Le rivolte in Medio Oriente: Bahrain

L’inasprimento della situazione di crisi a Manama e l’intervento militare dell’Arabia Saudita sono i due fattori, assai pericolosi, che rischiano di stroncare ogni speranza di transizione pacifica in Bahrain. In questo momento, infatti, la possibilità che, una manifestazione di massa che chiedeva riforme democratiche si trasformi in un conflitto armato, sono

Una cartina politica del Bahrain

parecchie. Non solo. A queste condizioni si potrebbero anche esacerbare quelle tensioni settarie presenti non solo in Bahrain e nel Golfo, ma in tutta la regione.

Con la collaborazione degli altri Stati membri del Gulf Cooperation Council, l’Arabia Saudita sta presumibilmente agendo in base a un duplice timore: la possibilità che la sollevazione popolare porti al governo una maggioranza sciita, e la conseguente forma di controllo che l’Iran eserciterebbe sul piccolo Stato arabico. Sino a ora, entrambi questi timori sembravano infondati. Più reale potrebbe essere, invece, la possibilità che queste proteste ispirino simili moti nelle proprie province orientali, dove proprio gli sciiti sono in numero prevalente.

La realtà, però, è che la brutale repressione messa in atto dalle autorità di Manama e il sostegno saudita hanno solo fatto da interferenza a quello che è realmente il problema che vogliono estinguere: la risposta più efficace, infatti, alla minaccia radicale di un cambio di regime o a una maggiore influenza iraniana, non è una violenta soppressione delle proteste, quanto più una reale riforma politica in senso democratico.

Il regno della piccola isola arabica è stato a lungo luogo di fermenti popolari, dovuti in parte alla privazione dei diritti civili della sua popolazione, a maggioranza sciita ma controllata da una monarchia sunnita. Continue situazioni di crisi hanno portato a scarsi progressi nell’ampliamento dell’arena politica interna, e il regime è stato spesso accusato di importare nel proprio territorio seguaci dell’Islam sunnita dagli altri Stati della regione, ma anche da Paesi non arabi come il Pakistan, per contrapporli alla popolazione presente sul territorio. L’opposizione sciita al regime ha giustamente denunciato questa politica indicandola come una vera e propria manipolazione demografica.

Dopo che il 14 febbraio sono iniziate le proteste, per lo più non violente, e atte a richiedere riforme politiche, costituzionali e la rimozione del regime, proprio il governo ha deciso di rispondere con la mano pesante, aprendo il fuoco sui manifestanti a piazza Pearl, il cuore di Manama, e permettendo a una serie di teppisti pro-regime di attaccarli. In seguito alle pressioni statunitensi, la protesta ha preso una via pacifica, ma tre settimane di discussioni interne, mentre le manifestazioni proseguivano il loro corso, non sono riuscite a produrre risultati significativi. Il segretario della Difesa americano Robert Gates è andato in visita a Manama il 12 marzo e ha criticato apertamente il regime per la lentezza con cui si tentava di procedere verso le riforme.

Questa situazione di stallo non è stata ben accolta da Riyadh che, dati gli ottimi rapporti con il regime, ha deciso di intervenire a favore del governo di Manama. Il 14 marzo, così, invocando un accordo di sicurezza del Gcc, un migliaio di soldati hanno

Il re del Bahrain Hamad bin Isa Al Khalifa

attraversato la piattaforma artificiale che parte dalla terraferma saudita e arriva all’isola del regno, accompagnati da 500 poliziotti degli Emirati Arabi Uniti e alcuni soldati del Qatar. Questo spostamento di forze non ha agito direttamente: non è stato, infatti, sparato un colpo. La loro presenza, però, è stata un chiaro segnale di avvertimento: se le manifestazioni fossero proseguite le avrebbero fatte desistere loro. Il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha dichiarato in contemporanea la messa in atto di uno “stato di sicurezza nazionale” di tre mesi, compreso un coprifuoco parziale, e il divieto di raduni e di ampi poteri per i militari. Le proteste sono continuate nei due giorni successivi e le forze di sicurezza, insieme a picchiatori prezzolati, hanno assalito i manifestanti con bastoni e spade, uccidendone sette e ferendone parecchi. Da allora, inoltre, i leader dell’opposizione sono stati incarcerati.

In seguito all’intervento militare saudita, il leader del più importante gruppo di opposizione, al Wifaq, ha affermato che il dialogo tra manifestanti e regime sarebbe stato possibile sino a quando le forze straniere fossero rimaste sul proprio suolo nazionale. È arrivata, inoltre, una risposta da parte dell’Iran, che ha definito l’intervento un’ingerenza inaccettabile negli affari interni del Bahrain. L’operazione militare ha reso il Bahrain un alleato statunitense scomodo, tanto che la segreteria di Stato americana ha definito la situazione allarmante. Ma, soprattutto, ha quasi totalmente alienato la maggioranza sciita del Paese, viste le tante dimissioni di funzionari per protesta, e ha aumentato la loro simpatia per Teheran, oltre che scaldato gli animi degli sciiti in terra saudita. In Iraq, il grande ayatollah Ali Al-Sistani, la più anziana autorità religiosa sciita, ha dato il suo sostegno alla protesta pacifica in Bahrain, provocando diverse manifestazioni di solidarietà in Kuwait e nelle province orientali dell’Arabia Saudita. Insomma, l’intervento militare ha raggiunto l’obiettivo esattamente opposto rispetto a quello che voleva ottenere: ha “svegliato” l’attivismo sciita.

In questo contesto, l’azione militare e la linea dura del regime hanno reso una soluzione pacifica della crisi politica ancora più difficile, mettendo in subbuglio l’intera area regionale. In questo momento resta un mistero come il dialogo tra le parti possa riprendere in maniera tranquilla, ma è un dato di fatto che ciò è assolutamente necessario. Dato il livello di sfiducia verso la monarchia, sarebbe utile il coinvolgimento di un terzo attore credibile che funga da mediatore e che punti verso l’obiettivo primario: passare, tramite una riforma graduale, a una monarchia costituzionale con reali poteri parlamentari e annullare la discriminazione confessionale tra sunniti e sciiti. In un contesto simile sarebbe utile che Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo intervenuti con le proprie forze militari, si ritirino nei propri territori nazionali. Per i manifestanti, invece, basta che la loro forma di protesta si mantenga pacifica e accomodante verso il negoziato.

Per quanto riguarda gli Usa, che guardano all’area con grandissimo interesse, è ovvio che chi di dovere abbia compreso che la repressione in Bahrain, nel lungo periodo, non sarà utile a nessuno: ne a Washington, ne all’Arabia Saudita e al Gcc.

 

 

 

 

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