Iran, il fronte anti-sanzioni si allarga, comunità internazionale divisa

Il ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov

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La decisione sulle nuove sanzioni da imporre all’Iran in riferimento al programma nucleare di Teheran rischiano di spaccare in due la comunità internazionale. Ieri, la Danimarca, di turno alla presidenza dell’Unione europea, ha proposto agli Stati membri di introdurre l’embargo totale alle importazioni del greggio iraniano dal primo luglio, concedendo un periodo di grazia per poter porre fine ai contratti in essere. La proposta danese è figlia del compromesso, o meglio, del timore dell’intera Eurozona. Molti Paesi, infatti, stanno valutando con preoccupazione l’impatto economico che potrebbe avere un embargo sul petrolio iraniano sulla già fragile situazione dell’Ue. Il piano proposto dai vertici di Bruxelles non ha ancora ricevuto il benestare dei vari membri ma verrà riproposto in maniera dettagliata il 23 gennaio. In quella data, infatti, è previsto l’incontro tra i ministri degli Esteri dell’Ue, con all’ordine del giorno la tematica dei provvedimenti economici contro la Repubblica Islamica.

In questo clima da “guerra fredda”, si sta compattando un numero di Paesi anti-sanzioni, o comunque inclini a trovare degli escamotage per aggirarle. La posizione della Russia, in questo senso, è stata sin da subito ben definita. Nel corso della sua annuale conferenza stampa a Mosca, il ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, ha etichettato le sanzioni, indicandole come un atto mirato ad “asfissiare l’economica della Repubblica Islamica” e “suscitare malcontento nella popolazione”. Lavrov, molto diretto nelle sue dichiarazioni, ha proseguito: “Le nuove sanzioni unilaterali contro l’Iran non hanno nulla a che fare col desiderio di combattere la proliferazione nucleare”. Completando il discorso, il capo della diplomazia russa ha confermato la contrarietà di Mosca a ogni forma di sanzione unilaterale poiché indebolirebbero l’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La posizione russa ha trovato l’appoggio del presidente venezuelano, Hugo Chavez. Il Venezuela si iscrive pienamente alla nuova lista di “Stati canaglia” che si oppongo a Washington. Lo stesso presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, si è recato la scorsa settimana in America Latina per rinsaldare i rapporti con Caracas. Durante una conversazione telefonica tra Chavez e il premier russo Vladimir Putin, entrambi hanno convenuto sulla necessità di “difendere l’indipendenza e la sovranità della Siria e dell’Iran, contro le azioni di disturbo e interferenza delle potenze coloniali”. Un evidente riferimento all’ingerenza straniera che Paesi come Stati Uniti e Israele vorrebbero esercitare su Teheran attraverso questi provvedimenti economici.

Intanto, proprio dallo Stato israeliano, considerato il primo istigatore di un eventuale intervento militare in territorio iraniano, arrivano le parole del ministro della Difesa, Ehud Barak. Secondo le dichiarazioni di quest’ultimo, è ancora “molto lontana” la decisione riguardo un attacco alle infrastrutture nucleari dell’Iran. “Non c’è alcuna decisione da parte nostra, non c’è nemmeno una decisione circa la scadenza”. Nelle prossime settimane era attesa un’esercitazione di difesa aerea congiunta tra Israele e diverse migliaia di militari statunitensi. Il test è stato, però, rimandato in quanto si ritiene che manovre di questa portata richiedano ulteriori preparativi. A detta di Barak, la decisione è stata più sua “che non del segretario alla Difesa americano, Leon Panetta”. Sulle ragioni del rinvio erano state comunque espresse spiegazioni alternative, da presunti problemi di bilancio del ministero della Difesa israeliano, al timore di innescare tensioni non necessarie nei confronti dell’Iran. Intanto, domani è previsto l’arrivo a Tel Aviv, del generale Martin Dempsey, capo di Stato maggiore delle forze armate statunitensi.

La posizione più rigida di Teheran ora riguarda la questione petrolifera, sia in termini di produzione, sia di esportazione. La tensione si è riaccesa l’altro ieri quando l’Arabia Saudita, attraverso le parole del ministro degli Esteri, Ali al Naimi, aveva assicurato di poter sostituire molto rapidamente le forniture di greggio iraniane in caso di sanzioni. La risposta della Repubblica Islamica, giunta da capo della diplomazia, Ali Akbar Salehi, ha messo in serio dubbio la capacità saudita di assolvere questo compito. Secondo Mohammad Karamirad, un deputato iraniano, le affermazioni saudite sono mirate a convincere gli Stati asiatici a sostenere le sanzioni e a danneggiare l’industria petrolifera iraniana.

Se questo dovesse essere l’obiettivo di Riyad, però, c’è da dire che i risultati raggiunti sinora non sembrano molto incoraggianti. Dopo la conferma dei contratti con la Corea del Sud, i tentennamenti giapponesi sulle nuove sanzioni, la posizione contraria cinese, ora anche l’India sembra alla ricerca di espedienti per aggirare la questione delle sanzioni. Secondo quanto reso noto dal segretario per gli Affari Esteri, Ranjan Mathai, New Delhi sta continuando a importare greggio da Teheran, nonostante le nuove sanzioni americane del 31 dicembre rendano complicato pagare per queste forniture. I provvedimenti, infatti, colpiscono ogni istituzione finanziaria che abbia a che fare con la Banca centrale dell’Iran e, per questo motivo, una delegazione indiana si trova attualmente nella capitale della Repubblica Islamica per risolvere la situazione. Gli indiani stanno cercando di bilanciare due necessità per ora vitali ai propri progetti futuri: mantenere l’importazione di 12 miliardi di dollari di greggio iraniano, evitando però di mettere in discussioni i propri legami con Washington. Data la situazione, non è da escludere che l’India, come il Giappone e la Turchia, possa chiedere delle deroghe.

Proprio con Ankara, Teheran ha avuto recentemente dei contrasti riguardo il prezzo del gas naturale. La Turchia, infatti, aveva richiesto un abbassamento del prezzo nella compravendita ma l’Iran aveva rigettato la richiesta. I due Paesi, non amici, ma alleati all’occorrenza, sembrano allontanarsi in vista di un riposizionamento turco sotto l’egida americana. Nonostante ciò, non si possono mettere da parte i rapporti economici e commerciali in corso: gli scambi tra i due Stati sono notevolmente aumentati negli ultimi anni, toccando cifre vicine agli 11 miliardi di dollari del 2010. La visita del ministro degli Esteri iraniano Salehi per partecipare al vertice dell’Eco ad Ankara, l’Organizzazione per la cooperazione economica, potrebbe servire a riprendere il dialogo tra i due Paesi e sviluppare questioni di reciproco interesse.

La diplomazia iraniana, insomma, si è attivata per rispondere a quelle che da Teheran sono ritenute delle interferenze estere nella propria sfera politico-economica. Le sanzioni, ovviamente, fanno paura all’Iran che seguirà con attenzione lo sviluppo dei colloqui dell’Unione europea. La Repubblica Islamica, però, dopo la visita in America Latina di Ahmadinejad della scorsa settimana, e alcune certezze derivate dai confermati contratti petroliferi, si sente in una posizione più sicura. Fondamentale, oltre al vertice europeo del 23 gennaio, potrebbe diventare la visita ufficiale degli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu, prevista per il 28 gennaio.

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Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] Secondo Hosseini il fatto di applicare le sanzioni solo dal 1° luglio è un fattore indicativo dei profondi timori dei Paesi del vecchio continente. Le risorse energetiche iraniane – Da [...]



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