La longa manus di Israele ferma la Freedom Flottilla

La strategia diplomatica di Israele si è rivelata vincente. È stata imbastita sul gioco-forza, ma è difficile non ravvisare questo atteggiamento in politica: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da oltre un anno ha aperto un canale diretto con la Grecia, migliorando i rapporti tra i due Paesi e facendo diventare Israele un sostenitore economico e, soprattutto, politico della Grecia in questo momento di grave difficoltà. Ora si possono vedere i risultati di questo lavoro diplomatico dato che il primo ministro greco George Papandreou ha impedito la partenza di tutte le navi della Freedom Flotilla II, il convoglio navale che intende rifornire di aiuti umanitari la popolazione della Striscia di Gaza.

Da sinistra, il primo ministro greco George Papandreou e il suo corrispettivo israeliano Benjamin Netanyahu

L’inizio degli ottimi rapporti tra Netanyahu e Papandreou è identificabile nel febbraio 2010, in seguito a un incontro casuale a Mosca. In quell’occasione, il premier israeliano ha iniziato a tessere la sua tela parlando dell’estremismo turco e identificandolo come una minaccia per Tel Aviv e dintorni, una posizione che è stata bene accolta dal suo alter ego greco. L’infittirsi dei rapporti conduce direttamente al maggio 2010, quando la prima Freedom Flotilla, partita dalla Turchia, ha tentato di violare il blocco di Gaza, l’embargo messo in piedi da Egitto e Israele nel 2007. Il convoglio, composto da sei navi, è stato intercettato dalle forze navali israeliane nelle acque internazionali del Mediterraneo: cinque navi sono state poste con la forza sotto il controllo israeliano e nove attivisti dell’IHH,  İnsani Yardım Vakfı, un’organizzazione non governativa islamica turca per i diritti dell’uomo, sono stati uccisi dopo essersi scontrati con le Israel Defense Forces.

In questo contesto,  le forze di intelligence e quelle militari greche fecero pressione sul Papandreou per intensificare i rapporti con Israele, una manovra sulla quale non c’era parecchio da lavorare vista la predisposizione positiva del premier. La visita ufficiale a Gerusalemme del luglio 2010 è stata la prima di un primo ministro greco in territorio israeliano negli ultimi 30 anni e, poche settimane a seguire, è stata ricambiata da Netanyahu che si è recato ad Atene. I legami diplomatici sono sbocciati, nel verso senso del termine, dato il vertiginoso aumento di scambio di informazioni per quanto riguarda l’intelligence, le operazioni militari di esercitazioni congiunte delle forze di aeronautica dei due Paesi, e l’attività di mediazione di Papandreou nel dialogo tra Netanyahu e il leader dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

Molti degli ultimi incontri tra le due parti si sono concentrati sulla questione della crisi finanziaria che sta colpendo la Grecia e, più in generale, mettendo in crisi diversi Stati membri dell’Unione Europea. Ovviamente, Netanyahu si è mostrato favorevole a soccorrere l’alleato greco e l’ha fatto durante un vertice tra i ministri degli esteri e vari leader europei, impostando con loro un discorso che portasse a fornire aiuti finanziari ad Atene. Nelle ultime settimane, poi, quando si sono intensificati gli sforzi per fermare la nuova spedizione della Freedom Flottilla II, il premier israeliano ha saputo cogliere tutti i vantaggi del suo lavoro di un anno.

Giunti al momento decisivo, infatti, la Grecia ha mantenuto le promesse ordinando che tutte le navi in partenza per Gaza venissero bloccate in ogni tentativo di lasciare i rispettivi porti. La decisione della Grecia ha fatto eco all’annuncio dell’IHH riguardo la mancata partenza della Mavi Marmara, una delle navi attaccata nella precedente spedizione, e al comunicato del presidente di Cipro che ha vietato alle navi presenti sui propri porti di dirigersi a Gaza. In questo modo, il destino della Freedom Flotilla II è stato segnato da una serie di azioni di gioco-forza in cui Israele ha sempre mantenuto il coltello dalla parte del manico: ovviamente, con la Grecia, ma anche con la Turchia, con la quale i rapporti diplomatici si sono parecchio deteriorati nell’ultimo anno dopo le vicende della prima Flottilla.

Gli attivisti dell'IHH, l'organizazzione non governativa islamica turca per i diritti umani

In questo momento, però, con la rivolta siriana ancora in atto e i campi profughi sul proprio territorio, il governo turco ha deciso che sanare i rapporti con il “nemico” Israele è una questione di primaria importanza, per questo ha fatto pressioni all’IHH perché si tirasse fuori dalla missione umanitaria tramite le parole del ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu che  ha chiesto agli organizzatori di riconsiderare la decisione di partire per Gaza in riferimento anche agli sviluppi conseguenti alla riapertura del valico di Rafah e alla riappacificazione tra Hamas e Fatah in Palestina. Per la prima volta il governo ha suggerito all’IHH la strategia da adottare con somma felicità degli americani e dell’Onu che avevano incitato i governi dei vari Paesi in questione a fermare la partenza dei convogli.

Nonostante le scuse ufficiali di Israele per quanto successo il maggio scorso non siano mai arrivate, il primo ministro Recep Erdogan è sembrato disposto ad ammorbidire la posizione turca nei confronti di Tel Aviv, un cambiamento che, dopo la vittoria elettorale del mese scorso, Netanyahu aveva previsto. Per altro, fonti americani e turche attestano che ci siano in piedi trattative segrete tra il rappresentante israeliano della commissione d’inchiesta delle Nazioni unite Yosef Ciechanover e il suo alter ego turco Ozdem Sanberk, i quali, dopo aver lavorato assieme nella commissione d’inchiesta sull’attacco delle forze di difesa israeliani alla Freedom Flotilla, si stanno impegnando a risolvere la crisi sotto il controllo degli Usa. Quando il rapporto di inchiesta dell’Onu verrà reso noto, attesa che dovrebbe esaurirsi a breve visto che era la pubblicazione per i primi di luglio, l’accettazione di entrambe i Paesi servirebbe ad accantonare definitivamente la questione.

Anche qui è stato necessario, però, il gioco-forza israeliano che ha fatto saltare alcuni importanti accordi commerciali quando Erdogan nell’ultimo anno ha provato a strizzare l’occhio a Iran e Siria prima dell’inizio della nuova primavera araba: ne è un caso esplicativo il rifiuto di Israele di trattare con Ankara per la vendita di intercettori di missili hightech. Ma se gli scambi commerciali tra i due Paesi tra il 2009 e la fine del 2010 è aumentato da 2,5 a 3,5 miliardi di dollari, la crisi diplomatica non esiste. O meglio, è stata messa da parte dalla longa manus israeliana capace, in questo momento, di sfruttare tutte le situazioni in piedi a suo vantaggio, dalla crisi economica al rimodellamento della situazione regionale in Medio Oriente.


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One Response to “La longa manus di Israele ferma la Freedom Flottilla”
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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] Rispetto alle recenti reazioni di Israele ad eventi giudicati come minacciosi, come nel caso del secondo tentativo da parte della Freedom Flotilla di arrivare a Gaza o della dura repressione nel giorno della Naqba nel maggio scorso, gli israeliani hanno stavolta [...]



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