Novità di una ribellione
25 febbraio 2011 – Ristrettezze economiche e ideali. Questi due fattori sono sempre stati considerati come le colonne portanti di ogni forma di
rivoluzione. Ma è una concezione oramai superata, o almeno lo era sino ad ora. Fondamentalismo, fanatismo, ideologie anti-razziste hanno animato gli sconvolgimenti dell’ultimo periodo di storia dell’uomo ma qualcosa, forse, sta cambiando.
Le manifestazioni che coinvolgono Africa del nord e Medio Oriente sembrano un vero e proprio nuovo punto di partenza per il mondo arabo. E, dato ancora più interessante, stanno mettendo in mostra un dettaglio che ai più era sfuggito: il carattere puramente giovanile di tutte le ribellioni. Chi tira le corde e diffonde le notizie sono tutti giovani sotto la soglia dei 30 anni e, andando più a fondo, si può notare come l’età media della popolazione appartenente a questi Paesi gravità intorno a questa età. La necessità di lavorare, la voglia di mettere su famiglia, le loro necessità sono priorità di ogni giovane di quell’età. A queste, poi, si sommano valori come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza. Sono criteri, come già detto, che hanno animato le forme più storiche di rivoluzione e che oggi tornano alla ribalta proprio grazie alla spinta giovanile.
Un altro dettaglio da sottolineare è lo scarso interesse di tutte le ribellioni per la situazione internazionale dell’area. Non si parla degli Usa, se non quando sono loro a parlare, non si parla di Israele, se non quando presunte navi attraversano presunti stretti, ma più in generale ci si concentra solo sulla questione nazionale e sociale del Paese che si rivolta. Non ci sono ideologie perché non sono queste che mancano ai giovani manifestanti. A loro manca una realtà da vivere. Tentare di rovesciare chi impedisce loro di averla è il primo passo verso il cambiamento.
Un particolare interessante che si inserisce pienamente in questo discorso è la questione religiosa. Si parla di religione ma non si scade nel fanatismo e non ci sono contrasti netti, al momento, tra chi professa religioni differenti. Il desiderio di unità e pace è molto idealista ma allo stesso tempo reale e, ripetiamo per ora, mantiene tutti uniti. Ed è l’unità la vera e propria novità.
Un elemento veramente sorprendente è l’ammutinamento dei vari eserciti. I soldati in Egitto hanno deciso di non sparare sulla popolazione, mentre in Libia c’è stata una vera e propria insubordinazione che ha costretto Gheddafi ad assoldare contractors dalle aree limitrofe. Questo punto è molto importante perché dimostra come tutti abbiano cercato di manifestare e spingere al cambiamento in maniera pacifica. Ci si è riusciti, per lo più, in Egitto e in Tunisia, e, nelle intenzioni, anche in Libia. C’è stata una certa animosità contro chi personificava i vari regimi, vedi Ben Ali e Mubarak, ma mai violenza.
La realtà certo è che in questi movimenti mancano dei leader. Nessuno, in questi giorni di continuo martellamento mediatico, è stato in grado di identificare delle figure guida nelle varie rivolte. Questo probabilmente è dovuto proprio alla mancanza di ispirazioni ideologiche e fondamentaliste ma presenta un fattore controproducente. A lungo andare, qualora le intenzioni dei vari moti dovessero aver ragione, si rischia che questi vengano sottomessi, e magari traditi (pensiamo a Juščenko in Ucraina dopo la Rivoluzione Arancione), da guide non meritevoli.
In questo ragionamento non si può non affrontare la “questione occidentale”. Come deve agire l’Occidente verso questi stravolgimenti? E’ realmente necessario un intervento per favorire il processo democratico? La cosa migliore che il mondo occidentale possa fare è certamente aiutare ma senza intromettersi dato che, e la storia lo insegna, la cosa più deleteria per questi movimenti di ribellione, una volta che si saranno stabilizzati, sono proprio le ingerenze esterne. I governi del nostro continente hanno reagito con stupore ai cambiamenti in corso, li hanno definiti inaspettati. Una visione alquanto particolare se consideriamo i rapporti economici che l’Occidente ha con questi Paesi e, soprattutto, con i regimi che li guidavano e guidano ancora. La Francia con Ben Ali in Tunisia, gli Usa con Mubarak in Egitto, l’Italia con la Libia di Gheddafi. Tutti questi regimi hanno avuto dei sostenitori importanti, e ora, forse, è giusto provare a sostenere la causa delle rivolte.
Lello Stelletti







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