Archivio Opinioni

MAGGIO 2011

30 maggio – Gunnar Heinshon – Die Welt

COME SARA’ LA PROSSIMA EUROPA?

Una federazione di ricche ed efficienti regioni industriali a nord, un’unione mediterranea finalmente libera dal rigore mitteleuropeo a sud. Per risolvere le incompatibilità strutturali in seno all’Ue le ipotesi alternative non mancano.

Solo il 40 per cento dei tedeschi vede il proprio futuro in Europa, e appena il 25 per cento ha ancora fiducia nelle sue istituzioni. Questo sondaggio è la risposta ai venticinque miliardi di euro inviati da Berlino ai proprietari delle banche greche. Alle spalle non c’è una ristrettezza di vedute nazionalista. Il sud della Germania infatti sborsa poco volentieri per i cittadini di Atene, Lisbona o Dublino esattamente come per quelli di Brema o di Essen.

È solo lo spauracchio del nazionalismo a tenere l’Europa ancora in piedi. Lo sfruttamento attraverso i trasferimenti monetari è mille volte meglio della guerra, ripetono i nostri leader. Ma per la prima volta nell’ultimo mezzo millennio l’Europa può considerarsi post-nazionale. Con il crollo dei tassi di crescita manca il personale per scagliarsi sanguinosamente l’uno sull’altro. L’unione non è un mezzo per impedire la guerra, ma una simpatica conseguenza  dell’incapacità di farla.

Auspicabilmente, in futuro il ridisegno dell’Europa avverrà oltre l’idea di nazione, di religione e di tradizione. Nell’area nordica, come aveva proposto già nel 2009 lo storico svedese Gunnar Wetterberg, potrebbe rinascere l’unione di Kalmar – che comprenderebbe Islanda, Danimarca, Groenlandia, Novegia, Svezia, Finlandia e possibilmente Estonia. Con 3,5 milioni di chilometri quadrati e 26 milioni di abitanti sarebbe l’ottava potenza economica mondiale. Candidati da annettere successivamente sarebbero i Paesi Bassi e le Fiandre. Un patto con la Gran Bretagna trasformerebbe il Mare del Nord in un Mare Nostrum, creando un partner per Usa e Canada con il quale l’Atlantico settentrionale diventerebbe inattaccabile.

Un modello è la Svizzera, lo stato volontaristico e  armonico dove i ginevrini non sono francesi, i ticinesi non sono italiani e gli zurighesi non sono tedeschi. Chi vuole cambiare vicini può partecipare con i confederati alla costruzione di uno spazio economico e monetario ottimale, dove persino il tasso delle nascite non è in deficit. Sovvenzioni per colmare le differenze di ricchezza non ce ne sono. Mentre i difensori dei trasferimenti monetari di Berlino e Brema escogitano in continuazione nuovi affondi nelle borse degli altri, i cantoni svizzeri guadagnano attraendo aziende innovative o moltiplicando la forza lavoro qualificata. Eppure anche lì aiutano i loro bisognosi, e stanno probabilmente meglio che in Germania.

Per l’Ocse già nel 2009 la Svizzera era il campione dell’innovazione, e nel biennio 2010/2011 si è guadagnata il primo posto nell’Indice della competitività globale. La nuova federazione dovrebbe prendere dall’Italia tutto il nord, con una mano tesa fino a Firenze e Urbino. Verso est dovrebbe annettersi poi la poliglotta Slovenia. Con settanta milioni di abitanti su 450mila chilometri quadrati, l’insieme diventerebbe la quarta potenza globale, dopo Usa, Cina e Giappone.

Con l’Unione del Nord e la Confederazione delle Alpi anche le regioni che oggi sembrano irrecuperabili riceverebbero una seconda chance. Invece di miliardi servirebbero semplicemente piani per dare ad ognuno amo ed esca con cui procacciarsi il proprio pesce quotidiano.

Poveri ma belli

Dopo le inevitabili bancarotte, Portogallo, Spagna, Italia del sud, i paesi slavi dell’Adriatico e la Grecia potrebbero unirsi in una federazione mediterranea con  più  di 100 milioni di abitanti, che con energia solare, alimentazione biologica e attrazioni culturali troverebbe il suo giro d’affari. Con l’inclusione di Israele ci sarebbe anche l’arsenale militare necessario, data la vicinanza all’area islamica.

Il resto del Baltico, insieme alla Polonia e alle “aspiranti Ue” Bielorussia e Ucraina, rassomiglierebbe come perimetro alla Confederazione Polacco-Lituana, spartita nel 1795 tra Berlino, Vienna e San Pietroburgo. Una nuova versione della Confederazione, con 110 milioni di persone, oggi non avrebbe più paura della Russia, che forse andrebbe in declino ancora più in fretta.

La Francia potrebbe andare da sola, o forse con il resto della Germania, riunite dallo spauracchio dell’“Eurabia”. Ma in entrambi i territori si prevedono tempi duri per l’educazione, con un 20-25 per cento dei giovani che sfuggirà al sistema scolastico. Se il problema dovesse essere superato e le scuole franco-tedesche iniziassero a sfornare genietti, questo asse Parigi-Berlino scriverebbe una nuova pagina della storia.

Marxisti, ecologisti, socialisti e seguaci dei profeti si raccoglierebbero sotto la bandiera rosso-verde-rosso-verde, entusiasti di un tale arcobaleno multi-culturale in salsa high tech. E nessuno dovrà più essere forzato, perché si troverebbe davanti tutte le opzioni possibili. Solo lo stato nazionale finirà per essere dimenticato. Gli rimangono fedeli solo gli irriducibili di destra e sinistra, i primi a sognare il potere perduto e gli altri trasferimenti monetari senza fine.

(traduzione di Nicola Vincenzoni per Presseurop)

20 maggio – David Rieff – Internazionale

L’INNOCENZA DELLE ELITE

Nell’estate del 1995 andai nel Sud Sudan per seguire la guerra con l’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla). Il giorno del mio arrivo, a cena, uno dei nostri accompagnatori disse all’improvviso: “Mi dispiace per quella storia di Gennifer Flowers”. Mi sarei aspettato di parlare di tante cose in Sudan, ma la donna con cui il presidente Clinton aveva avuto una storia negli anni ottanta non era tra quelle. Indeciso su cosa rispondere, cercai rifugio nei luoghi comuni. Negli Stati Uniti prendiamo molto sul serio i casi in cui i potenti approfittano sessualmente delle donne. E il nostro accompagnatore sorrise e rispose: “Da noi invece la colpa è sempre della donna”.

La reazione di tanti personaggi pubblici francesi – non solo dei suoi colleghi del Partito socialista – all’arresto di Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale e possibile favorito alle presidenziali francesi del 2012, con l’accusa di tentato stupro e sequestro della cameriera di un albergo newyorchese, mi ha fatto ripensare a quell’episodio. Perché da Bernard-Henry Levy al direttore del Nouvel Observateur, Jean Daniel, all’avvocato specialista in diritti umani ed ex ministro Robert Badinter, le élite francesi sembrano essere tutte d’accordo sul fatto che la vera vittima di questo dramma sia Dominique Strauss-Kahn e non la ragazza.

Nella sua rubrica su Le Point, Levy si chiede “come mai la cameriera era entrata da sola – dato che la maggior parte degli alberghi newyorchesi ha l’abitudine di mandare una ‘squadra di pulizie’ di almeno due persone – nella stanza di uno dei personaggi più protetti del mondo”. Jean Daniel, invece, ha scritto che il destino toccato a Dsk, come lo chiama la stampa francese, fa pensare che “francesi e americani non appartengono alla stessa civiltà”, e spinge a chiedersi perché “la presunta vittima sia stata considerata al di sopra di ogni sospetto”. Badinter ha invece commentato che trascinandolo ammanettato davanti alle telecamere prima di portarlo alla centrale, la polizia di New York ha decretato la “condanna a morte mediatica” di Strauss-Kahn. Badinter non è arrivato a dire che l’accusatrice di Dsk ha mentito, anche se le sue affermazioni, come quelle di Levy e Daniel, portano a quella conclusione. L’unico problema è stabilire se abbia mentito di testa sua o faccia parte di un complotto. Badinter ha chiesto la “parità di diritti tra l’accusatrice e il presunto innocente” [sic].

E la stampa ha subito seguito le orme di questi maître à penser. Un giornalista di un’importante radio francese che ha assistito all’arresto di Strauss-Kahn ha detto che, prima di poter comparire davanti al giudice, il direttore dell’Fmi aveva dovuto mettersi in fila con “neri e latini accusati di ogni genere di reati minori, soprattutto spaccio di droga”. Non si capisce perché il giornalista non abbia accordato la stessa presunzione d’innocenza ai “neri e latini”, e si sia invece indignato perché a Dsk non era stato permesso di saltare la fila e di essere interrogato prima di quella gentaglia. Almeno, però, non è arrivato al punto di Levy, il quale ha scritto che “il giudice americano ha sbagliato a gettare Dsk in pasto ai fotografi fingendo che fosse una persona qualsiasi”. Personalmente non capisco cosa ci sia stato di tanto sbagliato nel trattare Strauss-Kahn, un uomo accusato di un reato grave, proprio come l’accusato di un reato grave. E perché Dsk avrebbe dovuto ricevere un trattamento diverso da quello riservato dalla legge statunitense a tutti gli altri sospetti criminali. I possibili motivi si riducono a due. Il primo è che gli amici di Dsk non riescono a credere che sia colpevole. Questo è comprensibile: sono suoi amici. Però l’atteggiamento di Dsk con le donne è così noto in Francia che due anni fa il comico Stephane Guyon fece uno sketch su Strauss-Kahn che arrivava negli studi di una radio per un’intervista: l’altoparlante invitava tutte le donne a restare chiuse in una stanza finché non se ne fosse andato.

Le proteste degli amici valgono quel che valgono. Ma quelli che in Francia lo hanno difeso continuano a ripetere quanto è stato importante Strauss-Kahn, tutte le cose positive che ha fatto e il ruolo cruciale che ha svolto, soprattutto come direttore del Fondo monetario. E che, per usare le parole di Levy, “l’Europa, per non dire il mondo, sono in debito con lui per aver contribuito a evitare il peggio”. Ma questa è un’affermazione illogica, perché uno stupratore può fare tante cose buone in altri campi della sua vita. Oppure equivale a dire che siccome Dsk è una persona di valore ha diritto a un trattamento speciale. Secondo me dietro l’indignazione su com’è stato trattato Strauss-Kahn si nasconde la seconda ipotesi. In questo caso mi auguro solo che gli intellettuali francesi si godano i privilegi che merita la loro casta. Come disse una volta Talleyrand, un francese molto più lungimirante di loro, “quelli che non hanno vissuto prima della rivoluzione non conoscono la dolcezza della vita”.

Traduzione di Bruna Tortorella.

04 maggio – Robert Fisk – The Independent

HANNO UCCISO UN UOMO MORTO

Osama è (quasi sicuramente) morto. Ma le rivoluzioni di massa che da mesi stanno investendo il mondo arabo dicono che Al Qaeda, politicamente, era morta già da tempo.

In Pakistan è morta un’attempata nullità, la cui fallimentare politica è stata sconfitta dalla storia e dai milioni di arabi che in Medio Oriente chiedono libertà e democrazia. E il mondo è impazzito.

Qualche giorno dopo aver presentato una copia del suo certificato di nascita, il presidente degli Stati Uniti è apparso nel cuore della notte per presentare in tempo reale il certificato di morte di Osama Bin Laden, ucciso in una cittadina che porta il nome di un maggiore del vecchio esercito imperiale britannico. Un colpo solo alla testa, ci dicono. Ma il trasporto aereo in gran segreto del cadavere in Afghanistan, e l’altrettanto segreta sepoltura in mare, lo strano modo in cui ci si è disfatti del cadavere – niente santuari, per favore – è stato raccapricciante quasi quanto il soggetto in questione e la terribile organizzazione da lui fondata.

Gli statunitensi sono apparsi ubriachi di felicità. David Cameron l’ha definito “un gigantesco passo in avanti”. L’india ha parlato di “vittoria epocale”. “Un clamoroso trionfo”, si è inorgoglito il primo ministro israeliano Netanyahu. Ma dopo i tremila morti dell’11 settembre, il numero infinitamente superiore di vittime in Medio Oriente, il quasi mezzo milione di musulmani morti in Iraq e in Afghanistan e dieci anni trascorsi a cercare Bin Laden invano, con i “clamorosi trionfi” speriamo davvero di aver chiuso.

Attentati per vendicarlo? Potrebbero essercene, per opera di qualche gruppuscolo radicato in occidente e senza alcun contatto diretto con Al Qaeda. Qualcuno starà senz’altro già sognando di creare una Brigata del martire Osama bin Laden. Magari in Afghanistan, tra i taliban.

Ma le rivoluzioni di massa che da quattro mesi stanno investendo il mondo arabo ci dicono che Al Qaeda, politicamente, era già morta. Bin Laden aveva detto al mondo – l’aveva detto a me personalmente – che voleva distruggere i regimi filo-occidentali del mondo arabo, le dittature dei Mubarak e dei Ben Ali. Voleva creare un nuovo califfato islamico. Negli ultimi mesi, però, milioni di arabi musulmani sono scesi in piazza, pronti, loro sì, al martirio, e non in nome dell’islam, ma della libertà e della democrazia. Non è stato Bin Laden a sbarazzarsi dei tiranni. È stato il popolo. E il popolo un califfo non lo voleva.

Dopo la rivoluzione
 ho incontrato Bin Laden tre volte, e una sola domanda non sono riuscito a rivolgergli: che cosa avrà pensato, osservando le rivoluzioni di quest’anno, con le bandiere dei paesi al posto di quelle dell’islam, con i cristiani e i musulmani insieme, quelle stesse persone che la sua Al Qaeda era lieta di massacrare?

Ai suoi occhi, il suo successo personale più grande era stato la creazione di Al Qaeda, quell’istituzione che non prevedeva tesseramento. Un bel mattino ti svegliavi con la voglia di farne parte, e istantaneamente ne facevi parte. È stato il fondatore, ma mai un guerriero. Nella sua grotta non c’erano computer, nessun telefono dal quale far scoppiare bombe. I dittatori arabi governavano incontrastati grazie al nostro sostegno, evitando accuratamente di condannare la politica americana. Certe cose le diceva solo Bin Laden. Gli arabi non hanno mai voluto far schiantare degli aerei contro dei grattacieli, eppure ammiravano quell’uomo che diceva ciò che avrebbero voluto dire. Ora, però, un numero sempre maggiore di loro certe cose può dirle. Bin Laden non serve più. Era diventato una nullità.

Ma parlando di grotte, la morte di Bin Laden mette effettivamente il Pakistan in una pessima luce. Da mesi, il presidente Ali Zardari continuava a ripeterci che Bin Laden viveva in una grotta in Afghanistan. Adesso salta fuori che viveva in una villa in Pakistan.

È stato tradito? Certamente. Dall’esercito pachistano o dai servizi segreti pachistani? Probabilmente da entrambi. Il Pakistan sapeva dov’era.

Abbottabad non solo ospita l’accademia militare nazionale (la cittadina fu fondata nel 1853 dal maggiore dell’esercito britannico James Abbott), ma anche il quartier generale della Seconda divisione del corpo d’armata settentrionale del Pakistan. Poco meno di un anno fa, ho cercato di ottenere un’intervista da un altro grande ricercato, il leader del gruppo ritenuto responsabile delle stragi di Mumbai. L’ho trovato nella città pachistana di Lahore, protetto da poliziotti pachistani in uniforme armati di mitragliatrice.

Perché non l’hanno catturato?
 E ovviamente c’è anche un’altra, più ovvia domanda destinata a rimanere senza risposta: Bin Laden non poteva essere catturato? La Cia, i Navy Seals, i corpi speciali o qualsiasi altra forza americana lo abbia ucciso, non avevano gli strumenti per gettare una rete sulla tigre? “Giustizia”, ecco il nome che Barack Obama ha dato alla sua morte. Un tempo, “giustizia” voleva dire giusto processo, un tribunale, un’udienza, una difesa, un processo. Come i figli di Saddam, Bin Laden è stato abbattuto. Lui di certo non avrebbe mai voluto farsi prendere vivo, e nella stanza in cui è morto di sangue se n’è versato a secchiate.

Ma un tribunale sarebbe stato un problema non solo per Bin Laden. Lui, in fin dei conti, avrebbe potuto parlare dei suoi contatti con la Cia durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, o degli incontri confidenziali a Islamabad con il principe Turki, capo dei servizi segreti sauditi.

Proprio come Saddam – processato per l’uccisione di sole 153 persone, e non per le migliaia di curdi uccisi con i gas – è stato impiccato prima che potesse dirci quali componenti dei gas in questione provenivano dagli Stati Uniti, o potesse parlare della sua amicizia con Donald Rumsfeld, del sostegno militare ricevuto dagli Stati Uniti quando nel 1980 invase l’Iran.

Curiosamente, Bin Laden non era il “ricercato numero uno” per i crimini internazionali contro l’umanità dell’11 settembre 2001. Il suo status da Far West se l’era conquistato con i precedenti attacchi di Al Qaeda contro le ambasciate statunitensi in Africa e contro il complesso militare americano di Dharhan. Si aspettava costantemente che da un momento all’altro arrivassero dei missili Cruise, e anch’io, quando lo incontrai.

Gli era già capitato di aspettare la morte, nelle grotte di Tora Bora nel 2001, quando le sue guardie del corpo gli impedirono di combattere e lo costrinsero a valicare le montagne per entrare in Pakistan. Avrebbe poi trascorso un po’ di tempo a Karachi. Era ossessionato da Karachi. Una volta, stranamente, mi diede addirittura delle fotografie di graffiti a lui favorevoli che campeggiavano sui muri dell’ex capitale pachistana, della quale lodò gli imam.

Fedeli e infedeli
 i suoi rapporti con gli altri musulmani erano un mistero. Quando lo incontrai in Afghanistan, inizialmente aveva timore dei taliban, e si rifiutò di lasciarmi partire di notte dal suo campo d’addestramento per andare a Jalalabad. Mi consegnò ai suoi luogotenenti di Al Qaeda perché mi proteggessero durante il viaggio.

Tutti i suoi seguaci detestavano i musulmani sciiti in quanto eretici e tutti i dittatori in quanto infedeli, anche se lui fu pronto a collaborare con gli ex baathisti iracheni per contrastare l’esercito occupante americano, e lo disse in una registrazione audio che come al solito la Cia ignorò. Non ha mai elogiato Hamas, e ha fatto ben poco per meritarsi la definizione di “santo guerriero” che loro gli hanno affibbiato all’indomani della morte, e che come al solito ha fatto il gioco di Israele.

Dopo il 2001 mantenni con Bin Laden un tenue canale di comunicazione indiretta, e in un’occasione incontrai uno dei suoi uomini di Al Qaeda più fidati in una località segreta del Pakistan. Mi ero preparato dodici domande, la prima delle quali era scontata: che vittoria poteva rivendicare, se le sue azioni avevano avuto come risultato l’occupazione di due paesi musulmani?

Non ebbi risposta per settimane. Poi, durante un weekend, mentre mi preparavo a tenere una conferenza a Saint Louis, negli Stati Uniti, mi dissero che Al Jazeera aveva diffuso un nuovo nastro audio di Bin Laden. Una dopo l’altra, e senza mai citarmi, aveva risposto alle mie dodici domande. E in effetti sì, lui voleva che gli americani entrassero nel mondo musulmano. Per poterli distruggere.

Quando il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl fu rapito, scrissi un lungo articolo sull’Independent, implorando Bin Laden di provare a salvargli la vita. Pearl e sua moglie si erano presi cura di me quando nel 2001 ero stato aggredito lungo il confine afgano. Lui mi aveva perfino ceduto il contenuto della sua rubrica telefonica. Molto tempo dopo, mi dissero che Bin Laden aveva letto il mio articolo con grande tristezza. Ma Pearl era già stato assassinato. O almeno così diceva lui.

Tuttavia, le ossessioni di Bin Laden hanno colpito anche la sua stessa famiglia. Una moglie l’aveva lasciato, altre due pare siano state uccise nel blitz del 1 maggio. Avevo conosciuto uno dei suoi figli, Omar, in Afghanistan nel 1994, insieme al padre. Era un bel bambino, e gli chiesi se era felice. Mi rispose “yes”, in inglese. L’anno scorso, però, Omar ha pubblicato un libro intitolato Growing up Bin Laden (Essere un Bin Laden), e raccontando di quando il padre gli uccise gli adorati cani per un esperimento di guerriglia chimica, lo definisce “un uomo malvagio”. Anche lui, nel libro, rievoca il nostro incontro, giungendo alla conclusione che no, non è stato un bambino felice.

Nella mattinata di lunedì, ho ricevuto tre telefonate da parte di conoscenti arabi, tutti assolutamente certi che quello ucciso dagli americani fosse solo una controfigura di Bin Laden, così come so che molti iracheni credono ancora che i figli di Saddam non siano stati uccisi nel 2003, né che Saddam sia stato realmente impiccato. A tempo debito, sarà Al Qaeda a dircelo. Va da sé che, se davvero si trattava di una controfigura, riceveremo un ennesimo video del vero Bin Laden, e il presidente Barack Obama perderà le prossime elezioni.

APRILE 2011

29 aprile 2011 – Abdullah Gul – The New York Times

THE REVOLUTION’S MISSING PEACE

La pace mancante delle rivoluzioni

L’ondata di insurrezioni in Medio Oriente e Nord Africa è di portata storica pari a quella delle rivoluzioni del 1848 e del 1989 in Europa. I popoli della regione, senza eccezione, non si sono  ribellati solo in nome di valori universali, ma anche per riconquistare l’orgoglio nazionale e la loro dignità, per lungo tempo repressi. Ma che queste insurrezioni conducano alla democrazia e alla pace, piuttosto che alla tirannia e al conflitto, dipenderà dalla capacità di mettere a punto un duraturo accordo di pace israelo-palestinese nella cornice di una più ampia pace arabo-israeliana.

La situazione dei palestinesi è stata la principale causa di disordini e conflitti nella regione, e viene utilizzata come pretesto per l’estremismo in altri angoli del mondo. Israele, più di qualsiasi altro paese, dovrà adattarsi al nuovo clima politico nella regione. Ma non deve temere; la nascita di atri regimi democratici nella regione intorno a Israele rappresenta un’assicurazione perfetta per la sicurezza del Paese.

In questi tempi di disordini, sono due le forze che modelleranno il futuro: il desiderio di democrazia del popolo ed i cambiamenti demografici nella regione. Prima o poi, il Medio Oriente diventerà democratico, e per definizione, un governo democratico dovrebbe riflettere la volontà reale del suo popolo. Un governo di questo genere non può permettersi di perseguire una politica estera percepita come ingiusta, indegna e umiliante dall’opinione pubblica. Per anni, la maggior parte dei governi della regione non ha tenuto in considerazione i desideri del proprio popolo nelle scelte di politica estera. La storia ha ripetutamente dimostrato che una pace vera, giusta e duratura può essere raggiunta solo tra popoli, non tra élite di governo.

Faccio appello ai leader di Israele affinché affrontino il processo di pace con una mentalità strategica, piuttosto che ricorrere a miopi manovre tattiche. Ciò richiederà di considerare seriamente  l’iniziativa di pace della Lega Araba del 2002, che ha proposto un ritorno ai confini di Israele antecedenti al 1967 e la completa normalizzazione delle relazioni diplomatiche con gli stati arabi.

Continuare a mantenere l’insostenibile status quo servirà solo a mettere Israele in maggior pericolo. La storia ci ha insegnato che la demografia è il fattore più decisivo nel determinare il destino delle nazioni. Nei prossimi 50 anni, gli arabi costituiranno la stragrande maggioranza degli abitanti tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto. La nuova generazione di arabi è molto più consapevole della democrazia, della libertà e della dignità nazionale.

In un simile contesto, Israele non può permettersi di essere percepita come un’isola di apartheid circondata da un mare arabo di rabbia e ostilità. Molti leader israeliani sono consapevoli di questa sfida e dunque ritengono che la creazione di uno stato palestinese indipendente rappresenti un imperativo. Una Palestina dignitosa e vitale, che viva fianco a fianco con Israele, non diminuirà la sicurezza di Israele, ma la fortificherà.

La Turchia pensa in modo strategico al processo di pace israelo-palestinese, non solo perché sa che una soluzione pacifica in Medio Oriente andrebbe a suo vantaggio, ma anche perché crede che la pace israelo-palestinese gioverebbe al resto del mondo.

Siamo quindi pronti a utilizzare la nostra piena capacità di favorire negoziati costruttivi. L’operato della Turchia negli anni precedenti all’operazione militare di Israele a Gaza nel dicembre 2008, testimonia il nostro impegno per il raggiungimento della pace. La Turchia è pronta a svolgere il proprio ruolo come nel passato, una volta che Israele sarà pronta a perseguire la pace con i suoi vicini.

Inoltre, è mia ferma convinzione che gli Stati Uniti abbiano la responsabilità, lungamente attesa, di schierarsi dalla parte del diritto e dell’imparzialità internazionale per quanto riguarda il processo di pace israelo-palestinese. La comunità internazionale vuole che gli Stati Uniti agiscano come mediatore imparziale ed efficace tra israeliani e palestinesi, proprio come avevano fatto dieci anni fa. Garantire una pace duratura in Medio Oriente è il favore più grande che Washington possa fare ad Israele.

Sarà quasi impossibile per Israele trattare con le correnti democratiche e demografiche emergenti, in assenza di un accordo di pace con i palestinesi e con il resto del mondo arabo. La Turchia, consapevole della propria responsabilità, è pronta a dare una mano.

26 aprile 2011 – Franco Venturini – Corriere della sera

IL NOSTRO PAESE NON PIU’ NEL MEZZO

Gli aerei con i quali l’Italia partecipa all’«operazione Libia» potranno utilizzare le loro armi offensive e da bombardamento ogni volta che il comando operativo della Nato lo riterrà utile. La svolta nella posizione italiana (fino a ieri si era detto che i nostri Tornado erano impegnati in numerose missioni, ma «non sparavano») è stata confermata nella conversazione telefonica di ieri sera tra Barack Obama e Silvio Berlusconi, ma nasce in realtà da una marcia di avvicinamento alla quale hanno lavorato per settimane i più stretti collaboratori del presidente del Consiglio, il Quirinale, i ministri Frattini e La Russa e la diplomazia italiana ai suoi livelli più alti.

Non è impossibile seguire il filo del nostro progressivo ripensamento. Si ricorderà che l’Italia, a maggior ragione dopo che gli Usa avevano fatto un passo indietro rinunciando al comando delle operazioni in Libia, aveva insistito nella richiesta che ad assumere questa responsabilità fosse l’Alleanza Atlantica e non il duo anglo-francese. Con qualche concessione alla «cabina di regia politica» voluta da Sarkozy, la linea italiana andò in porto e la Nato mise il suo dito sul grilletto.
Con alcuni risultati paradossali, però. L’interpretazione della risoluzione 1973 dell’Onu sulla difesa dei civili non cambiò, i bombardamenti continuarono, e il ritiro di gran parte degli aerei Usa, lasciando in prima fila francesi e britannici, fece sorgere la necessità di coinvolgere altri velivoli che «sparassero».

Giunsero così a Roma le prime richieste del Segretario generale dell’Alleanza Rasmussen, ma la risposta italiana fu ancora no: in Libia eravamo l’ex potenza coloniale, facevamo già abbastanza, offrivamo le nostre basi agli alleati, insomma non volevamo andare oltre. Un Consiglio dei ministri ratificò questo orientamento, ma non in maniera formale. Dietro le quinte acquistavano contemporaneamente un peso non trascurabile le parole piuttosto univoche del capo dello Stato, che voleva piena e operativa fedeltà alle alleanze. E diventavano più attivi, anche, quanti facevano presente che rimanendo a metà dal guado (partecipare sì, sparare no) ci facevamo carico di tutti gli oneri del caso ma non raccoglievamo alcun beneficio politico oggi nei rapporti con chi si esponeva e domani nella prospettiva di una revisione globale dei rapporti con la Libia dopo un eventuale e auspicato allontanamento di Gheddafi.

Espressione di questa scuola «realista», che tendeva a superare la nota contrarietà della Lega ad un nostro maggiore impegno in Libia, sono stati il riconoscimento del Consiglio di Bengasi come unico interlocutore libico dell’Italia, le dichiarazioni del ministro Frattini sulla riflessione da fare circa la fornitura di sistemi «non letali» agli insorti, e infine la decisione di inviare alcuni istruttori militari in Libia come avevano già fatto Gran Bretagna e Francia. Gli ultimi dieci giorni hanno visto aprirsi la fase decisiva. Mustafa Abdul Jalil, presidente del Consiglio di transizione di Bengasi, è venuto a Roma e, dopo averlo ringraziato per il riconoscimento, ha detto personalmente a Berlusconi che serviva un maggior impegno militare se ci si voleva liberare di Gheddafi senza spaccare la Libia in due.

Le stesse argomentazioni sono state espresse da Gates a La Russa, da Hillary Clinton a Frattini, ancora da Rasmussen a Berlusconi, ma la svolta si è verificata venerdì scorso quando il presidente del Consiglio ha ricevuto la visita del senatore Usa John Kerry, ex candidato alla Casa Bianca e notoriamente vicino al presidente Obama. Da quel momento, acquisito il cambiamento, la nostra diplomazia si è mossa in discesa fino all’annuncio di Pasquetta. I velivoli italiani potranno ora far uso di missili normalmente utilizzati per colpire postazioni antiaeree, ma è evidente che una volta eliminato il caveat sin qui in vigore sarà il comando Nato a definire di volta in volta la missione da compiere attraverso strutture di comando e controllo nelle quali peraltro l’Italia è puntualmente rappresentata.

La scelta fatta ieri dal governo, che rientra nel mandato parlamentare ricevuto, corregge una incongruenza che ci aveva collocati a metà strada tra la rispettabile posizione tedesca (un no su tutta la linea) e quella altrettanto rispettabile benché opposta di Francia e Gran Bretagna. Rimanendo nel mezzo, rischiavamo l’ambiguità e il ritorno di vecchi e poco edificanti stereotipi. Non solo. Sul fronte interno, Berlusconi non dovrebbe essere a corto di argomenti per spiegare alla Lega che sbagliare approccio in Libia significa esporsi ancora di più alle ondate migratorie. La vicenda libica, insomma, resta confusa e piena di trappole (come dimostra la continuazione dei bombardamenti lealisti su Misurata). Ma la confusione italiana, almeno quella, è stata superata.

23 aprile 2011 – Cesare Proserpio – l’Occidentale

LIBIA, PERCHE’ LA NATO NON VUOLE VINCERE

Leggendo i numerosissimi articoli riguardanti la “guerra di Libia” mi hanno colpito soprattutto due cose. La prima è la convinzione che la coalizione internazionale stia facendo fatica a battere Gheddafi e il suo esercito. La seconda è che lo “stallo”, che pare essersi creato, non riuscendo nessuna delle due parti, Gheddafi e ribelli, a prevalere, rappresenti chissà quale deludente sorpresa per NATO e compagnia.

In realtà, fin dal principio, l’intervento ha considerato la “vittoria” come la seconda peggiore opzione. Di peggio esisterebbe solo la soppressione della ribellione da parte del rais. Gli interventi in Afghanistan e Irak hanno impartito una dura lezione a questo proposito. E’ facile battere i nemici e installare nuovi governanti, ma poi si deve fare i conti con i “perdenti” che, ben difficilmente, si adattano al loro nuovo ruolo. In Afghanistan i talebani, in Irak i membri del Baath di Saddam Hussein e la minoranza sunnita, hanno rappresentato il fulcro della resistenza al nuovo ordine proprio in quanto passati dal controllo del potere a nullità. Questo fatto è oggi ben presente nella coalizione internazionale che amministra la “no-fly zone”.

Non si desidera spazzare via Gheddafi e i suoi per consegnare il potere nelle mani dei ribelli di Bengasi. Il miglior modo di garantire un futuro tranquillo alla Libia è quello di non avere vincitori e vinti, ma piuttosto un accordo nazionale che garantisca a chi milita in entrambi i campi e in ogni tribù la sua fetta di potere. Del resto, l’accentramento del potere in maniera eccessiva nelle mani della tribù gheddafiana è uno dei motivi che hanno reso forte la rivolta. Un problema che tocca anche la Siria, dove la minoranza alawita comanda sulla grande maggioranza della popolazione che non lo è, e ne vediamo proprio ora gli effetti.

Questo naturalmente richiede un “sacrificio agli dei”, per dare un segnale forte alla popolazione e giustificare l’accordo, e il sacrificio lo devono fare Gheddafi e famiglia andandosene.

Muovendosi in base a questa logica prima si è fermato l’esercito libico alle porte di Bengasi per salvare la rivolta, e successivamente lo si è cacciato da Ajdabiya, porta strategica verso le tre grandi strade dell’est. A quel punto, come sappiamo, i ribelli hanno cominciato una veloce cavalcata senza freni, con i nemici in rotta fino a Sirte. Volendo si potevano spazzare via con decisi bombardamenti i soldatini del rais che, posti a difesa di Sirte, costituivano l’ultimo baluardo di resistenza, eliminato il quale i ribelli sarebbero arrivati in carrozza fino a Misurata, riducendo Gheddafi al controllo di Tripoli e dintorni. Questo avrebbe verosimilmente portato al collasso dell’esercito e del regime con un’ondata di diserzioni e passaggi ai ribelli da parte dell’esercito regolare. Per questo motivo l’intervento non c’è stato e l’armata brancaleone di Bengasi ha dovuto ripiegare in fretta furia.

La situazione di stallo che si è bene o male creata è l’ideale per la NATO. Si prosegue la lenta distruzione dell’avversario, dandogli tempo di riflettere e di arrendersi all’evidenza di un’inevitabile sconfitta, senza rafforzare troppo i ribelli, che, altrimenti, pretenderebbero una “vittoria piena” data dalla distruzione del regime. Tutto si muove alla ricerca di un equilibrio che, lentamente ma progressivamente, volge la situazione sempre più a sfavore del dittatore. Una specie di partita a scacchi, il cui esito programmato è una pace tra fazioni politiche e tribù e un esilio per il “padre della rivoluzione”.

17 aprile 2011 – Massimo Gaggi – Corriere della sera

LA SOLITUDINE DEGLI EX GRANDI

No all’uso della forza in Libia, allarme per i rischi d’inflazione che vengono soprattutto dall’indebolimento del dollaro. Quanto agli squilibri tra le aree del mondo, più che dell’enorme deficit commerciale Usa, ci si preoccupa dell’arretratezza del Sud del mondo: il problema, insomma, non è la stagnazione dell’Occidente industrializzato, ma l’insufficiente ritmo di crescita dei Paesi emergenti. Firmato Brics (l’acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), l’associazione delle nuove potenze economiche mondiali.

Quando, a Pittsburgh nel 2009,

annunciò il «depotenziamento» del G7, la «cabina di regia» euro-nippo-americana, in favore del più ampio G20, Barack Obama, ancora fresco inquilino della Casa Bianca, sperava di responsabilizzare le nuove potenze mondiali. Cercava di spingere la Cina e gli altri a uscire allo scoperto, a giocare un ruolo più rilevante in una gestione coordinata dei mercati, dei cambi, dei rapporti economici e commerciali internazionali. Con l’obiettivo di ridurre gli squilibri finanziari e favorire la costruzione di un consenso multilaterale anche sulle principali questioni politiche.

A un anno e mezzo da quel «nuovo inizio», la Cina e i suoi compagni di strada accolgono l’invito ad alzare il loro profilo, ma non si incamminano nella direzione auspicata dall’America e dagli stessi europei. Mentre a Washington il G7 finanziario non prende decisioni rilevanti e il G20 cerca faticosamente un accordo almeno verbale per non far deragliare il treno della cooperazione economica, dalle spiagge cinesi di Sanya, Brasile, Russia, India e Cina concludono il vertice dei Bric – da quest’anno allargato al Sudafrica – con una dichiarazione zeppa di parole d’ordine nette, politicamente dirompenti. Affermazioni che, più che la voglia di accomodarsi su un ponte di comando comune, denotano la volontà di «certificare» la forza di un’associazione di Paesi che fra tre anni raggiungerà il Pil degli Stati Uniti e che conta di scavalcare in meno di un quarto di secolo l’intero Occidente industriale rappresentato dal G7.

Una situazione nuova che avrà conseguenze in tutti i campi: dall’Onu dove gli emergenti vogliono pesare di più al Fondo monetario internazionale che, «iperliberista» nell’era del mondo unipolare dominato dagli Usa, si convince all’improvviso che i controlli sui movimenti dei capitali non vanno demonizzati, anzi a volte sono utili, ora che cresce il peso di Paesi emergenti che basano le loro politiche su un più elevato livello di dirigismo.

Gli Stati Uniti, indeboliti dalla loro crisi economica, non riescono a riportare il timone dell’economia internazionale su una posizione più favorevole ai loro interessi, ma sembrano consapevoli di quello che sta accadendo e qualche carta da giocare ce l’hanno: l’India, ad esempio, con la sua storia di conflitti con Pechino, non può prescindere più di tanto dalla sua alleanza economica e militare con Washington. E il Brasile, che soffre per la forza eccessiva della sua valuta, ha, proprio come gli Usa, interesse a premere sulla Cina per una rivalutazione dello yuan. Divisa sulla Libia, gli immigrati e anche su debito e politiche per la crescita, l’Europa stenta, invece, a prendere atto della nuova realtà: magari non durerà, ma oggi sembra più facile mettere d’accordo Asia e Sudamerica che i due lati delle Alpi.

10 aprile – Colette Braeckman, Internazionale (Le Soir, Belgio)

LA COSTA D’AVORIO DI SARKOZY

In Costa d’Avorio i francesi dell’operazione Licorne e le forze dell’Onu dotate di elicotteri da combattimento hanno scelto di usare i cannoni per far rispettare la democrazia, imporre il vincitore di un’elezione contestata e “proteggere” la popolazione civile di Abidjan. Oltre ai depositi di munizioni e agli accampamenti militare (che ospitavano anche le famiglie), sono stati colpiti degli edifici civili, mentre bande di balordi saccheggiavano la città. L’ostinazione del presidente Laurent Gbagbo, che rifiuta di riconoscere la sua sconfitta elettorale e accusa il suo rivale Alassane Ouattara di irregolarità, è stata pagata a caro prezzo da cittadini ivoriani.

Anticipando un’Unione africana divisa e bloccata, interpretando in modo molto ampio il mandato dell’Onu, al punto da suscitare i dubbi della Russia, sull’intervento militare francese ha avuto la meglio sul campo ma rischia di provocare un pesante bilancio, con migliaia di morti e feriti e un paese traumatizzato. La speranza è che questi raid, che non hanno nulla di chirurgico, possano guarire il malato. Ma i dubbi restano. Presentato come il “vincitore riconosciuto dalla comunità internazionale”, Ouattara avrà grande difficoltà a disfarsi dell’immagine di “candidato sostenuto dalle potenze straniere”, e il paese quindi si libererà difficilmente dalla violenza.

Da un lato, infatti, si possono temere le rappresaglie dei sostenitori di Gbagbo contro le popolazioni del nord, presunte alleate del suo rivale, dall’altro ci sono state stragi e violenze commesse anche dalle truppe eterogenee del vincitore Ouattara. Inoltre non tutti i 12mila francesi che vivono in Costa d’Avorio sono rientrati in patria o sono al sicuro, e rischiano di subire le conseguenze di questa operazione, di cui non si possono ancora valutare le ripercussioni psicologiche sull’opinione pubblica africana.

Nel suo discorso di Dakar, Nicolas Sarkozy aveva osato affermare che l’Africa non era ancora entrata nella storia. Lui invece il suo posto nella storia ce l’ha già, ma ancora non sappiamo in quale capitolo.

08 aprile – Pierluigi Battista – Corriere della Sera

UNA GUERRA STRANA, DECLASSATA IN FRETTA

Non si sa più chi vince e chi perde

La guerra che non c’è. Sparita, svanita, declassata a spirale di scaramucce tra forze in campo la cui unica strategia appare l’eterno andirivieni: oggi avanzo, domani rinculo; e viceversa. Oggetto di contesa per una diplomazia internazionale ondivaga, volubile, pazzotica. La guerra impantanata nel deserto della Libia. La guerra più sconclusionata del mondo. Una guerra in cui non solo non si sa più chi vince e chi perde,ma anche a quale realtà dovrebbe corrispondere la vittoria o la sconfitta.

Il dittatore Gheddafi ha rintuzzato la controffensiva dei ribelli, ma non è stato distrutto, o cacciato, o mandato in esilio. Allora ha vinto? Non si sa. Il dittatore Gheddafi non riesce a riprendersi la Cirenaica in mano agli insorti, soffre la defezione di una parte del suo clan, non è più il padrone incontrastato del territorio libico, la sua contraerea è stata devastata da un paio di raid franco-anglo-americani. Allora ha perso? Non si sa. E gli insorti? Con gli aerei internazionali autorizzati dall’Onu vanno avanti. Appena quegli aerei stanno fermi, gli insorti fuggono su trabiccoli scalcagnati, sparacchiano in aria con i kalashnikov, ma con forza e impatto militare pari a zero. Vincono? Perdono?

E nella comunità internazionale chi vince dopo che l’Europa si è spezzata, le nazioni sono andate per conto proprio, l’America rilutta, la «rivoluzione dei gelsomini» è seppellita dalla disattenzione dei media mondiali? Che ne è della sollevazione in Siria, esplosa dopo che l’Onu aveva autorizzato i raid in Libia? Quelli che detestano Sarkozy, a cominciare dalle truppe combattive del neo-pacifismo di destra, se la prendono con le smanie francesi. Ma proprio loro, incendiati di ardore difensivo nei confronti del despota di Tripoli con cui si condividevano affari e spettacoli circensi, avevano accusato Sarkozy di creare un disastro dando troppa corda ai ribelli libici. Dicevano, in sintonia con Gheddafi, che dietro gli insorti ci fosse Al Qaeda. Deve essere davvero alla frutta, Al Qaeda, se affida il suo destino eversivo e terroristico a bande disordinate e poco avvezze persino alla guida degli autocarri in fuga. Ma anche il fronte «guerrafondaio» dovrà ripensare i modi dell’appoggio a truppe raccogliticce, impotenti, militarmente inette fino a punte grottesche.

Ecco, il grottesco. Difficile che in questa guerra pazza qualcuno sia riuscito ad evitare una punta di grottesca inconcludenza. Non la Francia, la cui muscolarità non sembra raggiungere obiettivi adeguati alla gloria che quella nazione meriterebbe. Non gli Stati Uniti, che fanno la guerra facendo finta di non farla, vanno all’avanguardia ma si vogliono mostrare in retroguardia. Non Gheddafi, che si ritrova nel suo bunker, abbandonato da una parte dei suoi, ridotto a spararle sempre più grosse e addirittura a supplicare Obama, richiamandolo a comuni matrici religiose, di finirla con l’ostilità nei confronti del suo regime. Non l’Europa, politicamente defunta in questa strana e inafferrabile guerra. Non l’Italia, che in due mesi ha cambiato idea almeno quattro volte sulla questione libica e che, fattasi più tenue e sopportabile la nostalgia per il dittatore che aveva promesso stabilità e affari, cerca con affanno i segni del «dopo», un rapporto di interlocuzione con chi, forse, dovrebbe arrivare al posto di Gheddafi.

E ora, dopo appena qualche settimana, la guerra libica abbandona le prime pagine dei giornali. Chi è interessato alle traiettorie del petrolio si industria per trovare una linea e una prospettiva. La «rivoluzione araba» viene abbandonata a se stessa, nel timore che l’estremismo fondamentalista rompa gli argini e tradisca le aspirazioni liberali delle giovani piazze in rivolta. Tutto viene travolto dalla questione dell’immigrazione. Con i giovani arabi che vedono nell’Europa e nell’Occidente modelli di inaffidabilità: questo sì carburante per i fondamentalisti che possono dimostrare la loro superiorità sulle democrazie indecise a tutto. Mentre le notizie da Bengasi e da Misurata, da Tripoli e dalla Sirte appaiono sempre più lontane, confuse, avvolte in un’ovatta di disinformazione creata dalle propagande contrapposte. La guerra più strana e scervellata. Dove l’unica cosa vera è il sangue di chi in Libia ci ha rimesso la vita. Non sapendo, forse, nemmeno il perché.

MARZO 2011

26 marzo – David Rieff – Internazionale

PERCHE’ SONO CONTRARIO ALL’INTERVENTO IN LIBIA

Se lo scopo della no-fly zone sulla Libia fosse stato solo quello di impedire che i cittadini di Bengasi fossero massacrati dalle forze del colonnello Gheddafi, dichiararsi contrari avrebbe potuto aver senso a livello di principio ma non a livello morale.

La sera prima che le Nazioni Unite autorizzassero l’intervento occidentale, Gheddafi aveva minacciato una strage e non c’era motivo di non credergli. Una cosa è opporsi all’intervento per principio. Un’altra è applicare meccanicamente questo principio al caso libico, confermando così la famosa osservazione di Emerson che la coerenza a ogni costo è tipica delle menti mediocri.

Anche se la necessità di quest’intervento è stata sostenuta con il linguaggio dell’umanitarismo invocando la cosiddetta Responsabilità di proteggere (R2P) – cioè la nuova dottrina dell’Onu che permette d’intervenire militarmente per impedire ai tiranni di uccidere il loro stesso popolo – fin dall’inizio è stato chiaro che lo scopo principale era appoggiare l’insurrezione. E quindi arrivare a un cambio di regime. Diversamente, il bombardamento sarebbe stato interrotto appena finito l’attacco delle forze governative a Bengasi. E invece continua.

Quindi Iraq e Afghanistan non hanno insegnato nulla all’occidente sull’idea che si possa imporre la democrazia sulla punta del fucile. Ricordate i giorni beati alla fine degli anni novanta quando Tony Blair prometteva al mondo che in futuro l’occidente avrebbe combattuto solo guerre in nome dei suoi valori e non dei suoi interessi? Li stiamo rivivendo. Il disastro iracheno avrebbe dovuto ricordare soprattutto agli interventisti liberal la frase di Pascal: “L’uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia”. Una frase che dice la cruda verità su quelli che, per autolusingarci, chiamiamo interventi umanitari. E invece ci risiamo.

Gli intellettuali al fronte
In realtà, l’infatuazione delle élite progressiste occidentali per la guerra umanitaria non è stata affatto scossa dall’Iraq. Molti degli stessi attivisti contrari all’invasione dell’Iraq hanno insistito per un intervento militare in Darfur. Sembrava che il loro problema non fosse l’idea stessa del cambio di regime – che in quel caso bisognava imporre a Khartoum, anche se i leader di Save Darfur e di Sos Darfur lo negavano – ma solo i cambi di regime voluti da George W. Bush, Dick Cheney e Paul Wolfowitz. E oggi alcuni di questi interventisti liberal sono al potere.

Due dei più importanti intellettuali che invocavano un’azione militare in Darfur hanno avuto un ruolo fondamentale nel convincere i loro governi a bombardare la Libia. Per quanto possa sembrare grottesco, anche se non ha alcun incarico di governo Bernard-Henri Levy ha svolto un ruolo fondamentale nella decisione della Francia di guidare la campagna di bombardamenti. Voci dell’inferno, il libro di Samantha Power sull’incapacità degli Stati Uniti di impedire i genocidi del ventesimo secolo, è stato il vangelo degli interventisti liberal statunitensi fin dalla sua pubblicazione.

Oggi Samantha Power lavora nell’amministrazione Obama e contribuisce a mettere in pratica le sue idee. Questa guerra, chiamiamola con il suo nome per una volta, sarà ricordata come una guerra fatta e acclamata dagli intellettuali. La principale differenza è che, soprattutto negli Stati Uniti, questa volta gli intellettuali vengono in gran parte dalle file dei liberal piuttosto che da quelle dei conservatori. Probabilmente se andrà male la rinnegheranno, accusando l’amministrazione Obama di averla pasticciata, più o meno come molti neoconservatori accusarono il segretario alla difesa Rumsfeld per i suoi errori strategici in Iraq. E in Libia cosa succederà? Tutto è possibile, naturalmente, ma sembrano molto ridotte le probabilità che questo conflitto, così grandioso per le sue giustificazioni morali e così incoerente nella sua tattica, vada come promettono i suoi sostenitori.

Ma nella guerra umanitaria si tende a pensare che le buone intenzioni di coloro che la scatenano siano superiori a tutte le altre considerazioni. Per questo chi l’ha voluta si rifiuta di chiamarla guerra, cioè qualcosa che implica inevitabilmente il massacro di innocenti, anche quando questo massacro avviene per una giusta causa (e nonostante tutti i discorsi sulle armi “intelligenti”, la guerra dal cielo è particolarmente incline a uccidere i civili). Questa guerra non serve a proteggere i cittadini di Bengasi. Questo obiettivo è stato raggiunto il primo giorno.

Ora il problema è rovesciare Gheddafi e sostituirlo con i leader dei ribelli di Bengasi. Perché Barack Obama, Nicolas Sarkozy o David Cameron pensino che chi governa la Libia sia affar loro e perché si siano dati tanto da fare per ottenere l’assenso della Lega Araba e non quello dei loro parlamenti, ci dimostra quanto sia sbagliata la dottrina dell’intervento umanitario. Questi leader sono più interessati a imporre la democrazia con la forza che a rispettare il giudizio democratico dei loro parlamenti.

Quindi quello che ci rimane è il cesarismo angelico dell’“impero del bene”! E tutto con l’approvazione di intellettuali le cui buone intenzioni non sono la soluzione al “problema dell’inferno” di Samantha Power, ma il problema stesso. La ferocia umanitaria da cinquemila metri d’altezza o da un sottomarino lanciamissili rimane sempre ferocia. E la strada per l’inferno resta sempre lastricata di buone intenzioni.

25 marzo 2011 – Marko Papic – Stratfor

EUROPEAN DISCORD ON THE LIBYAN INTERVENTION

L’analista Marko Papic esamina le complicazioni legate al trasferimento di autorità per l’intervento libico dagli Stati Uniti agli alleati europei.

La NATO continua a deliberare su come dare continuità  alle operazioni in Libia da parte degli Stati Uniti, ma quello che sta diventando abbastanza chiaro è che gli europei stessi non sono sulla stessa linea per quanto concerne l’intervento in Libia.

Il problema fondamentale per gli europei è, in prima istanza, che essi non sono intervenuti in Libia per gli stessi motivi. Una cosa che fa unificare tutti i paesi europei attualmente in Libia: la loro risposta iniziale alla “primavera araba“, alle rivoluzioni pro-democrazia in tutta la regione, è stata relativamente blanda, e quindi l’intervento libico è un modo per compensare la iniziale risposta molto tiepide.

In Francia vi è, tuttavia, un altro fattore, il presidente francese Nicolas Sarkozy è molto impopolare, e lui sembra guadagnare un sacco di popolarità ogni volta che entra in un dinamica riguardante gli affari esteri. Lo ha fatto nel corso del 2008, quando dopo la seconda guerra georgiana ha negoziato un accordo di pace tra Russia e Georgia, e si è ripetuto anche subito dopo la crisi finanziaria quando ha chiamato per una nuova Bretton Woods. Queste manovre effettivamente hanno aiutato la sua popolarità in Francia. A Londra, inizialmente, la risposta ai disordini in Libia è stata controversa e, in particolare, l’evacuazione dei cittadini britannici è stata una delle ragioni per cui l’attuale governo sta spingendo per una azione aggressiva in Libia. Tuttavia, la Francia e il Regno Unito, i due paesi europei che sono stati i più convinti sostenitori di un intervento armato in Libia, hanno ragioni diverse.

Per il Regno Unito, la questione che preme ha a che fare con l’energia e in particolare al fatto che la compagnia British Petroleum dovrà cercare nuovi giacimenti a seguito della loro catastrofe nel Golfo del Messico. Per la Francia, invece, ha a che fare con la politica intra-europea, per mostrare alla Germania e al resto d’Europa che la Francia è ancora importante, in particolare che la Francia è ancora un leader cruciale in Europa quando si tratta di affari militari e stranieri. Il problema ora, per gli Stati europei che sono effettivamente intervenuti in Libia, è che la leadership dei francesi e del Regno Unito nella missione li ha posti su un piano più aggressivo sulla questione libica, e questo vuol dire, in particolare, vedere le truppe di terra libiche bersaglio di attacchi aerei. Tuttavia gli altri paesi europei, in particolare l’Italia, ma anche paesi come l’Olanda e la Norvegia, sono molto più scettici dell’utilità di interventi a terra e vogliono che la missione europea in Libia si concentri solo per far rispettare la no-fly zone. Si tratta di un disaccordo fondamentale perché significa che non è chiaro come gli Stati Uniti dovrebbero consegnare il controllo delle operazioni agli europei che hanno diversi punti di vista su quello che dovrebbe essere effettivamente svolto sul campo.

FONTE: http://www.stratfor.com

24 marzo 2011 – Carlo Jean – Il Messaggero

SECONDA FASE, LE COSE SI COMPLICANO. IL COLONNELLO PUO’ RESISTERE A LUNGO

Carlo Jean, ex Generale di corpo d’armata, professore di Studi Strategici alla Facoltà di Scienze Politiche all’Università Luiss di Roma, esperto di strategia militare e geopolitica, analizza la situazione libica in seguito all’inizio dell’operazione Odyssey Dawn per il quotidiano romano Il Messaggero. Secondo Jean questa seconda fase, quella operativa, dell’intervento occidentale, è la più complicata:

Gli Usa intendono cedere, quanto prima, il comando operativo e limitarsi a compiti di supporto […] Nonostante Obama ritenga chiarissima la risoluzione Onu 1973, non ne sono evidenti gli obiettivi finali […] Le cose sono state complicate dall’unilateralismo del presidente francese Sarkozy […] La Lega Araba e l’Unione Africana, prima favorevoli ad una no-fly zone sulla Libia, stanno protestando contro l’intensità dei bombardamenti e la loro estensione ad obiettivi […] Le loro proteste si sono aggiunte a quelle del Brasile, Cina, Germania, India, Russia, Turchia ed altri ancora.

Jean ci presenta un quadro riassuntivo chiarissimo della situazione e analizza le possibilità di riuscita dell’operazione, pur rimanendo convinto della necessaria “definizione di chi comanda politicamente e militarmente”. L’analisi si chiude infine con una domanda che suona tanto come un atto d’accusa: “Con quella che Sarkozy ha chiamato ‘la ripresa del ruolo della Francia nella storia’ si sa da dove partiamo, ma non dove andremo a finire”.

16 marzo 2011 – Rami Khouri - Internazionale

COME INTERVENIRE IN LIBIA

Rami Khouri, columnist libanese del Daily Star di Beirut, scrive un editoriale per il settimanale italiano Internazionale. L’idea di Khouri è molto semplice: bisogna intervenire in Libia in favore del popolo, ma come giustificare l’azione militare di fronte alla comunità internazionale?

Perché la comunità internazionale dovrebbe intervenire in Libia se non fa nulla per fermare le sofferenze causate dai governi in altre parti del mondo arabo? Perché imporre sanzioni all’Iran per paura di quello che Teheran potrebbe fare con l’energia nucleare, quando la stessa comunità internazionale tace sulle violazioni dei diritti umani in molti paesi della regione?

Khouri tenta di dare una risposta a questi interrogativi, anche se rimane di fondo l’amarezza per una diversa considerazione dei problemi internazionali da parte degli occidentali.


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