Uno sguardo sulle rivolte: Egitto
25 marzo - La rivolta egiziana è durata, nella sua fase più cruenta circa 18 giorni, dalla fine di gennaio a poco metà del mese successivo e si è conclusa con l’abbandono del Cairo da parte dell’ex presidente Hosni Mubarak. È stata un’insurrezione non violenta, per quanto possibile, dati i circa 300 morti e 500 feriti, che si è estesa in poco tempo dalla capitale a tutto il Paese, ma ha avuto come teatro principale piazza Tahir.
Ancora una volta sono stati i giovani il reale motore dell’iniziativa: a gestire la parte organizzativa e le comunicazioni virtuali,
vedi internet e social network, è stato il movimento di protesta denominato “6 aprile”. I nome deriva dallo sciopero avvenuto proprio 6 aprile 2008 nella città industriale di El Mahalla El Kubra, dove proprio questi ragazzi, curarono la fase logistica dello sciopero. Questo gruppo di giovani, perlopiù studenti, ha deciso di reagire dopo la delusione creata da anni di studio senza futuro e dalla gestione clientelare del potere.
È stata chiamata “la rivolta del web”, perché importante è stato il ruolo avuto dai mezzi di comunicazione nella diffusione del messaggio. Il ruolo di internet ha permesso anche alla polizia e all’esercito di essere informati riguardo le attività dei dimostranti e questo ha portato a un controllo serrato da parte delle forze dell’ordine. Dalla manifestazione del 25 gennaio in poi, infatti, ci saranno diverse scene di guerriglia cittadina: immagini di lancio di sassi, idranti rotti, bastoni. Questa situazione accelera il primo intervento esterno: il dipartimento di Stato americano invita le autorità egiziane a concedere queste pubbliche e pacifiche manifestazioni, permettendo, inoltre, la comunicazione tra i partecipanti, anche tramite internet. Gli Usa si prendono questa libertà perché hanno un evidente interesse strategico per l’area, ma ottengono una risposta, soprattutto, per i loro finanziamenti al regime Mubarak riguardo il controllo dell’estremismo islamico. Stiamo parlando di 35 miliardi l’anno che Washington ha versato al Cairo negli ultimi anni: con una cifra simile hai, evidentemente, la posizione di un interlocutore con un certa ingerenza.
Vista la situazione di sommossa perenne e valutata anche la questione anagrafica Mubarak tenta il passo indietro: candida il figlio Gamal alla successione. Una mossa, oramai, tardiva e che non trova l’approvazione da parte delle istituzioni interne. Nel mentre, poi, durante gli scontri di piazza c’è un nome che circola tra gli insorti in maniera pressante: Mohamed El Baradei. Ex presidente dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), premio Nobel per la pace, El Baradei, rientrato in patria per partecipare alle rivolte, viene identificato dal popolo come l’uomo giusto per dirigere il Paese verso una fase di transizione. All’inizio, però, egli sembra poco propenso a occupare questo incarico, forse anche per la situazione incerta del momento. In questa fase, infatti, la folla della piazza ha come primo obiettivo l’allontanamento di Mubarak, ma non dispone di altre figure autorevoli per il ruolo di leader. La presenza dei militari che restano, comunque, una parte importante della società egiziana, e hanno il gradimento del popolo. Infine, ma non ultimi, i Fratelli musulmani, l’associazione islamica con finalità “non politiche”, che ha messo sempre bocca riguardo le istituzioni e i vari regimi che si sono succeduti in Egitto. Ha perso la sua matrice non politica nel 2005, quando il loro partito si è affermato alle elezioni politiche. Proprio questi ultimi preoccupano non poco El Baradei. Infatti, a non convincere, è la scelta del gruppo islamico: i Fratelli musulmani partecipano alla rivolta ma non si esprimono riguardo il futuro del Paese e, per questo, viene da pensare che non saranno propensi a mettere da parte alcuni dettami che tengono in piedi l’associazione stessa: legge islamica, realizzazione di uno stato islamico in Egitto, esclusione delle minoranze religiose dal potere politico.
Sul finire di gennaio, la protesta arriva al culmine con alcuni assalti al palazzo del ministero dell’Interno, la risposta delle forze dell’ordine che sparano sulla folla e la fuga all’estero di familiari ed esponenti politici di Mubarak. Il raìs ha capito che siamo giunti alla fase finale della sua trentennale guida politica e prova, quindi, a giocare un’altra carta: nomina a vice presidente Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani, un po’ attempato visti i 74 anni, e incarica a una formazione di governo fatta da esponenti militari di gestire la transizione. Mossa buona a metà. Suleiman, infatti, non convince nessuno, sia per il suo passato nell’intelligence, sia per la sua vicinanza a Mubarak. Va meglio la scelta del governo transitorio militare, grazie all’approvazione verso la casta dell’esercito proveniente dal popolo.
A questo punto, però, scatta la rincorsa al posto d’onore. I vari partiti di opposizione cercano di appropriarsi il ruolo di protagonista principale della rivolta: il tentativo è quello di proporre un unico grande interlocutore con cui l’esercito debba avere a che fare per garantire la transizione del Paese. In contemporanea si registra l’abbandono delle piazze da parte della polizia, e la conseguente disposizione di carri armati e mezzi blindati a gestire, a dimostrazione della presa imminente del potere da parte dell’esercito. La folla, però, continua ad acclamare il nome di El Baradei come rappresentante del popolo nella fase del passaggio di potere.
Nei primi giorni di febbraio si regista l’ultimo tentativo di resistenza da parte di Mubarak, mentre l’esercito continua a barcamenarsi tra la doppia fase di controllo della piazza, intesa come la folla manifestante, ma anche il mantenimento a distanza della stessa dalla gestione del potere. Il raìs torna a parlare il primo febbraio mostrandosi disponibile al dialogo con l’opposizione per modificare la costituzione e annuncia che non parteciperà alle prossime elezioni presidenziali. A questo punto, sia El Baradei che Suleiman fanno le loro mosse. Il primo si dimostra, finalmente, disponibile per l’incarico di Presidente nel periodo transitorio, una posizione ora molto più comoda perché vorrebbe dire essere il primo candidato al momento delle elezioni regolari. Il secondo, invece, cerca di aprire una trattativa con le opposizioni: l’intento è il medesimo di El Baradei, perché l’appoggio della sinistra e Fratelli musulmani potrebbe risultare sufficiente per mantenere la poltrona. Purtroppo per lui da questi colloqui non otterrà risultati degni di nota. L’appoggio degli Usa alla transizione politica, con l’aperto schieramento di Barack Obama a favore dei giovani egiziani, è la postilla conclusiva per porre definitivamente termine al regime di Mubarak.
Il 12 febbraio, il raìs abbandona la poltrona presidenziale e si trasferisce a Sharm el Sheik, mentre il potere passa in mano a una giunta militare guidata dal generale Mohamed Hussain Tantawi, ex ministro della Difesa e uomo di fiducia di Mubarak,
secondo quanto conferma la diplomazia americana. Il Consiglio militare scioglie le camere, indice libere elezioni da espletarsi entro sei mesi, nomina un comitato per la revisione costituzionale di alcuni articoli che poi verranno sottoposti a referendum. Vengono aperti, inoltre, alcuni canali di dialogo con i civili. Questi primi passi del Consiglio militare sembrano andare verso una direzione democratica del Paese.
Attenzione, però, alle ultime novità: il 19 marzo sono stati votati al referendum gli emendamenti ad alcuni articoli della costituzione. La vittoria dei “SI” è stata schiacciante: 77%, ma resta indicativo il fatto che tutte le opposizioni e le figure legate alla rivolta fossero per il “NO”. Con questa scelta, infatti, due entità escono vincitrici dalla tornata referendaria: il Consiglio militare e i Fratelli musulmani, unico schieramento a mostrarsi favorevole al referendum. La votazione, inoltre, taglia fuori dai giochi El Baradei poiché tra i vari emendamenti ce ne uno che impedisce agli egiziani con doppio passaporto o sposati a non cittadini non egiziani di candidarsi alle presidenziali.
Insomma, la democrazia, forse, non è ancora un concetto chiarissimo in Egitto e, quindi, le modalità di controllo del potere da parte dell’esercito per i prossimi mesi è un interrogativo che resta ancora in piedi. Se, certo, non si potrà sparare sulla folla dopo gli ultimi avvenimenti, restano parecchi dubbi sul reale superamento da parte della casta militare di quel sistema di potere oramai troppo radicato nelle istituzioni, soprattutto dopo 60 anni di regime.










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