Domani elezioni in Taiwan, ma tutto sotto il controllo di Usa e Cina

Il presidente taiwanese uscente e candidato alle elezioni, Ma Ying-jeou

Puoi leggere questo articolo anche su IBTimes-Italia.

Domani si vota in Taiwan. Alle urne saranno chiamati 18 milioni di elettori con il compito di scegliere il prossimo presidente del Paese. La situazione sarà monitorata con particolare interesse sia dalla Cina, sia dagli Stati Uniti. Pechino, infatti, rivendica l’isola, indipendente da oltre 60 anni, come parte del proprio territorio, mentre Washington è legata alla Repubblica di Cina, nomenclatura ufficiale del Taiwan, da un trattato che le impone di intervenire in caso di “aggressione esterna”.

Le relazioni dell’isola con il vicino cinese sono notevolmente migliorate negli ultimi quattro anni, ossia dall’ascesa al potere di Ma Ying-jeou, leader del Kuomintang, il Partito Nazionalista. Il presidente Ma ha rafforzato gli scambi economici e culturali con la terraferma, ottenendo ottimi risultati che hanno beneficiato all’economia del Paese. Nonostante ciò, però, il capo di Stato alle elezioni di domani si troverà di fronte un’avversaria di tutto rispetto: Tsai Ing-wen, leader indipendentista del Partito Democratico Progressita (Dpp). Poche, se non nulle, le possibilità del terzo candidato, James Soong, alla guida del Primo Partito del Popolo, che però potrebbe togliere voti utili a Ma Ying-jeou.

Gli ultimi sondaggi, pratica vietata negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale, mostrano un leggero vantaggio di Ma sulla concorrente Tsai. Evidentemente il presidente uscente può avvantaggiarsi del successo ottenuto nel miglioramento delle relazioni con Pechino, utili a migliorare i collegamenti aerei e navali tra l’isola e la terra ferma. Ma tra le vittorie di Ma c’è anche un non trascurabile accordo commerciale che ha tagliato le tariffe sulle esportazioni di Taiwan dirette verso la Cina.

Se a vincere le elezioni fosse, invece, Tsai Ing-wen, si tratterebbe della prima donna a diventare presidente del Paese. Tsai, 55 anni, economista, è una ferma sostenitrice della pericolosità insita nel riavvicinamento con Pechino promosso da Ma. Secondo lei, infatti, questo rinsaldamento dei legami è stato troppo frettoloso e prematuro, in quanto prima di rafforzare il rapporto con la Repubblica Popolare sarebbe necessario comprendere che tipo di relazione vogliono avere i taiwanesi con la Cina.

“Tornate a casa per votare”, questo uno degli slogan più gettonati uditi in questi giorni per le strade di Taipei, le capitale taiwanese, da parte di Tsai: “Nessuno deve mancare”. A Taiwan, infatti, come in Italia, non esiste la possibilità di votare a distanza o per posta. L’affluenza alle urne nel sud e nel centro dell’isola potrebbe diventare decisiva nel voto di domani perché si tratta di due aree a tradizione democratico progressista, quindi pro-Tsai. Il problema, però, è che molti elettori di queste regioni povere sono emigrati nel nord del Paese in cerca di lavoro, mantenendo la residenza nelle rispettive località di provenienza.

I dati pubblicati dall’Associazione imprenditori di Taiwan a Pechino sostengono che 200 mila persone rientreranno a casa per votare, ma l’80% sosterrà il partito filo-cinese del presidente Ma. I dati mostrati dal Kuomintang parlano di una rielezione per Ma con 500 mila voti di vantaggio, ossia il 3% dell’elettorato composto da 18 milioni, di cui l’80% tradizionalmente si reca alle urne. Opposti i dati del Dpp, che prevede una vittoria di Tsai per 200 mila voti, poco sopra l’1%. Per il terzo candidato Song sembrano dover restare solo le briciole, ma lui stesso si è dichiarato certo di conquistare facilmente almeno un milione di voti.

Taiwan, dal punto di vista geopolitico, rappresenta una delle poche questioni attuali su cui Cina e Stati Uniti remano nella stessa direzione. Entrambe le potenze, infatti, stanno spalleggiando il presidente uscente Ma Ying-jeou. Tsai Ing-wen, infatti, sembra preoccupare Washington e disturbare profondamente Pechino. La candidata democratica, con la sua linea intransigente, richiede il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza taiwanese da parte dei cinesi. Una posizione sgradita anche all’establishment statunitense, non intenzionato a mettere in pericolo lo status quo nel Pacifico, o meglio non attraverso la politica provocatoria dei democratici.

Secondo quanto esposto dal South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong edito in inglese, gli Usa, “sebbene si siano sempre proposti come principale difensore di Taiwan”, hanno la consapevolezza che “qualsiasi drastico cambiamento alla politica taiwanese potrebbe condurre a scontri che coinvolgerebbero anche Pechino”. Secondo analisti americani, inoltre, l’amministrazione guidata dal presidente Barack Obama non crederebbe nella politica di Tsai Ing-wen, valutando una minor predisposizione da parte della Cina a piegarsi a certi avvertimenti americani se fosse il Dpp a spuntarla.

Il Global Times, quotidiano cinese prodotto dal Partito Comunista di Pechino, ha direttamente appoggiato la candidatura di Ma Ying-jeou preannunciando, con toni più da minaccia che da profezia,  un crollo per Taiwan se dovesse essere la sua avversaria a vincere le elezioni. “Se Tsai si dovesse schierare contro la Cina finirebbe per avere manifestazioni contrarie, ottenendo effetti negativi sull’economia di Taiwan e su tutti i taiwanesi”. Il riferimento agli investimenti esteri è il tema più preoccupante: “Gli investitori si innervosirebbero di fronte alla caduta del mercato azionario locale. Il colpo lo subirebbero anche gli esportatori, le banche, il settore del turismo e l’agricoltura”.

Insomma, la macchina di propaganda cinese si è mossa in grande stile per scongiurare qualsiasi cambiamento dell’attuale posizione politica taiwanese. Le preoccupazioni di Pechino sono rafforzate anche dal fatto che non manca molto al processo di revisione che porterà alla guida del Paese un nuovo gruppo dirigente, sostituendo quello guidato dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao. L’avvicendamento al potere è previsto per il prossimo autunno.

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