Nord Corea: perché si augura stabilità al nuovo regime di Kim Jong-un

Da International Business Times

La Cina non vuole perdere alcun privilegio nei rapporti con la Nord Corea e per questo motivo Pechino favorirà una transizione tranquilla verso Kim Jong-un, figlio del recentemente scomparsoCaro leaderKim Jong-il. Le numerose telefonate partite da Pechino subito dopo la notizia della morte del dittatore nordcoreano testimoniano la precisa volontà dei cinesi di mantenere immutata la situazione nel settentrione della penisola. A tutti i suoi interlocutori la Cina ha fatto la stessa osservazione: “La stabilità e la pace nella penisola di Corea è negli interessi di tutte le parti nella regione”. I timori di un inasprimento dei rapporti tra Pyongyang e Seoul, Tokyo o Washington sarebbero, dunque, sbagliati. La Cina rappresenta per la Nord Corea praticamente l’unica fonte di sopravvivenza per un Paese chiuso e isolato dal resto del mondo. Pechino esercita su Pyongyang una fortissima influenza e il suo sostegno garantisce alla popolazione di non morire di fame, il che evita anche una massiccia migrazione di nordcoreani oltre il confine cinese. Questo è il prezzo che paga la Cina per non ritrovarsi addossate al suo confine le numerose installazioni militari statunitensi.

La Corea del Sud ospita, infatti, circa 30mila soldati Usa e la collaborazione militare tra i due Paesi è al livello di quella tra Washington e Tokyo. La presenza di uno stato nominalmente – e di certo anche praticamente – ostile a questi Paesi rappresenta per Pechino una garanzia sicura. Questo non è certo un discorso nuovo, né tantomeno segreto o mal celato, ma si tratta di una storica linea di confine che Pechino ha tracciato sin dalla fine della Guerra di Corea nel 1953. Nel caso in cui Pyongyang dovesse trovarsi al centro di un colpo di stato o il nuovo regime non dovesse mantenere con la Cina il rapporto privilegiato che vantava sotto Kim Jong-il, una serie di precari equilibri strategici nella regione del Mar Cinese settentrionale rischierebbero di essere compromessi. Tutte le possibili infiltrazioni di influenze statunitensi o sudcoreane oltre il 38° parallelo (quello che divide le due Coree) sarebbero viste da Pechino come una minaccia diretta nei suoi confronti e i piani di riunificazione della penisola rappresentano per i cinesi un altrettanto notevole svantaggio strategico.

Al momento è davvero difficile pensare che uno degli attori in causa voglia rompere lo status quo e la preoccupazione principale di tutti è che sia lo stesso regime di Kim Jong-un a non riuscire a reggere. Se questo implodesse le principali forze politiche e militari a Pyongyang potrebbero trovarsi impelagate in una lotta per il potere che creerebbe più problemi al di fuori della Nord Corea che non al suo interno. La possibilità di un deterioramento della stabilità del Paese, magari coadiuvato da rivolte popolari, significherebbe avere un’importante potenza militare, dotata plausibilmente di armi nucleari, fuori controllo. Il problema in questo caso sarebbe quello di trovare velocemente un accordo tra la Cina e gli Stati Uniti per una risoluzione della crisi senza dover arrivare ad un intervento diretto di una delle parti o, peggio ancora, di uno vero e proprio scontro tra le parti. Ecco perché, in questo momento, al di fuori delle ovvietà ufficiali, tanto a Washington quanto a Pechino si augurano un lungo e prospero regno per Kim Jong-un.

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