L’Aiea condanna il nucleare iraniano e alza un polverone internazionale
Pubblicato da Federico Di Gioia il 12 novembre 2011 · 2 commenti

L'Aiea ha redatto un rapporto in cui accusa l'Iran di sviluppare un programma nucleare a scopi militari
In seguito alla pubblicazione del rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sul programma nucleare iraniano, la pressione internazionale sull’Iran sta rapidamente aumentando, ma quello che stupisce non sono tanto le minacce di un possibile attacco sul suolo iraniano (altamente improbabile) quanto la tiepida reazione di Washington.
L’8 novembre, con l’uscita del rapporto dell’Aiea (qui il pdf completo del rapporto), è ricominciato un vecchio balletto che va avanti oramai da qualche anno e che sembrerebbe, a breve, arrivare all’atto finale. Il programma nucleare iraniano è sotto osservazione diretta e indiretta dell’Occidente e non solo da ormai molto tempo. La paura di un reale sviluppo di un programma atomico a scopi militari da parte di Teheran, ha affollato le pagine di molti giornali americani e i peggiori incubi dei politici israeliani. Con questo rapporto sembra arrivata la definitiva conferma che gli scienziati nucleari iraniani stanno realmente portando avanti esperimenti bellici sul nucleare. Sebbene il rapporto faccia riferimento a modelli informatici del 2008 e 2009 che ricreano gli effetti di un esplosione atomica e a progetti per detonatori di ordigni nucleari, non ha però espresso in modo esplicito alcuna sicurezza sull’effettiva costruzione di una bomba. “L’Iran ha svolto attività relative allo sviluppo di un dispositivo nucleare. [Gli esperimenti condotti, ndr] indicano con grande probabilità che è in corso lo sviluppo di un’arma nucleare”. Questo è il giudizio, severo sebbene privo di certezze, che si legge all’interno del rapporto degli ispettori dell’Aiea, un documento compilato con fonti indipendenti, provenienti da più di dieci Paesi differenti, con la massima chiarezza, autorità e competenza possibile, proprio per evitare altre figuracce come quella del 2003, con le inesistenti armi di distruzione di massa in possesso dell’Iraq di Saddam Hussein.
Se la pubblicazione ha provocato una generale indignazione tra i Paesi occidentali e un pericoloso isterismo a Tel Aviv, da Washington ancora si aspetta una reazione concreta. Finora dal governo di Mahmoud Ahmadinejad sono arrivate solo smentite e le solite accuse di partigianeria nei confronti dell’Aiea. Ahmadinejad ha accusato il presidente dell’agenzia, Yukia Amano di essere “una marionetta degli Stati Uniti”, mentre Ali Asghar Soltanieh, ambasciatore di Teheran presso l’Aiea, ha ritenuto il rapporto “non professionale e preparato con motivazioni politiche e sotto la pressione soprattutto degli Stati Uniti”.
Dal Segretario di stato americano, Hillary Clinton, arriva una chiara sollecitazione nei confronti di Teheran: “L’Iran ha una lunga storia di inganni e dinieghi riguardo al suo programma nucleare e nei prossimi giorni ci aspettiamo che l’Iran risponda ai gravi interrogativi sollevati dal rapporto”. Gli Stati Uniti devono, però, prendere una posizione chiara ben prima di ricevere una scontata risposta da parte di Teheran e il motivo di questa urgenza non è l’Iran, bensì Israele.
A Tel Aviv, come si diceva, aleggia un pericoloso isterismo che si traduce nella minaccia di un attacco aereo agli impianti nucleari iraniani. L’idea sembra essere più che concreta, anche se prudentemente osteggiata già all’interno dello stesso governo. Il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato domenica scorsa che “un attacco all’Iran è sempre più possibile”, mentre il ministro alla Difesa, Ehud Barak, ha subito iniziato ad abbassare i toni: “La guerra non è un picnic. Vogliamo un picnic, non una guerra”. L’ex direttore del Mossad (il servizio segreto israeliano), Meir Dagan, nel maggio scorso ha pubblicamente definito l’opzione di un attacco preventivo all’Iran “la cosa più stupida che io abbia mai udito”, così come Efraim Halevy, altro ex direttore del Mossad, ha recentemente dichiarato che l’Iran è “ben lontano” dall’essere una minaccia reale per l’esistenza di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intanto, continua a cercare supporto dentro e fuori Israele per rafforzare l’opzione militare. In molti sostengono però che l’amministrazione di Tel Aviv non voglia realmente portare i propri aerei sopra i cieli iraniani, una mossa militare che produrrebbe conseguenziali reazioni decisamente pericolose, bensì focalizzare l’attenzione internazionale su Teheran e aggravare il regime di sanzioni contro il Paese. Un attacco diretto (secondo funzionari britannici da effettuarsi tra Natale e capodanno e solo multilateralmente con il supporto di Stati Uniti e Gran Bretagna) comporterebbe d’altronde una serie di probabili ritorsioni da parte dell’Iran che potrebbero mettere a rischio, oltre all’incolumità dello stesso Stato di Israele, anche le basi americane nel Golfo Persico e la sicurezza in Iraq, Paese dal quale Washington vorrebbe tirar fuori i propri soldati, mentre Teheran vanta una notevole influenza politica e religiosa.
Gli Stati Uniti devono, inoltre, prestare attenzione anche ad altri interlocutori, più o meno amichevoli, dei quali, però, non si può non ascoltare la voce. Gran Bretagna e Francia hanno manifestato profonda preoccupazione per il risultato del rapporto dell’Aiea e hanno chiesto di inasprire le sanzioni contro l’Iran. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hong Lei, ha invocato “il ricorso a mezzi pacifici per risolvere la questione nucleare”, invitando Teheran ad una posizione “responsabile, flessibile e collaborativa”, pur ribadendo, infine, che l’Aiea deve essere “oggettiva”. Dal canto suo Mosca ha espresso prudenza nel giudicare il rapporto, sostenendo che questo non ha presentato “elementi fondamentalmente nuovi, ma soltanto fatti conosciuti usati per una operazione di montatura politica” e ribadendo che non sosterrà ulteriori sanzioni. Ma soprattutto il ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, ha tenuto a bacchettare l’agenzia delle Nazioni Unite per aver pubblicamente diffuso i contenuti del rapporto “in special modo ora che c’è qualche possibilità che riprenda il dialogo tra i sei mediatori internazionali [Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Cina e Russia, ndr] e Teheran”.
La situazione non è, dunque, delle più limpide. Due dei mediatori del “sestetto”, Stati Uniti e Gran Bretagna, sembrerebbero essere disposti ad attaccare l’Iran (o quantomeno a sostenere Israele in un attacco) e, con la Francia, ad aggravare le sanzioni su Teheran. Tel Aviv freme dalla voglia di lanciare un attacco, almeno a parole, ma l’esecutivo Netanyahu, protagonista negli ultimi tempi di azioni unilaterali e spesso sorprendentemente dannose per la stessa politica israeliana, non gode di un ampio consenso internazionale, come dimostra anche il clamoroso fuorionda del presidente francese Nicolas Sarkozy. In tutto ciò Russia e Cina sembrano essere ben lontane dall’accettare pacificamente un’operazione militare contro l’Iran ed è difficile immaginare che Israele possa operare una tale mossa senza supporto internazionale, soprattutto con il recente peggioramento dei rapporti con la Turchia e la proliferazione di nuove democrazie arabe nella regione mediorientale.
Il documento dell’Aiea ha messo in guardia il mondo dalla possibilità che Teheran stia conducendo studi sulla possibilità di impiegare per fini bellici il proprio uranio, ma sembra non aver avvisato nessuno che sul retro del rapporto sta scritto: Fragile e pericoloso. Maneggiare con cura.
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