Dopo l’annuncio di Obama chi si prende l’Afghanistan? India e Pakistan si fanno sotto, ma anche la Cina ha le sue ambizioni
Pubblicato da Lello Stelletti il 27 giugno 2011 · Lascia un commento
Non c’è solo Washington a preoccuparsi dell’Afghanistan. Oltre alla Cina, infatti, anche l’India ha aperto un importante canale diplomatico che ha portato il primo ministro Manmohan Singh a fare visita al presidente afghano Hamid Karzai poche settimane dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Un momento sicuramente importante per i rapporti tra i due Paesi asiatici e che rischia di avere importanti ripercussioni sulle manovre del Pakistan in territorio afghano e sulle scelte che dovranno fare gli Usa, oramai decisi a ritirare le truppe come confermato dal presidente Barack Obama nel suo ultimo discorso alla nazione della settimana scorsa.
Le relazioni tra New Delhi e Islamabad al momento sono in una fase delicata. Il rapporto tra le parti in gioco resta abbastanza freddo, nonostante gli incontri del mese di giugno tra il presidente pakistano Asif Ali Zardari e lo stesso Singh abbiano fatto riprendere una vera e propria relazione diplomatica che non esisteva tra i due Paesi dal 2008. L’Afghanistan, però, resta un motivo di scontro, soprattutto perché India e Pakistan hanno un’idea diversa su come gestire la ricostruzione di Kabul e dintorni e, più in generale, una volontà di proporsi come attore nella zona dell’Asia meridionale.
A Islamabad sanno che in questo momento non godono di una vera e propria “fiducia internazionale”, ma soprattutto non si presentano come un interlocutore affidabile agli occhi dell’India, sia per il conflitto riguardante il Kashmir e altre dispute territoriali, sia per i sospetti di New Delhi riguardo una possibile complicità pakistana negli attentati di Mumbai del 2008. In questo momento, il ruolo del Pakistan in riferimento al suolo afghano è ancora tutto da definire e, in particolare, dipende anche da Washington. Risulta ancora poco chiara, infatti, la strategia americana in riferimento allo scomodo alleato asiatico: a oggi le relazioni tra i due Paesi sono dominate dalla diffidenza statunitense, con gli americani sempre più convinti della connivenza tra i servizi d’intelligence pakistani e i talebani.
Gli americani, ovviamente, hanno come principale intento quello di rendere stabile il nuovo Afghanistan impedendo che diventi un nuovo rifugio per jihadisti e radicalisti islamici. Per questo gli Usa necessitano del sostegno dei pakistani che, però, sono pur sempre impegnati a controllare la scarsa democraticità interna, minata da corruzione e dall’azione, parallela a quella governativa, compiuta dai servizi segreti, oltre al fatto che i confini tra i due Paesi restano insicuri e non riescono a favorire la stabilità anche per il vicino afghano.
In Pakistan sanno che un eventuale ruolo attivo sulla politica di Kabul vorrebbe dire controllare, e quindi reprimere, ogni tentativo di nazionalismo afghano e di affermazione dell’etnia nazionalistica dei pashtun. Per poter recitare questo ruolo, però, bisogna limitare l’azione indiana. Un primo passo in questo senso è stato compiuto con l’Afghanistan-Pakistan Transit Trade Agreement, un accordo di tipo economico che permette l’esportazione merci e prodotti afghani verso il territorio indiano, ma impedisce la pratica inversa con la giustificazione di ri-esportazione della merce, mentre, in realtà, l’intento è quello di limitare le esportazioni indiane. L’elezione di Zardari nel 2008 ha migliorato i difficili rapporti tra Afghanistan e Pakistan, basti pensare al sostegno ricevuto da Karzai nel 2009, da parte del governo pakistano, quando egli era impegnato nella rielezione alla carica presidenziale.
La strategia dell’India, invece, risulta abbastanza diversa. New Delhi sta cercando di ottenere una maggiore influenza sull’Afghanistan grazie al suo ruolo di grande potenza economica: oggi l’India è uno dei principali sostenitori per le politiche di ricostruzione e sviluppo del territorio afghano e l’ultima visita del primo ministro Singh di cui parlavamo in apertura è servita a sancire un aiuto finanziario aggiuntivo per un miliardo e mezzo di dollari. Il supporto tecnologico, inoltre, che gli indiani forniscono a Kabul tramite il lavoro di propri ingegneri in tutto il Paese, sta consentendo la costruzioni di grandi opere come dighe e centrali idroelettriche, oltre ovviamente alla Ring Road, l’unica strada in grado di collegare l’intero Paese. Uno dei reali problemi interni afghani, infatti, è l’assenza totale di infrastrutture che ostacolano ogni forma di sviluppo economico.
L’obiettivo che spinge l’India ad agire in questo senso si può intanto individuare nelle risorse energetiche dell’Afghanistan, per lo più idrocarburi, che sarebbero decisive nel favorire l’ascesa economica indiana. Inoltre, un ruolo attivo sul territorio afghano permetterebbe un maggiore controllo sui confini con il Pakistan, limitando eventuali infiltrazioni radicali e jihadiste. La visita del premier Singh, infine, è stata utile anche per mantenere vigile il controllo sul processo di riconciliazione in corso nel Paese asiatico: questo processo è fondamentale per far si che i sostegni economici indiani continuino a entrare nella casse di Karzai, visto che in molti in India temono una ricaduta dell’Afghanistan nell’incubo di una guerra civile che potrebbe mandare in fumo tutti questi sforzi e, soprattutto, questi soldi.
In questo triangolo di attori regionali si inserisce, però, la strategia di Washington che resta un alleato, anche se con diverso tipo di gradimento, sia per l’India che per il Pakistan. In questo momento, però, la politica americana in Afghanistan è arrivata a un punto cruciale: il discorso di Obama della settimana scorsa ha sancito il ritiro delle truppe americane che avverrà in maniera graduale a partire dal termine dell’estate di quest’anno, per completarsi, in seguito, nel 2014. In questa ottica, la volontà è quella di conferire maggiore autonomia, e quindi fiducia, alle autorità afghane locali, puntando anche sul sostegno e la cooperazione che possono fornire altri Paesi che mantengono una presenza militare sul suolo afghano.
Ovviamente, il ritiro militare, però, vuol dire anche affidare la custodia dell’Afghanistan a un attore regionale forte e in grado di continuare l’opera di ricostruzione della nazione. Il Pakistan resta un Paese che non offre alcun tipo di garanzia dal punto di vista democratico, ma è, comunque, uno Stato confinante e, per questo motivo, facilitato nella sua eventuale azione di controllo. L’India è uno dei primi partner stranieri nel commercio di beni e servizi con Washington che, per controparte, ha i propri più importanti investimenti proprio sul territorio indiano, considerato un ottimo contro-attore della Cina nel controllo economico e regionale dell’Asia sud-orientale.
Negli ultimi anni i cinesi hanno aumentato i loro rapporti economici con il Pakistan, la Karakorum Highway, la strada che collega lo Xinjiang, la regione autonoma cinese, con il Pakistan settentrionale e il porto di Gwadar nel Belucistan, la più grande provincia pakistana, e uno dei principali punti del “filo di perle” cinese, ossia quella strategia che garantisce il rafforzamento delle relazioni politiche e commerciali dei cinesi con vari Paesi della fascia costiera asiatica, e che agisce tramite la costruzione di grandi infrastrutture in compartecipazione tra aziende, o capitali, cinesi e partner dello Stato di turno. Lo scalo marittimo di Gwadar, ancora in costruzione, diventerà una tappa cruciale per il trasporto del petrolio greggio proveniente dal Golfo Persico e primo antagonista del porto di Shah Bahar, situato in Iran e tra i principali punti di appoggio per l’India. Pechino e Islamabad, inoltre, hanno aumentato notevolmente i loro rapporti commerciali per cifre che si aggirano intorno ai due miliardi e mezzo di dollari.
Per questi motivi, quindi, l’azione cinese non è da sottovalutare e l’interesse di Pechino è stato sempre ben celato dal ruolo di osservatore che ha assunto in riferimento alle vicende afghane per non farsi coinvolgere troppo dalla politica americana sconclusionata sul territorio del Paese asiatico. I cinesi hanno agito come l’India: ha investito per assicurarsi risorse, in questo caso minerarie, come, per esempio, i tre miliardi e mezzo di dollari investiti nel complesso minerario di Aynak, considerato il secondo giacimento al mondo di rame ancora da sfruttare, e ha instaurato ottime relazioni diplomatiche con le autorità afghane. L’obiettivo cinese è quello di farsi trovare pronti di fronte a ogni evoluzione delle vicende politiche afghane, a prescindere da chi prenderà il potere una volta che gli americani avranno completato la smobilitazione militare.
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