe in Kabul un valido alleato sia per il passaggio di fonti energetiche provenienti dall’Asia centrale, sia per il controllo della regione – e la stessa India – che conosce bene le ambizioni del Pakistan e ha nel progetto del gasdotto transafgano un punto strategico per il suo sviluppo. Gli americani devono, dovranno, probabilmente lo hanno già fatto, parlare con tutti questi attori. In primis con i talebani, il supporto dei quali, tacito o esplicito che sia, sembra essere l’unica alternativa al loro totale annientamento. Questo, però, presupporrebbe un’azione militare ingente e opposta all’impegno preso ieri da Obama.
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Guarda cosa dicono gli altri...[...] Non c’è solo Washington a preoccuparsi dell’Afghanistan. Oltre alla Cina, infatti, anche l’India ha aperto un importante canale diplomatico che ha portato il primo ministro Manmohan Singh a fare visita al presidente afghano Hamid Karzai poche settimane dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Un momento sicuramente importante per i rapporti tra i due Paesi asiatici e che rischia di avere importanti ripercussioni sulle manovre del Pakistan in territorio afghano e sulle scelte che dovranno fare gli Usa, oramai decisi a ritirare le truppe come confermato dal presidente Barack Obama nel suo ultimo discorso alla nazione della settimana scorsa. [...]