Le tante morti di Bin Laden – Seconda morte
Morte fisica – Bin Laden è stato ucciso dagli americani. Perché non si dovrebbe credere che l’uomo più ricercato del mondo sia stato ucciso il 2 maggio ad Abbottabad per mano degli americani? Non c’è niente di più vero né di più sensato di questo. Leciti sono invece i dubbi sul perché non sia stato ucciso prima e sul perché Bin Laden si trovasse ad abitare in una villa segretissima all’interno di un comprensorio per ufficiali dell’esercito del Pakistan. Quello che vien da pensare è che Bin Laden, fosse, ancora una volta, già morto e che si attendesse solo l’ufficialità della cosa per mano pachistana o per mano americana.
Che i rapporti tra Pakistan e Stati Uniti non fossero esattamente cordiali in questi ultimi tempi si sapeva. In un articolo di Elizabeth Rubin per il The New York Review of Books, la giornalista scrive: “Ormai tutti conoscono le regole del gioco: l’Isi, l’intelligence pachistana, sostiene vari gruppi jihadisti con l’obiettivo di intimidire l’India e fare dell’Afghanistan ciò che vuole, cioè più o meno una dépandance semi-indipendente del Pakistan”. Per Washington il gioco valeva la candela fin quando c’era da controllare l’Afghanistan, ma da quando i droni americani hanno dovuto iniziare a colpire i talebani nascosti in territorio pachistano, con conseguenti proteste da parte di Islamabad, la situazione è diventata più complicata. Il fatto che ci fosse da eliminare il capo supremo del terrorismo mondiale o, come l’ha chiamato Barack Obama nel suo discorso del 19 maggio, “lo sterminatore di massa”, giustificava l’intervento dei droni in Pakistan. Ora che non c’è più nessun Osama Bin Laden da uccidere, forse i militari americani potranno provare a ridurre le loro intrusioni sul territorio di un Paese, almeno in teoria, alleato e avranno più possibilità di concentrarsi sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e sul graduale ritiro delle truppe, uno dei cavalli di battaglia, finora zoppo, di Obama.
I dubbi cospirazionisti sull’eventualità che non si trattasse di Bin Laden, ma che sia stata solo una messinscena, decadono clamorosamente quando si pensa al fatto che gli americani sapevano da tempo dove si trovasse il leader di al-Qaeda, in Pakistan, e avessero scoperto di preciso dove vivesse, cioè il “segreto compound” (così lo si è chiamato su tutti i media, senza dargli in realtà il suo vero nome: comprensorio per ufficiali dell’esercito del Pakistan). L’edificio, enorme rispetto alla zona circostante e dotato di muri di tre metri d’altezza, situato per giunta a pochi chilometri da una base militare pachistana, era tutto tranne che “non sospetto” e la possibilità che non venisse scoperto dagli americani era a dir poco ridicola, senza contare la poca resistenza opposta al momento dell’irruzione. Perché dunque Osama non si è fatto costruire il suo bunker segreto in una grotta sulle impervie montagne della regione nord pachistana, come si è per molti anni pensato, o voluto far pensare? Forse perché l’astuto capo del terrorismo mondiale e perfido artefice dell’11 settembre si sentiva al sicuro in un grosso edificio palesemente sospetto sito in una grossa città pachistana e con una scorta così esigua. E da chi poteva essere rassicurato se non dall’Isi? Ecco dunque spiegato perché l’operazione degli americani sia stata progettata ed effettuata tenendo all’oscuro i pachistani.
Il governo di Islamabad si è, giustamente, arrabbiato per il fatto che dei soldati americani abbiano condotto un operazione militare sul loro territorio per uccidere una persona. Ma, d’altronde, i droni, per l’operato dei quali il Pakistan si lamenta ormai da tempo, hanno molte più vittime sulle spalle rispetto ai Navy Seals che hanno irrotto nella villa di Abbottabad. Il mandante è il medesimo, così come il concetto. Il Pakistan non si lamenta della violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti, i quali operano militarmente sul territorio di uno Stato sovrano senza che tra di essi ci sia un accordo esplicito a riguardo o una dichiarazione di guerra. A Islamabad i talebani servono, così come gli faceva comodo avere nel giardino di casa Osama Bin Laden, per una loro futura politica sull’Afghanistan libero dagli americani. Washington lo sapeva e ha lasciato perdere fin quando era necessario che esistesse il pericolo terrorismo.
A differenza di Bush, il quale voleva restare a dettar legge in Asia centrale, oggi la nuova amministrazione deve – è politicamente ed economicamente indispensabile – trovare il modo di ritirarsi ordinatamente dall’Afghanistan senza lasciare che il Paese diventi “una dépandance semi-indipendente del Pakistan” e per farlo ha bisogno forzatamente di arrivare a trattare con i talebani meno estremisti e meno organizzati possibile, ma anche di togliere all’Isi le sue carte migliori. La rinnovata verve militare di Obama, dopo aver subito numerose critiche riguardo la sua irrisolutezza in Afghanistan, e l’inizio ufficiale della campagna elettorale per le prossime presidenziali, fanno inoltre pensare che a Washington si tenesse in fresco da tempo questa bottiglia di champagne per le cosiddette “occasioni migliori”. Tra il cinque e il sei maggio, pochissimi giorni dopo l’eliminazione di Bin Laden, missili americani avrebbero preso di mira altri esponenti di al-Qaeda in Yemen, mentre è di oggi la notizia, confermata e poi smentita, della possibile morte, sempre in Pakistan, stavolta per mano dell’Isi, del leader spirituale talebano, il Mullah Omar.
La morte di Bin Laden, così come quelle di altri leader di al-Qaeda, era dunque già decisa da tempo. Si trattava solo di capire se “l’ostaggio pachistano” sarebbe stato liquidato dai suoi protettori/carcerieri o dai suoi cacciatori. Bin Laden era già morto quando i Navy Seals hanno sparato ad Abbottabad e poco importa se fosse realmente lui o no.
Qui potete leggere LE TANTE MORTI DI BIN LADEN – LA PRIMA MORTE









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