Le rivolte in Medio Oriente: Kuwait

La primavera araba sta imperversando in tutto il Medio Oriente. Ma c’è uno Stato che, a oggi, non sembra ancora essere stato toccato da scossoni politici e proteste: è il Kuwait, il quale, nonostante le rivolte dell’area del Golfo ne abbiano intaccato la sfera economica, sembra essere fuori dalla faccia più violenta delle varie manifestazioni.

Una cartina politica del Kuwait

Per un Paese come il Kuwait e, ovviamente, per la sua guida, l’emiro Sabah al-Ahmed al-Jaber al-Sabah, una delle tematiche da tenere costantemente sotto controllo è il prezzo mondiale al barile del petrolio. Dalle esportazioni dell’oro nero, infatti, dipende tutta l’economia del piccolo Stato orientale che vanta riserve petrolifere pari a oltre 100 miliardi di barili, il 9% delle riserve globali. Con le esportazioni, poi, circa 2 milioni e mezzo di barili giornalieri, si tiene in piedi il 50% del Pil del Kuwait. Totalmente nulli sono stati i tentativi del governo del Paese di avviare ogni tipo di riforma per cercare di diversificare l’economia: il petrolio era e resta il fattore che fa da traino a tutte le dinamiche economiche e finanziarie del Paese, fornendo il 95% delle rendite totali dalle esportazioni.

Ma al problema della diversificazione economica si deve assommare anche la questione del settore privato: a Madinat al-Kuwait ancora non riescono a far sviluppare questo campo, che risulta praticamente immobile e improduttivo. Lo scorso anno, il governo ha tentato di privatizzare la compagnia aerea di bandiera e la principale azienda petrolifera nel tentativo di dare una scossa, ma senza successo. La costante incapacità di dialogo tra l’esecutivo e l’Assemblea Nazionale, si pensi che lo scorso marzo l’intero staff di governo si è dimesso, sono il principale ostacolo a una seria azione economica che esca da quel dirigismo statale che oggi contraddistingue la politica del Paese.

In riferimento specifico alle rivolte del Medio Oriente e della regione del Golfo nello specifico, in Kuwait, mentre si guardava alla situazione creatasi in Bahrain, è nato il timore di un effetto domino che coinvolgesse anche l’emirato. Rispetto, però, alla situazione di Manama, dove la questione rientra soprattutto nell’ottica della confessione religiosa, in Kuwait la religione non ha mai generato particolari problemi: da sempre, infatti, nel Paese esiste una pacifica coesistenza delle diverse fazioni religiose, composte in maggioranza da musulmani sunniti, con minoranze sciite, cristiane e induiste.

La stabilità politica dell’area si è andata disfacendosi dopo che dall’Iran sciita sono stati espulsi tre diplomatici kuwaitiani, una forma di ritorsione per un fatto della medesima portata avvenuto poco prima a ruoli invertiti. Per evitare, quindi, ogni dissidio nato con lo spunto della questiona religiosa, il governo è prontamente intervenuto con quelli che sono stati definiti i “sussidi della pace”: si tratta di una serie di agevolazioni economiche che sono state offerte alla popolazione meno abbiente per mettere a tacere qualsiasi fiamma di rivolta sul nascere.

La questione libica ha poi acuito la situazione di allerta già presente tra i Paesi dell’Opec. L’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ha osservato con attenzione all’operazione militare contro lo Stato guidato da Muammar Gheddafi, temendone gli effetti che, infatti, si sono immediatamente concretizzati, in primis l’aumento del prezzo del petrolio. Chiariamo una questione: all’Opec, dove la leadership ufficiosa è saldamente nelle mani dell’Arabia Saudita, il ritocco al rialzo del costo del greggio sta sicuramente bene, ma se questo aumento diventa eccessivo le prime economie a venirne danneggiate sono proprio quelle dei Paesi produttori. Un innalzamento smisurato del prezzo al barile provocherebbe, per controparte, una altrettanto pesante diminuzione della domanda. Per questo motivo, di fronte a questa situazione difficile da tenere sotto controllo, gli Stati membri hanno deciso di incrementare la produzione per coprire la quota mancante, ossia quella libica.

L'emiro del Kuwait Sabah al-Ahmed al-Jaber al-Sabah

In Kuwait, però, faticano a tenere i nervi saldi al riguardo, soprattutto perché poco convinti di poter sostenere a lungo questa politica. Negli ultimi dieci anni la Kuwait Petroleum Company, la compagnia nazionale, ha lanciato un massiccio programma di aumento della produzione petrolifera in modo da tale da potenziare la capacità di riserva del Paese nel lungo periodo. Come principale conseguenza di questa scelta c’è stato un continuo e costante sviluppo della quota di produzione attribuita all’emirato dall’Opec. Nonostante ciò, però, non si è riusciti a sostenere la crescita economica del Paese, quindi, a maggior ragione in questo momento, in cui si è scelto per normativa sovranazionale di aumentare ulteriormente la produzione, sorgono dubbi sulle reali possibilità per Madinat al-Kuwait di reggere questi ritmi. Il timore deriva, in prima istanza, dai costi del progetto di aumento massiccio già attuato dalla Kpc che si aggira in totale intorno ai 7 miliardi di dollari e, in seconda battuta ma non meno importante, la questione per cui la tecnologia di produzione riguardante gli idrocarburi in Kuwait è indietro di 20 anni rispetto a quella dei suoi concorrenti. Per questo motivo, la compagnia petrolifera guarda con aria di bramosità a qualsivoglia capitale straniero che voglia investire nel piccolo Stato del Golfo.

Le preoccupazioni, nonostante tutto, non derivano solo dall’instabilità del prezzo del petrolio: le proteste che hanno dato vita alla primavera araba hanno messo in subbuglio anche il mondo finanziario. Dall’inizio dell’ondata di proteste tutte le più importanti Borse dei Paesi dell’area hanno chiuso sempre al ribasso. In Kuwait, in particolare, c’è stata la chiusura peggiore dell’ultimo lustro e sembra essere proprio questo il terreno di maggiore imprevedibilità. Una situazione come quella creatasi in seguito alle varie rivolte non può certo essere d’aiuto per una Borsa come quella del Kuwait, definitiva come un caso irrecuperabile persino dal Financial Times, per i continui casi di abuso di mercato e investimenti spericolati.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che le prospettive finanziarie del Paese dipendono in maniera sostanziosa dallo strumento dei fondi sovrani. Questo appiglio, creato da quegli Stati in grado di vantare un surplus di bilancio significativo, esportatori di petrolio in prima fila, è da sempre il punto a cui si appoggiano i regnanti del Golfo, oltre che essere ben accetto dai leader delle grande multinazionali perché ritenuto un mezzo sicuro e stabile. Ma ora che le proteste arabe hanno messo in mostra la loro pressoché totale incontrollabilità, la rivalutazione di questi fondi da parte delle compagnie estere non sarebbe, quindi, una sorpresa. Se i fondi sovrani dovessero perdere quell’aureola di sicurezza costruitagli intorno, gli investimenti rischierebbero di venir meno e il danno per le economie di questi Paesi sarebbe assolutamente incalcolabile.

Comments
One Response to “Le rivolte in Medio Oriente: Kuwait”
Trackback
Guarda cosa dicono gli altri...
  1. [...] la Libia e la nuova politica estera UsaLe rivolte in Medio Oriente: BahrainLe rivolte in Medio Oriente: KuwaitLe rivolte in Medio Oriente: OmanLe tre stelle nascenti del partito repubblicanoNovità di [...]



Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: