Opinioni
8 novembre – Guido Rossi – Sole 24 Ore
L’EUROPA TECNOCRATICA, LA “VENDETTA DELL’AGORA’”
Il primo ministro greco Papandreou ha ottenuto nella votazione notturna di ieri la fiducia al suo Governo, con risicata maggioranza. Ma la sua precedente dichiarazione che, per approvare la politica di austerity imposta dalla Bce, avrebbe potuto ricorrere a un referendum popolare, ha sottolineato definitivamente che il vero problema del salvataggio dell’euro è molto più politico che economico e che prima o poi sarà comunque necessario il consenso dei cittadini d’Europa.
In Europa i referendum hanno purtroppo dimostrato che i cittadini dei singoli Stati sono restii a diventare cittadini europei, come è avvenuto in Danimarca quando nel 1992 è stato respinto il Trattato di Maastricht, in Francia e in Olanda nel 2005, quando non è stata approvata la bozza di Costituzione europea; ma è bene ricordare anche l’episodio col quale nel 2008 l’Irlanda bloccò temporaneamente il Trattato di Lisbona.
La vera crisi politica attuale investe soprattutto il modello di democrazia indiretta, perché conferisce ai cittadini solo un diritto di voto, delegando ai politici eletti tutte le decisioni che li riguardano. Gli eletti poi, sembrano oggi, dovunque, incapaci di scegliere il bene comune, perché soggetti passivi delle pressioni lobbystiche, per la presenza di un forte fenomeno corruttivo, e per la difesa di interessi fra loro contrapposti che rendono maggioranze e minoranze inadeguate ad ogni indispensabile mediazione.
Quando però il tenore di vita dei cittadini e i presupposti delle loro stesse libertà vengono minacciati da quelle incapacità, sorgono reazioni violente, che giungono a turbare gli Stati nelle loro stesse funzioni.
Sembra allora diventare attuale il pensiero di Nietzsche, il quale nel suo capolavoro: Così parlò Zarathustra scrisse: «Lo Stato è il più freddo di tutti i mostri. Esso mente freddamente; dalla sua bocca esce questa menzogna: Io, lo Stato, sono il popolo».
Infatti, secondo Kelsen poi, soltanto nelle democrazie dirette l’ordine sociale viene realmente creato dalla decisione dei titolari dei diritti politici, i quali esercitano il loro diritto nell’Assemblea del popolo, tenuta come era, all’inizio della democrazia ateniese, nella Agorà. Allo stesso principio sono ispirati i movimenti degli Occupy Wall Street, degli Indignati non violenti di tutti i Paesi e in particolare, in questo momento, proprio quelli greci. È questa, nel complesso, la vendetta dell’Agorà.
Ancor più grave è il fatto che sia ora sostanzialmente la Bce (piuttosto che il Fondo monetario internazionale) a dettare le regole delle politiche di austerità senza che ad essa sia stata conferita alcuna delega di sovranità. Questo anomalo (tecnocratico?) governo dell’economia degli Stati membri può portare a tre possibili alternative.
La prima, quella più paventata, è che alcuni Paesi escano dall’euro, creando il caos finanziario globale temuto anche, come dichiarato dal presidente Obama al G-20, dagli Stati Uniti d’America, pure loro per ragioni identiche in grande difficoltà.
La seconda consisterebbe in un improponibile euro diviso in due: quello forte dei paesi con i bilanci statali maggiormente in ordine, come Germania e i Paesi del Nord Europa, e quello debole dei paesi del Sud Europa a rischio default.
Infine la terza, che risolverebbe tutti i problemi attuali, è quella che vede attuare il completamento del disegno iniziale di un’Europa politica, «libera ed unita», parafrasando il Manifesto di Altiero Spinelli, e come era nelle intenzioni dei padri fondatori.
Per questo è necessario che il cieco governo finanziario-tecnocratico, che ha solo creato disuguaglianze nelle cittadinanze dei singoli Stati membri, lasci il campo alla politica che, attraverso una democrazia deliberativa, crei una cittadinanza veramente europea, nella quale si riconoscano tutti i cittadini, sui piani di eguaglianza e parità dei quali ho già più volte parlato.
Questa soluzione è l’unica che evita “le vendette dell’Agorà”, che abolisce le disuguaglianze fra i popoli degli Stati membri, e che consolida in un’Europa federativa la necessità di una autorevole e non dispersiva sua presenza, insieme agli Stati Uniti, alla Cina ed ai paesi emergenti, ad un tavolo che detti nuove regole per arginare e combattere disastri e iniquità che l’attuale globalizzazione ha comportato
26 ottobre – Paul Krugman – New York Times (traduzione di Edoardo Ferrazzani per l’Occidentale)
UN BUCO NEL SECCHIO DELL’EUROPA
Se non fosse così tragica, l’attuale crisi europea sarebbe quasi divertente, però di un umorismo macabro. Mentre tutti i piani di salvataggio europei sinora messi in campo, hanno apertamente fatto fiasco, le ‘Very Serious People’ d’Europa – che sono, se possibile, addirittura più pompose e vanitose delle proprie controparti americane – continuano ad apparire sempre più ridicole.
Arriverò alla tragedia in un minuto. Prima però parliamo di quelle ‘botte sulle natiche’ che recentemente mi ha fatto venire in mente quella vecchia canzone per bambini che non smette di ronzarmi nella testa, “There’s a Hole in My Bucket” (ndt. la canzone a cui Paul Krugman si riferisce è parodossalmente d’origine tedesca).
Per coloro che non conoscono la canzone, dà conto di un pigro contadino che si lamenta di un buco in un secchio, la cui moglie esorta a colmare. A ogni azione che lei suggerisce al marito per colmare il buco, ci si rende conto che ognuna di esse avrebbe richissto un’azione preventiva, e alla fine di tutta la canzone, la moglie chiede al marito di andare a prendere dell’acqua al pozzo. “Ma c’è un buco nel mio secchio, cara Liza, cara Liza”.
Ma che c’entra questo con l’Europa, si dirà? Beh, a questo punto, la Grecia, il paese da dove tutto è iniziato, è diventato nient’altro che un grigio evento minore. E’ chiaro che il reale pericolo arrivi invece da una specie di assalto agli sportelli dell’Italia, la terza più grande economia della zona euro.
Gli investitori, per paura di un possibile default italiano, stanno domandando un più alto tasso d’interesse per la remunerazione dei titoli di debito italiani. Questo innalzamento dei tassi d’interesse rende un default italiano paradossalmente più probabile.
E’ un circolo vizioso, con la paura default che finisce per diventare una profezia che si auto-realizza. Per salvare l’euro, questa minaccia deve essere eliminata. Ma come? La risposta ha certamente a che fare con la creazione di un fondo che possa, se necessario, prestare all’Italia (e alla Spagna, che è anch’essa a rischio) abbastanza denaro affinché l’Italia non abbia bisogno di prestare ai mercati con gli alti tassi d’interesse odierni.
E’ probabile che un fondo del genere non verrebbe neanche utilizzato, visto che il solo fatto d’esistere metterebbe fine al ciclo della paura sui mercati. Ma l’ipotetico ammontare per un reale prestito su larga scala – certamente per un valore di più di un trilione di euro – dovrebbe comunque essere immobilizzata là dentro.
Arriviamo ai problemi: tutte le proposte sin’ora messe in cantiere in Europa per creare un fondo del genere, alla fine richiedono il sostegno da parte dei paesi più importanti, le cui promesse per gli investitori devono essere credibili perché il piano funzioni. L’Italia esprime uno di questi governi; ovviamente non può andare verso un salvataggio prestando del denaro a se stessa.
Anche la Francia, per grandezza la seconda economia della zona euro, ha mostrato di essere un po’ traballante negli ultimi tempi; ha suscitato paure la creazione di un largo fondo di salvataggio, che avrebbe come effetto quello di far spendere di più al governo francese, una spesa che di fatto andrebbe ad aggiungersi al debito francese, il quale potrebbe semplicemente avere l’effetto di aggiungere la Francia alla lista dei paesi in crisi. Della serie, “C’è un buco nel secchio, cara Liza, cara Liza”.
Capirete adesso che cosa intendessi quando dicevo che la situazione è divertente, ma in modo macabro. Ma quel che rende tutta questa storia davvero dolorosa, è che tutto ciò si sarebbe potuto evitare.
Si pensi a paesi come la Gran Bretagna, il Giappone o gli Stati Uniti, che hanno grandi deficit e grandi debiti e ciononostante sono in grado di prestare con tassi d’interesse relativamente più bassi. Qual è il loro segreto? La risposta, in maggior parte, è che i governi di quei paesi hanno mantenuto delle monete ancora in proprio controllo e gli investitori sanno che in un solo istante, tali governi possono finanziare il proprio deficit semplicemente stampando più moneta.
Se la Banca centrale europea fosse in grado di fare la sua parte nella gestione dei debiti europei, la crisi si attenuerebbe significativamente. Ma ciò non creerebbe inflazione? Probabilmente no: qualsiasi cosa pensino i seguaci di Ron Paul (ndt. Ron Paul è senatore statunitense dal Texas: libertario anti-Fed, è uno dei candidati alle primarie per la nomination Repubblicana alle presidenziali 2012), la creazione di moneta non ha effetti inflazionistici in un’economia depressa.
In più, l’Europa ha bisogno di un aumento dell’inflazione nel complesso abbastanza modesto: se le cose continuano a stare come stanno oggi, un tasso d’inflazione troppo basso continuerà a condannare l’Europa del Sud ad anni d’opprimente deflazione, la quale allo stesso tempo manterrà alta la disoccupazione e provocherà comunque una catena di default.
Ora, una soluzione del genere, ci continuano a dire, non è nemmeno sul tavolo. Lo statuto della Bce, il quale regola il funzionamento dell’istituzione, apparentemente proibisce un’azione del genere, benché non mi stupirebbe affatto che un gruppetto di astuti avvocati potrebbero sicuramente aggirare l’ostacolo giuridico.
Il problema maggiore, comunque, rimane il fatto che l’intero sistema dell’euro era stato pensato per combattere l’ultima guerra economica. Era nato per costituire una specie di linea Maginot con il fine d’impedire una riedizione della guerra economica degli anni ’70 – la quale ovviamente non servì a niente –, e per scongiurare , in fondo, una riedizione della terribile guerra economica degli anni ’30.
La piega che stanno prendendo gli eventi, come ho detto, è tragica. La storia dell’Europa del dopo-guerra è profondamente illuminante. Dalle rovine della guerra, gli Europei hanno costruito un sistema di pace e democrazia, e lungo la via hanno costruito delle società le quali, benché imperfette – quale società non lo è? – sono provatamente le più decenti nella storia dell’umanità.
Ciononostante, questo risultato è minacciato dal fatto che l’elite europea, nella sua arroganza, ha costretto il Continente in un sistema monetario che ha creato le rigidità del gold standard, e – come il gold standard negli anni ’30 – si è trasformato in una trappola mortale.
Forse i leader europei se ne usciranno con un reale e credibile piano. Me lo auguro, ma non me lo aspetto.
L’amara verità è che il sistema dell’euro appare sempre più spacciato. Ancora più amara verità, è che dato il modo in cui si è comportato tale sistema, per l’Europa starebbe meglio se quel sistema andasse al collasso, e ciò meglio prima che dopo.
14 ottobre – José Ignacio Torreblanca – El País (traduzione di Anna Bissanti per Presseurop.eu)
Con gli indignados di Wall Street, il malcontento popolare scatenato dalla crisi interessa ormai tutto lo spettro politico e geografico, dagli Stati Uniti alla Grecia. A prima vista si tratta di due casi ben distinti tra loro. Mentre la Grecia di Papandreou è in crisi a causa di uno stato clientelare e inefficiente che si è indebitato a più non posso, gli Stati Uniti di Obama sono vittima dei mercati finanziari che hanno portato l’economia al collasso. Per semplificare, potremmo parlare in un caso di un fallimento statale, nell’altro di un fallimento del mercato.
Tuttavia, visti i tempi che corrono, Grecia e Stati Uniti si assomigliano ben più di quanto si potrebbe immaginare. Atene e Washington sono entrambe culle della democrazia. La Grecia inventò la democrazia diretta, gli Stati Uniti la democrazia rappresentativa. Questo ideale, illustrato a meraviglia in due testi di una somiglianza impressionante – l’orazione funebre di Pericle e il discorso di Lincoln a Gettysburg – oggi è rimesso completamente in discussione.
La democrazia diretta è stata la prima a degenerare in populismo, demagogia e ingovernabilità. Non stupisce che, vedendo la tragica fine di Socrate, obbligato a bere la cicuta, i padri fondatori degli Stati Uniti non abbiano voluto parlare di democrazia e abbiano preferito descrivere il loro sistema politico come “governo rappresentativo”, in altre parole un regime nel quale più che permettere alla popolazione di autogovernarsi le si accorda il potere di eleggere e destituire i suoi stessi governanti in modo regolare, per tutelare le proprie libertà.
Malgrado tutte le sue carenze, questo sistema di governo ha avuto un enorme successo. Almeno nella nostra comunità politica e geografica, la democrazia rappresentativa ha trionfato sia sul fascismo che sul comunismo, e anche se su di essa continuano a incombere minacce populiste e nazionaliste l’abbinamento di governi rappresentativi ed economie di mercato in genere ha dato luogo a società aperte, rispettose delle libertà e della diversità.
Il problema nasce dal fatto che la democrazia rappresentativa è diventata non solo inestirpabile dall’esterno, ma anche dall’interno, perché la democrazia diretta non è un’alternativa valida per governare società complesse come le nostre. In questo processo, la democrazia si è sclerotizzata proprio nel suo punto centrale, la rappresentatività dei governi nei confronti delle domande dei governati.
Crisi di sistema
Col tempo, questi governi si sono fatti prendere in trappola da due fattori: da un lato, i partiti hanno trasformato i nostri sistemi politici in partitocrazie, governate da una classe politica che non rende conto a nessuno del proprio operato e non è trasparente; dall’altra, i mercati hanno sottomesso il potere politico ai loro interessi, diventando una sfera di potere autonomo e indipendente. Il risultato è che l’interesse collettivo è relegato in secondo piano, come principio ispiratore delle politiche pubbliche, mentre l’obbligo di rendere conto del proprio operato diventa inefficace come meccanismo di controllo dei cittadini. Così, mentre dal punto di vista quantitativo le democrazie trionfano nel mondo, dal punto di vista qualitativo si sono considerevolmente deteriorate.
In maggioranza, i nostri paesi oggi sono democrazie sotto tutti gli aspetti, ma sono ben lungi dall’avere le qualità della democrazia alle quali aspirano i cittadini. Nei periodi di crescita economica, quando i problemi di redistribuzione erano più facili a risolversi, la tensione implicita tra efficacia e rappresentatività si risolveva facilmente a favore della prima e a discapito della seconda. Ma quando la crisi economica ha colpito con tutta la sua forza, i nostri sistemi politici sono stati messi letteralmente a nudo: la loro incapacità di amministrare l’economia (vuoi per incompetenza, vuoi perché le questioni vanno al di là della sfera nazionale) è ormai sotto gli occhi di tutti, come pure la loro insufficienza rappresentativa e la loro sottomissione ai poteri dei mercati, i cui eccessi si dimostrano incapaci di regolamentare.
L’ideale democratico ateniese è fallito, ed erano occorsi secoli e secoli perché fosse messo a punto. Quanto alla democrazia rappresentativa, anche se non è sottoposta a un attacco dall’esterno, entrerà in una grave crisi interna se non riuscirà a regolamentare la crisi della rappresentanza e a governare efficacemente i mercati nell’interesse generale. Da Atene a Wall Street, l’ideale della democrazia sta lottando per sopravvivere.
18 giugno – Richard N. Haass – The Washington Post
When Defense Secretary Robert Gates devoted his final policy speech this month to berating NATO and our European allies, he was engaging in a time-honored tradition: Americans have worried about Europeans shirking their share of global burdens since the start of the 60-year-old alliance.
Gates sounded a pessimistic note, warning of “the real possibility for a dim if not dismal future for the transatlantic alliance.” Yet, the outgoing Pentagon chief may not have been pessimistic enough. The U.S.-European partnership that proved so central to managing and winning the Cold War will inevitably play a far diminished role in the years to come. To some extent, we’re already there: If NATO didn’t exist today, would anyone feel compelled to create it? The honest, if awkward, answer is no.
In the coming decades, Europe’s influence on affairs beyond its borders will be sharply limited, and it is in other regions, not Europe, that the 21st century will be most clearly forged and defined.
Certainly, one reason for NATO’s increasing marginalization stems from the behavior of its European members. The problem is not the number of European troops (there are 2 million) nor what Europeans collectively spend on defense ($300 billion a year), but rather how those troops are organized and how that money is spent. With NATO, the whole is far less than the sum of its parts. Critical decisions are still made nationally; much of the talk about a common defense policy remains just that — talk. There is little specialization or coordination. Missing as well are many of the logistical and intelligence assets needed to project military force on distant battlefields. The alliance’s effort in Libya — the poorly conceived intervention, the widespread refusal or inability to participate in actual strike missions, the obvious difficulties in sustaining intense operations — is a daily reminder of what the world’s most powerful military organization cannot accomplish.
With the Cold War and the Soviet threat a distant memory, there is little political willingness, on a country-by-country basis, to provide adequate public funds to the military. (Britain and France, which each spend more than 2 percent of their gross domestic products on defense, are two of the exceptions here.) Even where a willingness to intervene with military force exists, such as in Afghanistan, where upward of 35,000 European troops are deployed, there are severe constraints. Some governments, such as Germany, have historically limited their participation in combat operations, while the cultural acceptance of casualties is fading in many European nations.
But it would be wrong, not to mention fruitless, to blame the Europeans and their choices alone. There are larger historical forces contributing to the continent’s increasing irrelevance to world affairs.
Ironically, Europe’s own notable successes are an important reason that transatlantic ties will matter less in the future. The current euro zone financial crisis should not obscure the historic accomplishment that was the building of an integrated Europe over the past half-century. The continent is largely whole and free and stable. Europe, the principal arena of much 20th-century geopolitical competition, will be spared such a role in the new century — and this is a good thing.
The contrast with Asia could hardly be more dramatic. Asia is increasingly the center of gravity of the world economy; the historic question is whether this dynamism can be managed peacefully. The major powers of Europe — Germany, France and Great Britain — have reconciled, and the regional arrangements there are broad and deep. In Asia, however, China, Japan, India, Vietnam, the two Koreas, Indonesia and others eye one another warily. Regional pacts and arrangements, especially in the political and security realms, are thin. Political and economic competition is unavoidable; military conflict cannot be ruled out. Europeans will play a modest role, at best, in influencing these developments.
If Asia, with its dynamism and power struggles, in some ways resembles the Europe of 100 years ago, the Middle East is more reminiscent of the Europe of several centuries before: a patchwork of top-heavy monarchies, internal turbulence, unresolved conflicts, and nationalities that cross and contest boundaries. Europe’s ability to influence the course of this region, too, will be sharply limited.
Political and demographic changes within Europe, as well as the United States, also ensure that the transatlantic alliance will lose prominence. In Europe, the E.U. project still consumes the attention of many, but for others, especially those in southern Europe facing unsustainable fiscal shortfalls, domestic economic turmoil takes precedence. No doubt, Europe’s security challenges are geographically, politically and psychologically less immediate to the population than its economic ones. Mounting financial problems and the imperative to cut deficits are sure to limit what Europeans can do militarily beyond their continent.
Moreover, intimate ties across the Atlantic were forged at a time when American political and economic power was largely in the hands of Northeastern elites, many of whom traced their ancestry to Europe and who were most interested in developments there. Today’s United States — featuring the rise of the South and the West, along with an increasing percentage of Americans who trace their roots to Africa, Latin America or Asia — could hardly be more different. American and European preferences will increasingly diverge as a result.
Finally, the very nature of international relations has also undergone a transformation. Alliances, whether NATO during the Cold War or the U.S.-South Korean partnership now, do best in settings that are highly inflexible and predictable, where foes and friends are easily identified, potential battlefields are obvious, and contingencies can be anticipated.
Almost none of this is true in our current historical moment. Threats are many and diffuse. Relationships seem situational, increasingly dependent on evolving and unpredictable circumstances. Countries can be friends, foes or both, depending on the day of the week — just look at the United States and Pakistan. Alliances tend to require shared assessments and explicit obligations; they are much more difficult to operate when worldviews diverge and commitments are discretionary. But as the conflicts in Iraq, Afghanistan and now Libya all demonstrate, this is precisely the world we inhabit.
For the United States, the conclusions are simple. First, no amount of harping on what European governments are failing to do will push them toward what some in Washington want them to do. They have changed. We have changed. The world has changed.
Second, NATO as a whole will count for much less. Instead, the United States will need to maintain or build bilateral relations with those few countries in Europe willing and able to act in the world, including with military force.
Third, other allies are likely to become more relevant partners in the regions that present the greatest potential challenges. In Asia, this might mean Australia, India, South Korea, Japan and Vietnam, especially if U.S.-China relations were to deteriorate; in the greater Middle East, it could again be India in addition to Turkey, Israel, Saudi Arabia and others.
None of this justifies a call for NATO’s abolition. The alliance still includes members whose forces help police parts of Europe and who could contribute to stability in the Middle East. But it is no less true that the era in which Europe and transatlantic relations dominated U.S. foreign policy is over. The answer for Americans is not to browbeat Europeans for this, but to accept it and adjust to it.
PER LE OPINIONI PIU’ VECCHIE VISITATE L’ARCHIVIO OPINIONI







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