Uno sguardo sulle rivolte: Tunisia

Le rivolte nel Maghreb e in Medio Oriente sono l’argomento del giorno da più di un mese. L’inizio del 2011 è stato costellato dall’effetto domino che ha toccato, uno dopo l’altro, diversi Paesi dell’area mediterranea e della penisola arabica. Alcune di queste rivolte sono oramai giunte a una conclusione, vedi Tunisia ed Egitto, e affrontano, ora, la parte più difficile, cioè la transizione da una situazione di crisi a uno stabile governo democratico. Altre sono ancora in corso, come in Libia, dove i troppi grovigli di

Una cartina delle rivolte

interesse, hanno portato al coinvolgimento internazionale. Poi c’è la questione dei Paesi arabi, dove le proteste ci sono, e magari anche pressanti come in Bahrein, Yemen e Oman ma con minore risonanza mediatica.

Cerchiamo, a questo punto, di dare una connotazione a queste rivolte individuandone, intanto, i tratti comuni. Intanto la questione generazionale: i giovani sono stati l’elemento predominante. Parliamo di uomini e donne con un buon livello di alfabetizzazione. A contrapporsi a loro un regime autocratico, magari di tipo militare, che causa una situazione perenne di ingiustizia sociale, clientelismo e corruzione. Si tratta, inoltre, di regimi di lunga data, nati da colpi di stato in alcuni casi, e sui quali ha influito, in questa fase decadente, un fattore difficilmente controllabile come la modernizzazione della società.

Si prenda, per esempio, l’alto tasso di alfabetizzazione nei giovani di questi Paesi: una società dove i figli sanno leggere e i padri, invece, non ne sono in grado, è una società, non solo, in via di trasformazione ma anche più facilmente soggetta a cambiamenti. Cambiano i rapporti tra uomini e donne, c’è un senso di disorientamento che facilita l’azione del nuovo e ritarda quella del regime. Nel mondo arabo, poi, c’è da contare un altro fattore notevolmente importante come l’endogamia, ossia una quantità molto alta di matrimoni tra cugini. Una pratica così anacronistica come questa dà un senso abbastanza chiaro di come in certe aree la modernizzazione sia un concetto ancora lontano. E, quindi, più difficile diventa la reazione del regime di turno quando, improvvisamente, ci si trova a confronto con essa.

Ovviamente, non si può considerare la questione solo da un punto di vista interno. È necessario, infatti, valutare anche i vari interessi del mondo occidentale: le risorse energetiche di questi Paesi, la repressione di fenomeni come l’estremismo islamico, il traffico di armi e droga. I governi occidentali, infatti, ripagano questi Stati, per il loro impegno nel contrastare questi fenomeni, con stanziamenti di fondi, utili a migliorare l’assetto militare e di polizia. Gli Usa lo hanno fatto con l’Egitto di Mubarak per lungo tempo. Grazie a questa “compravendita”, inoltre, si tollerano tutta una serie di irregolarità applicate da questi regimi: la parola Diritti Umani vi dice qualcosa?

Vediamo di prendere in esame, per primi, i Paesi che hanno ottenuto un risultato in seguito alla rivolta. In seguito, si procederà verso chi, invece, stagna ancora nella fase precedente. Schematizzando al massimo le fasi che compongono una rivolta, potremmo partire dalla “piazza”, cioè dal luogo simbolo in cui avvengono le manifestazioni e gli scontri tra popolazione e polizia, per poi passare alla fase di rovesciamento del leader, e concludere con il processo di transizione che ne consegue e del passaggio di potere verso una nuova fase politica.

 

TUNISIA

 

Insieme al Marocco era considerato il Paese più stabile di tutta l’area maghrebina. È bastata, però, una scintilla, sicuramente estrema come quella accesa da Mohamed Bouazizi il dicembre scorso, per far cadere ogni certezza. Bouazizi era un giovane tunisino, diplomato ma senza lavoro, che cercava di sopravvivere vendendo frutta e verdura senza una regolare licenza. Dopo che la polizia gli aveva sequestrato tutta la merce in vendita nella piccola città di Sidi Bouziz, il giovane si era dato fuoco in segno di protesta e, dopo diversi giorni di agonia è morto il 4 gennaio 2011. Da quel momento è iniziata la ribellione, partita dagli amici di Bouazizi, che, in breve tempo, si è estesa a diverse città tunisine sino ad arrivare alla capitale Tunisi.

La Tunisia, oggi, è un Paese composto da circa 10 milioni di abitanti, quasi tutti di religione islamica sunnita (98%) e con un livello altissimo di alfabetizzazione. Sul piano economico, importanti sono stati, sicuramente, i finanziamenti occidentali. Grazie a questi aiuti la Tunisia ha avuto un periodo di crescita economica subito prima della fase di crisi globale che stiamo attraversando, benefici dai quali, però, le classi meno abbienti non hanno tratto giovamento. Il turismo potrebbe essere un punto di grande forza, anche per le possibilità d’impiego che potrebbe creare, ma non viene sfruttato a dovere. In seguito, iniziata la crisi, i problemi si sono acuiti. Ne hanno risentito, per prime, le esportazioni di prodotti tunisini come il frumento, l’orzo e l’olio, che avevano negli acquirenti europei i maggiori punti di sbocco. Ma se nell’Occidente mancano i soldi, di conseguenza, si viaggia anche di meno, e, quindi, il turismo è andato ancora a peggiorare.

La crisi economica è stata, da questo punto di vista, fondamentale perché ha messo in risalto la pessima situazione riguardante la gestione del potere nel Paese maghrebino. In primis la totale assenza di competizione politica nell’apparato statale. Esiste una coalizione chiamata “Raggruppamento Costituzionale Democratico”, RCD, che, in realtà, costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio partito unico. Gli altri partiti sono, infatti, assolutamente inconsistenti sia per sostenitori sia per struttura organizzativa. A questo, si aggiunge l’evidente autoritarismo del regime, indissolubilmente legato all’apparato militare, e che usa ogni mezzo repressivo, vedi la censura, per portare avanti la propria causa e mantenere lo status quo.

 

L'ex presidente tunisimo Ben Ali

Non è servito altro, quindi, che un gesto estremo per scatenare la serie di manifestazioni, proteste e scioperi che per una decina di giorni hanno proliferato in tutta la nazione. Si è trattato di una vera e propria rivolta politica, poiché la richiesta dei manifestanti era concentrata su di un unico punto: porre fine al regime che, con le sue azioni politiche, aveva delegittimato il governo prestabilito.

Il Presidente in carica, Zine el-Abidine Ben Ali, dopo una prima fase di forte repressione nei confronti dei ribelli, è stato costretto a lasciare la guida del Paese e a cercare asilo politico. La Francia gli ha rifiutato l’accesso, e così Ben Ali si è rifugiato in Arabia Saudita. Ma la sua dipartita non ha certo reso le cose più semplici. Infatti, la fase di transizione immediatamente successiva a quella che è stata chiamata “la rivolta dei gelsomini”, simbolicamente rappresentata da questo fiore che nasce in inverno, è, per ora, ricca di difficoltà. Il governo ad interim, formatosi subito dopo l’abbandono del presidente, era stato subito compromesso dalla nomina a tre ministeri importantissimi come quello della Difesa, degli Esteri e delle Finanze, di uomini legati al regime di Ben Ali. Una successiva formazione governativa era stata assegnata a Mohamed Gannouchi, figura di spicco della politica tunisina, che era riuscito a concedere meno spazio ai vari esponenti del regime precedente. Durante questo breve mandato Gannouchi era riuscito anche a nominare un nuovo presidente della Repubblica provvisorio, Fouad Mebazaa. La scelta di Ghannouchi, però, non è stata priva di polemiche. Nonostante il suo scarso coinvolgimento negli scandali di corruzioni di Ben Ali, aveva subito critiche per la sua continua sottomissione al presidente. Dimessosi il 27 febbraio, in seguito a una serie di proteste è stato sostituito con Beji Caid el Sebsi. Insomma, in un mese e mezzo sono cambiati tre governi provvisori, una transizione non certo semplice.

 

La settimana prossima appuntamento con l’Egitto

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