Il semestre polacco dell’Unione Europea: Donald Tusk e la rinnovata volontà di Europa

“La cosa più importante oggi è ristabilire la fiducia nel senso dell’Europa”. Così si è espresso il Primo Ministro polacco, Donald Tusk, in una intervista rilasciata al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Il 1° luglio la Polonia assumerà la presidenza semestrale del Unione Europea e da questo incarico, sono in molti, polacchi in primis, ad aspettarsi tante novità.

Il premier polacco Donald Tusk e il presidente del Consiglio Europeo, il belga Herman Van Rompuy

Varsavia si trova in mano la possibilità di sfruttare questo semestre per rinnovare nell’Europa quel senso di appartenenza ad un’entità comune che, in questi ultimi tempi, si sta dimenticando. Le intenzioni di Tusk non sono, ovviamente, solo di carattere ideologico, ma anche e soprattutto pratico. In Polonia si sono ben accorti di quanto il loro governo ci tenga a far di questo semestre “la più importante presidenza dell’Ue dall’approvazione del trattato di Lisbona”, almeno così scrive il quotidiano polacco Polska The Times. La volontà di Varsavia è quella di rinvigorire il concetto di Europa Unita attraverso uno strumento che finora è stato visto sempre come secondario, soprattutto dai Paesi più potenti dell’Unione.

“È necessario ritrovare una voce unitaria invece che parlare per slogan cercando di imporre i nostri interessi nazionali particolari e credo che oggi siamo testimoni di uno scontro fra due prospettive: una di respiro tattico, che ci conduce a decisioni sbagliate perché legate a problemi interni dei nostri Paesi e magari al risultato di un’elezione particolare, e una strategica. Questa prospettiva strategica richiede coraggio, e soprattutto la forte consapevolezza che esista un interesse comune europeo”.

Le parole di Tusk riprese dal Frankfurter Allgemeine mettono in risalto la precisa volontà polacca di riportare l’Unione Europea ad un concetto di crescita comune e di comune condivisione degli interessi strategici, la difesa in primis. Proprio sotto questo aspetto, infatti, la Polonia sta negli ultimi anni esercitando notevoli pressioni sui suoi amici europei. Varsavia si sente minacciata da una crescente ingerenza russa e, pur avendo la migliore economia della regione europea orientale, non può altresì vantare una forza militare in grado di contrastare le eventuali mire russe. In quest’ottica si inseriscono i recenti accordi stretti con gli Stati Uniti per una presenza effettiva di militari americani sul suolo polacco nell’ambito di un programma di esercitazioni aeronautiche a partire dal 2013 e la creazione di un comando tattico militare con i Paesi del gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Ungheria).

Molte nazioni ex-sovietiche si ritrovano, infatti, a condividere il medesimo timore nei confronti della Russia e, in questo momento di effettiva crisi della Nato, hanno deciso di unificare il proprio comune interesse in un gruppo che, al momento, non è in grado di difendersi da solo, ma che, comunque, crea una pressione attiva sulle decisioni di chi conta in Europa. L’analista di Stratfor, Marko Papic, scrive: “Dal punto di vista della Germania, l’adesione della Repubblica Ceca e della Polonia sono più importanti di quelle dell’Europa periferica”. Con questa affermazione si intende sottolineare la volontà economica dell’Europa che conta di avere un ulteriore sostegno alle finanze comunitarie dall’entrata effettiva nell’Euro di questi due Paesi. La Polonia in particolare vanta un’economia incredibilmente sana, forte e che mantiene una massiccia mole di scambi proprio con quella tedesca. I dubbi di Varsavia – e non è l’unica ad averli – rimangono fortemente legati alle strette relazioni che Berlino sta stringendo con Mosca e al modo in cui Parigi continua a fare l’occhiolino al gigante dell’Est. Proprio per questo motivo sono in molti a parlare di un’Europa che, in questo momento, risulta essere tutt’altro che unita.

STRATFOR - Le principali sfere d'influenza in Europa

In un suo articolo del 30 maggio per il quotidiano tedesco Die Welt, il professor Gunnar Heinshon immaginava un’Europa regionalizzata in cinque principali regioni o aree di comune interesse. Questo approccio è stato ripreso proprio da Marko Papic, il quale, nella sua analisi, suddivide l’Europa in aree d’influenza tra le quali quattro in particolare avrebbero una rilevanza determinante sui destini del continente: la sfera d’influenza tedesca, il blocco regionale del Nord, l’Europa mediterranea e proprio il gruppo Visegrad.

Per Donald Tusk, insomma, si presenta un semestre tutt’altro che facile. L’Unione che non appare tale e un sistema di sicurezza e difesa inesistente. Una politica estera soggetta alle pressioni dei Paesi dominanti e che non agisce secondo una comune prospettiva. Una regionalizzazione degli interessi dei singoli Paesi e un’economia che non attrae più come un tempo – la stessa Repubblica Ceca si è detta meno entusiasta rispetto a qualche hanno fa di adottare la moneta unica. La Cina pensa ad accollarsi i debiti nazionali europei, trovando anche chi è disposto ad accoglierla a braccia aperte (la Grecia) senza che una reale programmazione economica europea conceda a questi Paesi alcuna prospettiva di ripresa comune. La Russia stringe accordi economici e militari con Germania, Francia e Italia, mentre tiene sotto scacco l’Ucraina e la Moldavia e aumenta la pressione sui Paesi baltici. Gli Stati Uniti non guardano più all’Europa come a un valido alleato, ma piuttosto come ad un problema politico ed economico e alla Nato – sulla quale contano tanto i Paesi dell’est Europa – come ad una spesa superflua. Scrive un editoriale del New York Times dal titolo “Leaderless in Europe”:

“Gli americani sono stanchi della guerra, e il timore di indebolire la Nato non è più un deterrente per i leader politici, come ha messo in luce la polemica sulla campagna in Libia. Non sappiamo per quanto tempo ancora gli elettori americani daranno il loro appoggio a un’alleanza nella quale agli Stati Uniti spetta l’onere del 75 per cento delle spese militari e una percentuale più o meno analoga  dei combattimenti”.

Insomma, buona fortuna a Donald Tusk e speriamo davvero che da una nuova prospettiva possano nascere nuove certezze. Chissà, potrebbe essere proprio un Paese che ancora non fa pienamente parte dell’Europa a rilanciare quell’ideale ormai svanito di un’Europa comune.

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