Le rivolte in Medio Oriente: Oman

L’Oman è uno dei più piccoli fra gli Stati facenti parte della Penisola arabica. È poco esteso, con una scarsa entità

Una cartina politica dellOman

demografica e con minori riserve di petrolio rispetto ai vicini, non per questo, però, è meno importante nello scacchiere dell’area del Golfo persico. Alla guida del Paese c’è da 41 anni il sultano Qaboos Bin Said, che rovesciò il potere costituito di suo padre con un colpo di stato. L’Oman è uno dei Stati dove sono arrivati gli strascichi delle rivolte del nord Africa: diverse manifestazioni sono state messe in atto a Muscat, la capitale, e nella città portuale di Sohar.

Ma come è stato sino a ora il regime del sultano Qaboos? Di certo differente da quello di alcuni suoi vicini chiusi all’Occidente: l’Oman è riuscito, infatti, nel corso del tempo a consolidare le i suoi rapporti internazionali non solo con gli altri Stati dell’area ma anche come Usa e Stati europei. Qaboos ha cercato sin da subito di superere l’isolazionismo che contraddistingueva tutta la regione investendo i proventi della vendita del petrolio nello sviluppo di infrastrutture ma anche nel ramo dei servizi come la salute e l’educazione. Evidentemente il sultano, o chi per lui se n’è occupato, ha saputo reggere diverse situazioni diplomatiche importanti: ha mantenuto i rapporti con l’Egitto dopo la pace con Israele, uno dei pochi Paesi arabi a farlo; nella guerra Iraq-Iran degli anni ’80 ha saputo tenere il piede in due scarpe continuando a dialogare con entrambi; ha contribuito alla fondazione del Gulf Cooperation Council nel 1981, ha tenuto a distanza l’Unione sovietica in piena ottica di sguardo verso le potenze occidentali. In questo momento, inoltre, l’Oman è attivo in Asia, sia con il Kazakhstan con il quale c’è in atto il progetto di costruzione di un oleodotto, ma soprattutto con la Cina con la quale, in seguito a una serie di accordi firmati nel 2010, il Paese arabo ha aumentato la collaborazione in diversi settori.

La grande vittoria dei giorni d’oggi, però, è la doppia corsia preferenziale nelle relazioni con due dei Paesi più in contrasto tra loro del globo: Usa e Iran. Washington ha sempre avuto con l’Oman ottimi contatti diplomatici: dagli accordi del 1980 in cui si concedeva agli statunitensi l’accesso alle strutture militari omanite, agli accordi di libero scambio del 2009. Per quanto riguarda l’Iran, invece, si può dire tranquillamente che l’Oman rappresenta il più importante interlocutore tra i Paesi del Golfo e Teheran. Gli accordi tra i due Stati sono soprattutto di tipo economico: condivisione di attività nell’estrazione ed esportazione del petrolio nel territorio di Musandam, suolo omanita, e sull’isola di Kish, area iraniana. Ma anche commerciali e, dal 2008, militari, con il sultano Qaboos sempre molto attento alla questione del nucleare, non ritenuta una fonte di preoccupazione per il proprio territorio.

Insomma, un’ottima capacità di rapporti con l’estero e lo sviluppo hanno permesso all’Oman di creare una buona base di stabilità all’interno dei propri confini e una grande solidità nei dialoghi con la comunità internazionale. Le caratteristiche stesse del Paese lo rendono un’area con la quale avere rapporti porterebbe numerosi vantaggi. L’Oman è il venticinquesimo produttore di petrolio al mondo e, nonostante si parli di cifre inferiori rispetto ai Paesi vicini, il beneficio economico nazionale permette anche investimenti in ambito commerciale. Importante è, di conseguenza, proprio l’immagine che lo Stato arabo è riuscito a dare di se stesso: è vantaggioso per una grande potenza avere rapporti solidi con un Paese che, di suo, dialoga con tutti. Il ruolo di mediatore dell’Oman in questioni di rilevanza internazionale risulta evidente in questo caso proprio nel duplice rapporto con Iran e Usa. Infine, conta anche la posizione strategica: l’Oman è situato proprio all’imbocco del Golfo persico. La più grande insenatura omanita precede lo stretto di Hormuz, il punto in cui la penisola araba risulta più vicina alle coste dell’Iran, e che permette l’ingresso delle navi che si occupano del trasporto del petrolio. Insomma, l’Oman fa da vigilante, nel vero senso del termine, a quasi il 40% delle forniture mondiali di greggio che passano via mare, con conseguenze notevolmente importanti qualora questi flussi dovessero essere rallentati o interrotti.

La situazione dell’area è, in questo senso, abbastanza turbolenta: le grandi monarchie arabe sono tutte schierate dalla parte degli Usa e più di una volta Teheran ha minacciato di bloccare lo stretto. A questo la Casa Bianca ha risposto con il dispiegamento militare tra Qatar e Bahrain, dove stazione la quinta flotta aeronautica statunitense. Lo stretto di Hormuz è, quindi, uno degli scacchieri mondiali più importanti dal punto di vista geopolitico, e in cui l’equilibrio generato dalla posizione iraniana contrapposta alla presenza militare americana può crollare da un momento all’altro a discapito di chi, per vari motivi, non riesca a mantenere la propria posizione. La creazione di un oleodotto che tagli in orizzontale l’Arabia Saudita è una delle possibilità proposte per “diminuire” l’importanza dello stretto, al quale, per ora, mancano reali alternative. In quest’ottica, dunque, risulta ancora più limpido cosa voglia dire mantenere ottimi rapporti diplomatici con l’Oman.

In questo momento, le proteste che stanno animando il mondo arabo diventano fondamentali in visione del mantenimento di questo equilibrio. Bahrain, Arabia Saudita in parte, Yemen e Oman sono tutti Paesi in cui, per la maggior parte delle potenze Il sultano dell'Oman Qaboos Bin Saidinternazionali, il mantenimento dello status quo è fondamentale. Nel caso omanita, le manifestazioni sono iniziate nel febbraio scorso a Sohar, la città industriale più importante del Paese. Centinaia di persone sono scese in strada per reclamare posti di lavoro e riforme politiche: gli arresti di alcuni di questi manifestanti ha creato attimi di violenza tra le forze dell’ordine e chi continuava a protestare, estendendo la situazione di tensione anche nella capitale, Muscat. Per tranquillizzare gli animi, il sultano Qaboos ha provveduto a varare alcune manovre: aumento del salario minimo nel settore privato, creazione di un ente per i consumatori, aumenti delle borse di studio universitarie. Questi provvedimenti, però, non sono risultati sufficienti a placare l’animo da ribellione che stava attraversando il Paese. Il dato che risulta interessante, però, è che tra le richieste dei contestatori non c’è la destituzione dal potere del sultano ma, in particolare, il cambiamento di alcuni aspetti che riguardano la vita sociale: posti di lavoro, controllo del costo della vita, svolta democratica con l’attribuzione di maggiori poteri al parlamento e diminuzione del tasso di corruzione. Qaboos ha riposto con un rimpasto di governo, il maggiore da quando è al potere, sotto diretto incoraggiamento degli Usa.

Vari motivi, nonostante tutto, portano a pensare che, al momento, la situazione in Oman sia piuttosto stabile. I motivi sono molteplici: la popolazione è stata, e continua a essere, ben disposta verso il sultano mentre le opposizioni risultano scarsamente organizzate. Mancano, inoltre, quelle situazioni di crisi tra confessioni religiose che sono riscontrabili in altri Paesi vicini, come nel caso del Bahrain. In Oman, infatti, la religione di Stato è l’Islam sunnita, mentre dello sciismo non c’è traccia. All’87% di praticanti islamici sunniti, infatti, segue un 7% di induisti, con i quali non vi sono motivi di contrasto.

Dal canto suo, Qaboos continua la sua classica politica che gli ha permesso di mantenere il potere così a lungo e, intanto, concede qualche riforma per mantenere calma la folla di manifestanti. Importanti sono, inoltre, le sue attività per far uscire il Paese da quel ruolo di guardiano dello stretto di Hormuz che ora detiene: il programma di sviluppo della rete portuale, ampliamento di quello già presente a Salalah e costruzione di uno totalmente nuovo a Duqm, e la costruzione di una linea ferroviaria che servirà a mettere in comunicazione i nuovi porti con il confine degli Emirati Arabi Uniti, sono attività che viaggiano in questo senso. L’idea, grandiosa ma difficile da realizzare, sarebbe la creazione di una rete che permette di unire tutti i Paesi arabi situati sulla costa del Golfo persico, giungendo sino al Kuwait. Con la messa in pratica di questo progetto, il petrolio potrebbe passare su rotaie e non più solo via mare, diminuendo, così, notevolmente l’importanza dello stretto di Hormuz e placando, almeno in questo senso, le minacce iraniane. In questo modo l’equilibrio dell’area di cui parlavamo prima andrebbe a dissolversi ma nettamente a favore dei Paesi arabi e l’Oman non perderebbe, comunque, il suo ruolo di importante attore regionale. La presenza sul suo territorio nazionale dei porti d’attracco delle navi che trasportano il greggio, infatti, lo renderebbe un punto di snodo obbligatorio per tutti i flussi di petrolio che dal Golfo si spostano verso il resto del mondo.

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